Artisti e creativiScostumatezze

Massimo Roscia: ecco perché parlare bene è più sexy della tartaruga sulla pancia

0

Romano, nato nel 1970, personaggio proteiforme e di difficile catalogazione; Massimo Roscia, prima di tutto, è – per acclamazione popolare – un estensore di giornate mondiali, talmente improbabili da sembrare vere. Apprezzato autore di testi per i biscottini della fortuna e, solo “per caso”, decente docente, tra l’altro, di comunicazione, tecniche di scrittura, editing e marketing territoriale, critico enogastronomico, collaboratore del “Gambero rosso”, nonché autore di guide turistiche, racconti, sceneggiature, romanzi e saggi.

Dopo il fortunatissimo romanzo “La strage dei congiuntivi” (Exòrma, 2014), è tornato a occuparsi della lingua italiana con il saggio “Di grammatica non si muore” (Sperling & Kupfer, 2016). Con l’ultimo libro, “Peste & Corna” (Sperling & Kupfer, 2018), prende di mira l’uso e l’abuso delle frasi idiomatiche, dei modi di dire e dei luoghi comuni. Il prossimo febbraio, inoltre, precisamente il 22 a Chianciano e il 23 a Montalcino, esordirà in teatro con il monologo “Grazzie” con la regia di Manfredi Rutelli e le musiche di Massimiliano Pace. 

Superati i primi momenti di ansia da prestazione e dopo un accurato ripasso dei congiuntivi, ci siamo fatti quattro chiacchiere sulle “scostumatezze” linguistiche degli italiani.

Ma tutta sta fissa per la grammatica, i congiuntivi, le frasi idiomatiche e i segni d’interpunzione, ma, tipo, che hai avuto uninfanzia infelice? Che ti sceglievano per ultimo nelle squadre di calcetto e stavi sempre in porta? Che, da adolescente, cavevi i brufoli e le ragazze ti vedevano più come un amico?

“Ecco, ti sei data già la risposta! In realtà, scrivere e parlare bene fa figo, altro che roba da secchioni, è meglio, persino, degli addominali a tartaruga. Ci aiuta a comprendere e a farci comprendere nel migliore dei modi. È utile nella rinegoziazione del mutuo, quanto nella lettura dei bugiardini dei farmaci. Nell’uso corretto della lingua è insita una forte componente edonistica, l’italiano è una lingua sexy”.

Sempre a proposito di donne, ammesso che una donna bellissima sia propensa a concederti le sue grazie ma sul più bello apra bocca e se ne esca con un se avrei; tu come ti regoli? A) Fai finta di niente, che quando ti ricapita…B) Ti ricomponi e te ne vai indignato?

“Ho la fortuna di aver sposato una donna che non sbaglia i congiuntivi”.

Co tutta sta manica di ignoranti al Governo, secondo te, esiste il rischio concreto che si assista ad un definitivo sdoganamento degli abusi sulla lingua italiana?

“Gli errori li commettiamo tutti. L’errore è il vero fattore K, è democratico e trasversale. Non bisogna vergognarsene, lo si può legare a un aneddoto, scherzarci su, purché se ne tragga un’occasione per migliorarsi. Certo l’errore grammaticale diventa più grave quando a commetterlo sono coloro che con la lingua italiana ci lavorano… parlo dei giornalisti, degli insegnanti, degli scrittori. Tornando alla politica e ai “ministri del congiuntivo”, trovo decisamente più allarmante il fatto che, agli strafalcioni linguistici, possano, poi, corrispondere errori di sostanza decisamente più gravi e censurabili”.

Quale tortura psicologica o corporale, così distinto, infliggeresti, per dire, a quelli che non paghi di storpiare litaliano sentono il bisogno di brutalizzare anche le lingue straniere?

“Sicuramente uno degli strumenti utilizzato nel mio romanzo “La strage dei congiuntivi”: un bastone in legno d’ulivo, legno sacro ad Atena, dea della saggezza e patrona delle arti. Ecco, con quello bastonerei sonoramente personaggi quali i famigerati assessori alle “politiche culturale”.

Ma i luoghi comuni” consigli di frequentarli nel week end o è meglio, come in pizzeria, andarci durante la settimana per non trovarli affollati? E, in ogni caso, quali sono quelli che preferisci frequentare?

“Ne consiglio, fondamentalmente, l’assunzione dopo i pasti perché del resto “pancia piena non crede al digiuno”. Li frequento un po’ tutti, in verità, con particolare predilezione per quelli legati al ricordo materno dei vari “mi raccomando, copriti”, “vai piano” anche quando viaggio in treno, “non mi far fare brutta figura”. Il “luogo comune”, la “frase fatta”, se usati consapevolmente, in maniera critica, sono un po’ come i “Quattro salti in padella”, ci salvano dall’imbarazzo nell’intavolare una conversazione minima, ad esempio, col vicino di casa incontrato in ascensore. Allo stesso tempo, alcuni mi risultano particolarmente odiosi, tra questi, il classico “lei non sa chi sono io…”, l’abusato “tra innovazione e tradizione” o l’inflazionato “nella splendida cornice…”. La lingua italiana è così ricca di sfumature, non merita di venir liquidata con frettolose quanto inappropriate scorciatoie”.

Sui social, quasi tutti i giorni, ti inventi la celebrazione di una strampalata giornata mondiale, spesso talmente improbabile, da sembrare persino vera… 

“L’aspetto divertente è che, molto spesso, anche alle presentazioni dei miei libri, molti mi chiedono quale sia la prossima in cantiere, tanto che, a questo punto, mi viene il sospetto che farei più bella figura a dichiarare che di mestiere faccio l’estensore di giornate mondiali…”.

Tu che sei anche un critico gastronomico, se è vero, secondo un adagio, che la gente dovrebbe parlare come mangia, cosa dovremmo aspettarci?

“Un enorme, eterogeneo, difficilmente digeribile, bolo che ruminiamo bovinamente. Del resto non tutti mangiano bene e, di conseguenza, si va incontro al rischio di un esperanto edibile da cui nascono neologismi come i vari “buongiornissimi” che ti rimangono, letteralmente, sullo stomaco, ma mai quanto quello peggiore di tutti, che, se fosse un numero, sarebbe il “666”, per intenderci, il male assoluto: l’apericena!”.

La foto in copertina è stata realizzata da Donatella Francati

I segreti della chimica dietro i libri di Primo Levi

Previous article

Così la depressione ha ucciso la mia gemella: cronache del male nero

Next article
Login/Sign up
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: