Marzio Sepe, il boss irpino che uccideva sorridendo

7' di lettura

Sul boss Marzio Sepe circolano diversi racconti degli investigatori. E tutti concordano su un punto: è un killer capace di spararti sorridendo. Leggenda o realtà che sia, il criminale di Marzano di Nola, è stato uno dei camorristi irpini più potenti di sempre. Soprattutto a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, quando è stato il braccio destro (e armato) di Carmine Alfieri, il capo indiscusso della Nuova Famiglia, la cupola che aveva detronizzato la Nco di Raffaele Cutolo, e che per anni ha inquinato imprenditoria, politica, appalti in tutta la Campania, e non solo. Oltre a trasformare il traffico di droga nel business miliardario che oggi conosciamo. (Questo articolo rientra fra i “profili criminali”. Abbiamo già parlato di Raffaele Graziano e Domenico Pagnozzi)

Larresto in un casolare abbandonato

Marzio Sepe è stato arrestato il sei settembre del ’96, in un casolare abbandonato a Camposano, un piccolo comune del Nolano. Era latitante da quattro anni. All’epoca circolò la voce che si fosse “fatto arrestare”. Anche perché il suo universo criminale era in frantumi, devastato dalla dichiarazioni di due superpentiti: il capo, Carmine Alfieri, e l’altro nome da novanta della Nf, Pasquale Galasso.

Marzio Sepe, il boss irpino che uccideva sorridendo
Pasquale Galasso

La polizia era sulle sue tracce da tempo. In pratica da quando – nel 1992 – era uscito dal carcere di Poggioreale per decorrenza dei termini. Era in cella per favoreggiamento. Nel settembre di quell’anno era stato infatti catturato insieme a Carmine Alfieri (primula rossa della camorra per sette anni). Anche allora il boss di Marzano di Nola venne trovato nello scantinato di un casolare abbandonato, a Saviano.

Marzio Sepe e la coppola blu

A Camposano Marzio Sepe, in segno di resa, si è tolto la coppola blu (simbolo del comando tra gli uomini di camorra). Agli agenti ha detto: “Ormai mi avete preso, questa non serve più”. Sembrava anche sollevato. Per qualche istante ha pensato che a circondare la masseria non fossero stati i poliziotti, ma una cosca rivale. “Lo confesso – ha raccontato agli investigatori – per un momento ho temuto il peggio”. Meglio in cella che morto.

leggi anche Raffaele Graziano, camorra e politica in Irpinia: il sindaco boss

L’irriducibile non era armato. Ed era solo. Circostanza strana per un camorrista del suo calibro, e con tanti nemici. Gli agenti avevano saputo di un incontro in quel casolare, tra Marzio Sepe ed altri affiliati. Per un’ora i poliziotti sono rimasti appostati all’esterno. Aspettavano l’arrivo di altri camorristi: volevano beccarli tutti. Ma non è arrivato nessuno. Così hanno deciso di agire.

Marzio Sepe, un pericolo pubblico numero uno

Al momento dell’arresto, Marzio Sepe doveva scontare una condanna all’ergastolo per omicidio. Ma su di lui pesavano pesanti sospetti per diverse decine di assassini. Tra le vittime anche ex componenti della sua stessa organizzazione. Oltre a una quindicina di provvedimenti restrittivi emessi dai giudici dei tribunali di Napoli e Salerno.

Il giorno della cattura la notizia ha avuto una enorme eco sugli organi di informazione. Per gli investigatori della Direzione investigativa antimafia, Marzio Sepe era uno dei ricercati più importanti e pericolosi della Penisola.

Fonti di polizia rivelarono che il boss sarebbe stato tradito da una serie di telefonate ai suoi luogotenenti. Tutte intercettate.

Marzio Sepe, il boss irpino che uccideva sorridendo
Carmine Alfieri

Quel cartello potentissimo del boss Alfieri

Ma facciamo un passo indietro. Anche per ricordare la dimensione del potere conquistato dal clan Alfieri in quel periodo. Clan che vedeva come vertice apicale anche la figura di Marzio Sepe.

Il gruppo criminale di Carmine Alfieri partendo dal Nolano aveva esteso la propria aria di influenza verso Pomigliano d’Arco (dove era entrato in conflitto con il clan capeggiato da Antonio Egizio, conflitto cui sono riconducibili gli omicidi dei fratelli Sebastiano e Mario Felice Russo e la scomparsa di Luigi Russo, fratello dei primi due, tutti esponenti di rilievo del clan Alfieri). Verso l’agro nocerino-sarnese tra Scafati, Angri e Sant’Antonio Abate (nei cui territori Alfieri si era scontrato con il clan Rosanova-Abbagnale, una guerra che aveva causato la morte dei fratelli Rosanova e dei fratelli Abbagnale, e dove Alfieri aveva stretto alleanze con il clan Galasso-Loreto). Verso la fascia costiera tra Torre Annunziata e Castellammare di Stabia (puntando sull’alleanza con i Muollo e i Cesarano, entrando in conflitto con i clan Gionta e D’Alessandro). E verso l’area vesuviana, nei comuni di Somma Vesuviana, Sant’Anastasia e Volla (stringendo un patto con i clan capeggiati da Fiore D’Avino e Giuseppe Orefice). Era riuscito così a formare un formidabile “cartello” di associazioni criminali che, pur conservando la loro autonomia territoriale-operativa, rispondevano ad Alfieri come capo indiscusso.

