C’è già un vaccino grezzo per tutti: le mascherine. Le ipotesi dei virologi

Una ipotesi formulata sul New England Journal of Medicine ipotizza che le mascherine possano essere una sorta di vaccini grezzi: proteggono dal virus o – nel caso – lasciano passare solo poche particelle che potrebbero innescare una risposta del corpo capace di immunizzarsi. E' un concetto secolare, risale all'epoca della lotta contro il vaiolo e ha aperto la stagione dei vaccini moderni. I virologi ritengono la teoria interessante, ma mancano per ora evidenze scientifiche. Una prima conferma arriva da uno studio sui criceti in Cina.

C'è già un vaccino grezzo per tutti: le mascherine. Le ipotesi dei virologi
Per un gruppo di studiosi inglesi le mascherine potrebbero funzionare come una sorta di vaccini grezzi perché lasciando passare solo piccole particelle del virus aiutano a immunizzarsi.


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C’è già un vaccino, è a disposizione di tutti, anche se i virologi lo definiscono “grezzo”: è la mascherina e per gli esperti che hanno pubblicato uno studio sul New England Journal of Medicine potrebbe immunizzare alcune persone contro il virus. Una immunizzazione grossolana, ma efficace.

I ricercatori si sono ispirati a un concetto secolare, la variolazione, ovvero l’esposizione deliberata a un agente patogeno per generare una risposta immunitaria protettiva.

Una soluzione provata per la prima volta contro il vaiolo, si dimostrò rischiosa e quindi accantonata, ma di fatto ha poi aperto la strada ai moderni vaccini.

L’ipotesi degli studiosi

Lo studio è stato ripreso e analizzato dal New York Times, che l’ha sottoposto a una serie di esperti.

Partiamo da un presupposto: l’esposizione con la maschera al virus non può sostituire il vaccino. Ma – e questo è un fatto – riducendo il numero di virus che arrivano alle vie aeree di una persona potrebbero ridurre, per chi le indossa, la possibilità di ammalarsi. Ora, sostengono i ricercatori, se un piccolo numero di agenti patogeni scivola attraverso il tessuto della maschera potrebbero attivare nel corpo la produzione di cellule immunitarie in grado di ricordare il virus e rimanere in circolo pronte a combatterlo di nuovo.

La teoria non è stata dimostrata

La teoria non è stata ancora dimostrata con studi clinici che confrontino i risultati tra persone con la mascherine altre senza in presenza del coronavirus. L’ipotesi ha suscitato curiosità tra gli esperti, ma senza dati specifici in pochi sono disposti a farla propria. Per Saskia Popescu, un epidemiologo che opera in Arizona, «sembra un azzardo, non c’è molto per dimostrarlo».

Un’idea da maneggiare con curo

Oltretutto sono ipotesi da maneggiare con cura: l’idea potrebbe indurre nelle persone che indossano la maschera una sensazione di sicurezza che potenzialmente potrebbero esporle a rischi. O, peggio, far ritenere, sbagliando, che la protezione sia del tutto inutile, perché non è impermeabile alle infezioni.

La teoria della variolazione

«La teoria della variolazione del coronavirus – ha dichiarato Popescu al New York Times – si basa su due presupposti difficili da dimostrare: che dosi inferiori del virus portano a malattie meno gravi e che le infezioni lievi o asintomatiche possano stimolare la protezione a lungo termine contro i successivi attacchi della malattia. Per altri patogeni questo accade, per il coronavirus le prove restano scarse».

Gli esperimenti sui criceti

Gli esperimenti sui criceti, comunque, hanno suggerito che c‘è una connessione tra dose e malattia. Un team di ricercatori cinesi ha scoperto che i criceti ospitati dietro una barriera di mascherine hanno meno probabilità di essere infettati dal virus. Ma soprattutto, quelli che si sono ammalati hanno contratto una malattia meno grave di altri animali senza nessuna protezione.

La cosa sembra si replichi anche con gli esseri umani. In ambienti affollati, dove più si usano le mascherine, il numero dei contagi precipita. E sebbene le mascherine non possano bloccare tutte le particelle virali consentono di ridurre e di molto il contagio da molte malattie.

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