Mastroberardino: vi spiego le arti del vino e dell’impresa

Piero Mastroberardino: vino
11' di lettura

Una famiglia che produce vino unico da oltre trecento anni. Mastroberardino è un brand famoso nel mondo. L’iscrizione dell’azienda alla Camera di Commercio di Avellino risale al 1878 con il Cavaliere Angelo Mastroberardino. Un’impresa di famiglia che ha affrontato e vinto numerose sfide. The Wam, per la rubrica “imprenditori di successo”, ha ascoltato Piero Mastroberardino sull’arte di fare il vino e l’imprenditore.

Mastroberardino: da 10 generazioni sinonimo di grande vino

La sua è la decima generazione al timone di un’azienda che fatto della territorialità il suo marchio distintivo. Piedirosso, Greco, Fiano, Aglianico, Falanghina e Coda di Volpe: alcuni dei vini più rappresentativi della cantina. Ognuno con un messaggio chiaro: perché il vino e il territorio sono, in primo luogo, cultura.

Piero Mastroberardino: vino e storia
Piero Mastroberardino

Piero ci accoglie nella sua azienda di famiglia ad Atripalda. Fuori c’è un freddo pungente, il cielo minaccia neve. Dopo aver superato un cortile di cemento, entriamo nel retro dell’azienda e attraversiamo un largo corridoio che si snoda fra montagne di botti. Il tesoro di famiglia. L’odore pieno dei vini ci inebria. Arriviamo in un largo salotto. Sui mobili foto di famiglia e qualche premio. Un piacevole tepore. Piero non ci fa attendere. Occhiali tondi con montatura azzurra, maglione delle stesso colore rigato di rosso, sguardo attento e penetrante a cui poco sfugge, tono di voce misurato: come chi medita bene prima di parlare.

Piero Mastroberardino e il suo vino sono un brand mondiale: a che punto sei della tua storia di imprenditore?

“Mi sento nel periodo della maturità. Ho chiaro il messaggio e il percorso che anima l’azienda. E che, spero, proseguirà anche con le prossime generazioni. Questa è un’impresa culturale e immagino proceda in questa direzione”. (Sulla sua pagina facebook Piero Mastroberdardino inserisce tanti contenuti interessanti sul vino e non solo)

In che modo Mastroberardino, azienda che si occupa di vino, è un’impresa culturale?

“Un’azienda che va oltre i soli prodotti. Ed è un connubio equilibrato delle esperienze di chi mi ha preceduto e delle mie. Un’attività dove convergono anche le mie altre passioni: scrivere romanzi, dipingere, creare, innovare”.

Innovazione: come il vino di Mastroberardino vince le sfide del mercato e delle nuove tecnologie senza snaturarsi?

“L’innovazione è sempre stato un tratto distintivo della nostra famiglia. Negli anni ’60 mio padre ha creato il suo laboratorio enologico, forte di una sensibilità familiare verso la tecnica e la sperimentazione. Io lo ricordo così: si affacciava nel cortile dove io giocavo da una porta finestra del suo studio, che era in realtà il laboratorio enologico aziendale. La ricerca, la pulsione a comprendere e a governare il cambiamento hanno rappresentato sempre un valore aggiunto per l’azienda Mastroberardino. Oltre alla costanza e al legame con la terra d’origine, l’Irpinia. Non abbiamo mai saltato una vendemmia. Durante i bombardamenti di Avellino, nel settembre ’43, la famiglia e gli amici si rifugiarono per due lunghi giorni nel rifugio antiaereo appositamente costruito da mio nonno nel cuore delle cantine, ove è ancora adesso; poi mio padre, appena quindicenne, pochi giorni dopo, agli inizi di ottobre, scrisse al fratello maggiore che era sotto le armi raccontando l’accaduto e, con orgoglio, sottolineò come, nonostante la tragedia appena occorsa, riuscirono anche quell’anno a fare la vendemmia”.

Vino Mastroberardino, un onore ma anche un onere: hai mai sentito il peso di un nome così importante?