leggi anche Domenico Pagnozzi, il romanzo criminale di Occhi di Ghiaccio

Dopo l’arresto di Alfieri, Marzio Sepe ha continuato a gestire gli affari del clan. E lo ha fatto da latitante, grazie anche alla fedele complicità di molti uomini di peso della cosca nolana. Impresa non semplice: la Nuova Famiglia si stava sfaldando, sotto i colpi delle operazioni di carabinieri e polizia e la collaborazione di pentiti. Marzio Sepe è riuscito per anni a tenere in piedi il sistema del racket, del riciclaggio di denaro sporco, l’usura e il gioco clandestino.

La strage di Torre Annunziata nel film Forapàsc

La strage di Torre Annunziata: otto morti, sette feriti

Marzio Sepe è stato a lungo ritenuto uno dei responsabili della più cruenta strage di camorra della storia, quella di Torre Annunziata. Si consumò il 26 agosto del 1984, nel Circolo dei pescatori. Otto morti, sette feriti. Centinaia di proiettili esplosi da un commando composto da quattordici sicari, armati di Uzi, Ak 47 e fucili a pompa. I killer scesero da un bus (rubato una settimana prima a Scalea), che esponeva il cartello “gita turistica”.

La genesi di quella strage

Quella strage si è verificata dopo la cattura di Raffaele Cutolo e la fine della Nco. L’arresto del boss di Ottaviano provocò inevitabili frizioni anche nella Nuova Famiglia: non c’era più un nemico comune, divenne difficile, anche per un capo potente come Carmine Alfieri, frenare la sete di denaro e potere di tanti capiclan. Uno fra tutti, Valentino Gionta, emergente di Torre Annunziata. Gionta aveva imposto – con una serie omicidi – il suo controllo sul traffico della droga, il contrabbando di sigarette e il racket della carne e del pesce. Alleandosi con un gruppo potente e rispettato, quello dei Nuvoletta. Ma aveva pestato i piedi sbagliati, ovvero quelli di Alfieri e Bardellino. Quel 26 agosto scadeva l’ultimatum lanciato proprio da Gionta agli altri clan: fuori da Torre Annunziata. E proprio quel giorno il commando fece fuoco nel circolo dove si riunivano gli affiliati della camorra torrese. Valentino Gionta scampò alla strage. Rimasero uccisi personaggi di secondo piano del clan e qualche innocente.

Marzio Sepe, il boss irpino che uccideva sorridendo
Gioancarlo Siani

Il dieci giugno del 1985, Giancarlo Siani firmava su Il Mattino un articolo che ricostruiva i retroscena e le conseguenze di quella strage. Ricostruzioni che diedero fastidio ai Gionta. Siani venne ucciso il 23 settembre dello stesso anno.

Gli omicidi di Marzio Sepe

Marzio Sepe è ritenuto responsabile anche dell’uccisione del cassiere della Nco, Alfonso Rosanova (1991), oltre ai delitti di Antonio Malventi, Domenico Sarmino e Antonio Sale. Tutti uccisi perché “troppo ambiziosi”. Marzio Sepe avrebbe assassinato anche Antonio Pepe, freddato nel parcheggio del mercato ortofrutticolo di Pagani: venne ammazzato perché fratello di Mario Pepe, che aveva da poco iniziato a collaborare con la giustizia.

La fine del gruppo di Alfieri è stata accelerata dal pentimento di Pasquale Galasso, che mise in luce l’intera organizzazione del cartello e i legami con senatori, deputati, decine e decine di amministratori e imprenditori. Oltre a segnalare l’intero organigramma della cosca, le strategie criminali e i molteplici omicidi. Due anni dopo, Carmine Alfieri, recluso in una cella del carcere di Pianosa, si rende conto che il suo impero criminale è ormai finito: prende carta e penna e scrive il suo pentimento “per combattere quel mondo che io stesso ho contribuito a creare e per avvicinarmi di più a Dio”. Era il 15 marzo del 1994.

Passano altri due anni, anche Marzio Sepe esce di scena. Non scrive lettere, ma getta la coppola blu ai piedi dei poliziotti, e si arrende. Per sempre.

Gruppo WhatsApp offerte di lavoro, bonus, concorsi e news

Ricevi ogni giorno gratis i migliori articoli su offerte di lavoro, bandi, bonus, agevolazioni e attualità. Scegli il gruppo che ti interessa:

  1. Telegram - Gruppo esclusivo

  2. WhatsApp - Gruppo base

Seguici anche su YouTube | Google | Gruppo Facebook | Instagram



Come funzionano i gruppi?
  1. Due volte al giorno (dopo pranzo e dopo cena) ricevi i link con le news più importanti

  2. Niente spam o pubblicità

  3. Puoi uscire in qualsiasi momento: la procedura verrà inviata ogni giorno sul gruppo

  4. Non è possibile inviare messaggi sul gruppo o agli amministratori

  5. Il tuo numero di cellulare sarà utilizzato solo per inviarti notizie