“Ma quale estorsione, io pestato dai pakistani a Monteforte”

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“Ma quale estorsione, io sono stato pestato dal pakistano e dal suo amico”. La sintesi delle dichiarazioni del principale indagato nell’inchiesta su tentata estorsione, sequestro di persona e detenzione di armi da fuoco, che riguarda sette persone di Monteforte Irpino arrestate dai carabinieri della stazione locale (P.B., 44 anni, due fratelli – A.D.S. E I.D.S. di 34 anni -, F.B., 43 anni, F.C., 25 anni, e S.V., 35 anni) .

Tentata estorsione: la ricostruzione degli investigatori

Per l’accusa gli indagati avrebbero chiesto il pizzo a un locale della zona. E – dal mancato pagamento dell’ “obolo” – sarebbero nati prima un sequestro di persona e poi un raid punitivo di fronte al locale. Con le vittime – dei pakistani – che hanno raccontato di essere state anche torturate , da uomini armati di teaser, con delle scariche elettriche

Questa mattina sei dei sette indagati hanno deciso di rispondere alla parole del giudice. E, la ricostruzione emersa dalle loro parole, fornisce un quadro del tutto differente rispetto a quello tracciato dagli autori delle denunce e dagli investigatori.

Le loro deposizioni smontano sia la tesi del sequestro di persona sia quella del raid punitivo. Una serata di violenza sulla quale si base il coinvolgimento nell’inchiesta della maggior parte delle persone indagate.

“Li abbiamo incastrati grazie a whatsapp”

Il presunto sequestratore: “Io sono una vittima”

C’era grande attesa per le parole del principale indagato, il 26enne, G.A., accusato di sequestro di persona aggravato dall’uso dell’arma (una pistola). Il ragazzo era anche accusato di essere, col cognato anche lui oggetto di indagine, il mandante della spedizione punitiva di fronte al locale delle vittime.

Il 26enne, rappresentato dal suo avvocato Alberico Villani del foro di Avellino, ha spiegato di non aver fatto richieste estorsive al pakistano che lo ha denunciato. Anche perché – ha aggiunto – la vittima non era il titolare dell’attività che avrebbe subito il pizzo. L’indagato ha poi ricostruito la notte del presunto sequestro in auto.

“Ero in auto con lui (il pakistano) e un amico, ma non ho mai minacciato nessuno”, ha dichiarato il 26enne.

Lì qualcosa avrebbe innescato una lite in cui lui ha avuto la peggio. Insomma, il presunto sequestratore sarebbe invece la vittima del pestaggio. E la pistola, quell’arma finita nell’ordinanza, lui non l’avrebbe mai portata dietro. Una trama kafkiana resa ancora più ingarbugliata dalle dichiarazioni degli altri indagati. Che, al momento di descrivere la notte dei pestaggi, hanno fornito una versione differente.

Nessuno di loro sarebbe andato armato di fronte al locale. E – quello che doveva essere un incontro per chiarire alcuni dissidi – si sarebbe trasformato in una scena da far-west. Quando i pakistani – loro sì armati – avrebbero cercato di far valere le proprie ragioni. Le spranghe e i teaser sarebbero, per semplificarla all’osso, “roba loro”. Della quale gli indagati hanno fatto conoscenza solo quando si sono visti aggredire con mazze e scariche elettriche, prima di allontanarsi lestamente in auto.

Toccherà ora al gip, Gilda Zarrella, decidere se accogliere l’attenuazione delle misure cautelari, richieste da alcuni indagati. Altrimenti, poi, la parola passerà ai magistrati del Riesame. Un’udienza che potrebbe riservare altri colpi di scena. Si parla infatti di alcuni elementi – non ancora emersi dall’indagine ma in mano alle difese – che potrebbero clamorosamente ribaltare la ricostruzione dell’accusa. Gli indagati si sono affidati agli avvocati Loredana De Risi, Gerardo Santamaria, Costantino Sabatino, Gaetano Aufiero, Michele Scibelli e Quirino Iorio. Toccherà loro smentire anche il contenuto di alcune registrazioni audio, di cui vi avevamo parlato in dettaglio, finite nell’ordinanza firmata dal gip. E consegnate dai pakistani ai carabinieri.

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