“No, mai. E’ stato un passaggio naturale da mio padre a me. Dal 1990 al 1995 l’impresa ha affrontato un periodo delicato. Io ero giovane e ho fatto una palestra professionale impegnativa per curare il riassetto delle questioni aziendali. Da allora ho vissuto ogni esperienza con sufficiente tranquillità. Io mi sento l’anello di congiunzione fra le generazioni che mi hanno preceduto e quelle che verranno. Forse qualche pensiero in più, a volte, arriva di sera. Quando penso a come le mie scelte possano influenzare il destino di tutte le famiglie che ruotano intorno a quest’azienda. Ma non è paura, è più senso di responsabilità”.

Come si costruisce o, nel tuo caso, si consolida un brand come quello di Mastroberardino sinonimo di grande vino?

“In primo luogo ci vuole coerenza. Non bisogna cedere alle lusinghe delle vie più rapide, delle scelte opportunistiche. Durante un percorso imprenditoriale se ne presentano tante. Ma bisogna imparare a dire no. Prendere anche decisioni dolorose, avendo la forza e la costanza di guardare oltre. Una visione di prospettiva che deve prevalere rispetto al risultato a breve. E non tradire l’anima che pervade i valori che sorreggono la propria impresa. L’identità di una marca familiare plurisecolare richiede sensibilità e rispetto per le proprie radici”.

Che caratteristiche deve avere un buon vino per Mastroberardino?

“Io preferisco parlare di grandi vini. Quelli che travalicano la sola competenza tecnica, oggi alla portata un po’ di tutti. La competenza tecnica è oggi più disponibile, più facile da acquisire e replicare. Per questa ragione mettere sul mercato un vino tecnicamente non corretto non è più perdonabile, ma di per sé non basta a distinguere. Ciò che non si può copiare, invece, è il messaggio di identità, di personalità, di stile e di credo che sta dietro un vino. Il processo di produzione del vino scaturisce dal connubio tra opere di vigna e di cantina. Il primo si svolge in stretto rapporto con la natura e si sostanzia di un ruolo creativo del viticoltore che si fa interprete della miriade di opzioni che essa pone a disposizione. È la fase più difficile, poiché mentre agisci attorno a te il contesto muta giorno per giorno. Poi vi è la fase di cantina, la lavorazione del frutto. In questo caso la propria creatività deve essere governata in continuità con l’idea che ha animato l’azione in vigna, evitando di lasciarsi prendere la mano da tentazioni pseudodivine di poter compiere un’opera più grande di quella naturale. Assecondare le condizioni ottenute in vigna consentendo a un vino di esprimerle al meglio è un buon obiettivo.

Dunque in tutto questo percorso esiste una componente artistica che accompagna l’agire dell’uomo del vino. Noi non abbiamo mai voluto rinunciare al fascino della vigna, anche se una produzione integrata comporta un dispendio di energie anche economico-patrimoniali decisamente impegnativo. Ma quella fase è un anello importante del processo creativo del nostro lavoro. E inoltre sottolinea la forza del legame territoriale: la cura personale della vigna in Irpinia è la nostra ancora culturale”.

Tre lezioni che daresti a un aspirante imprenditore?

Un primo fattore imprescindibile è avere un corredo di una solida base di competenze. La preparazione è fondamentale: anche in questo caso sono bandite le scorciatoie. In secondo luogo si deve saper governare il pensiero strategico abituandosi a non risentire dei confini ristretti della propria “zona comfort”: riuscire a spingere il pensiero “out of the box”, fuori dalla propria gabbia di percezioni più immediate e scontate. E questo si lega al terzo fattore imprescindibile: una sana dose di follia. Da affiancare alla componente razionale. Su questa linea sottile si snoda anche il potenziale distintivo delle figure del manager e dell’imprenditore. Il primo, infatti, tende a definire il quadro del suo processo decisionale dando forte preminenza ad elementi razionali, laddove nell’opera del secondo spesso si rinvengono i tratti del pensiero creativo, artistico”. (Se trovi questo articolo interessante, condividilo con i tasti social. A te costa un attimo, ma ci aiuterebbe a crescere molto. Segui la pagina facebook di The Wam)

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Il tuo è un lavoro totalizzante. Come fai a non sacrificare altri aspetti importanti della vita come quello della famiglia?

“In realtà quando posso cerco di organizzare viaggi coinvolgendo la famiglia. Sono in missione per il mondo ogni mese. È una componente del processo di maturazione dell’individuo non surrogabile. Tutti quelli che mi hanno preceduto al timone di quest’azienda erano grandi viaggiatori, mio padre Antonio certamente, ma prima di lui suo padre Michele e anche suo nonno Angelo: avevano tutti un instancabile piglio da esploratori, pionieri. Hanno aperto rotte commerciali a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento verso l’America del Nord, l’America Latina, l’Africa, l’Asia e l’Oceania, in epoche in cui il viaggio era un’impresa un po’ meno comune di oggi. Il mio lavoro, per tornare alla tua domanda, pur condizionando a volte la vita quotidiana, non ha mai influenzato negativamente l’equilibrio familiare. È da sempre una componente di quell’equilibrio”.

Cantine del vino Mastroberardino: Chiesa
Cantine Mastroberardino: Chiesa

Che libri consiglieresti a degli aspiranti imprenditori che vogliono emulare Mastroberardino?

“In primo luogo consiglierei di attrezzarsi sul fronte della conoscenza della società e del suo funzionamento, dai suoi livelli più aggregati sino alle organizzazioni in cui operiamo più in dettaglio. A me è servito molto studiare le teorie organizzative e il background teorico che riconduce alle diverse visioni del mondo sociale. Poi un po’ di studi di strategia, che aiutano a comprendere meglio le dinamiche dei processi decisionali. Ma queste sono basi tecniche, poi ciascuno ricombina quelle competenze in modo personale e distintivo e imprime all’organizzazione in cui agisce uno stile di condotta non replicabile, grazie alla propria creatività.

Un terzo ambito di lettura riguarda i testi a carattere storico, anche le biografie di grandi personaggi della storia, meglio ancora se autobiografie, quando quei personaggi riescono a trasmettere nella narrazione tutte le loro incertezze, debolezze, paure. Penso alla narrazione che ha fatto Winston Churchill della Seconda Guerra Mondiale, avendola vissuta con tutto il peso delle decisioni e dei loro effetti in termini di vite umane salvate e perdute.”.

Che vino è Piero Mastroberardino?

Un vino agile, tendenzialmente sottile, complesso ma mai cupo, non esasperato, schierato nettamente sul sapido più che sul dolce. Un vino dal carattere ben definito, ossessionato dalla ricerca di un equilibrio stilistico. Questi sono anche i vini che mi piacciono e che, quindi, amo produrre (ride ndr)”.

Il vino di Mastroberardino si vende negli Usa, in Germania, in Giappone, in Russia, nel Regno Unito, in Cina… Come si internazionalizza un’azienda?

“Anche qui il passato mi viene in aiuto. Cambiano i tempi e gli strumenti, ma non la sostanza. Prima si dovevano effettuare viaggi lunghi mesi e calarsi nel contesto di ogni mercato per comprenderne elementi strutturali, opportunità e rischi commerciali. La tecnologia ha velocizzato i processi e la comunicazione. Ma, adesso come ieri, pur variando le risorse tecnologiche a supporto, la raccolta di informazioni, la formulazione di un piano, la scelta degli uomini, la coerenza nelle scelte relative al prodotto non differiscono sostanzialmente. Tra tutti questi elementi porrei l’accento sulla risorsa umana: la scelta degli uomini resta un fattore chiave per il successo. In special modo in paesi lontani geograficamente e culturalmente. Oggi è più facile acquisire questo bagaglio di conoscenze, ma i mercati sono più turbolenti e congestionati da offerte provenienti da ogni parte, dunque anche perseguire affinità culturali e ideali con i partner d’affari è una condizione importante”.

Andiamo avanti di dieci anni: che vedi nel tuo futuro e in quello dell’azienda?

“Non guardo così avanti: quello che può accadere in dieci anni è imponderabile. Diciamo che mi spingo fino a due o tre anni in avanti. E ho una visione chiara. Come ti dicevo, cerco di pormi quale anello di congiunzione fra chi mi ha preceduto e chi prenderà il mio posto. E voglio continuare ad alimentare la vocazione di arte e cultura che anima l’azienda. Un altro progetto a cui tengo molto è il museo di famiglia: stando ai piani sarà inaugurato a primavera. Raccoglie oltre tre secoli di storia. Un insieme di foto e documenti che, in larga parte, ho estratto dall’archivio familiare e catalogato. E che volentieri condividerò con chi ha voglia di lasciarsi catturare dal fascino di questa lunghissima impresa culturale”.

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