La ricetta di Messina (99 Posse) contro la musica di merda

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Dalla passata di pomodoro fatta in casa alla musica buona il passo è breve. Anzi, brevissimo. Soprattutto se di mezzo ci sono personaggi come Daniele De Michele, alias Don Pasta, e Marco Messina storico producer e dub master dei 99 Posse: gruppo che, a cavallo fra gli anni ’90 e i 2000, ha segnato la scena della musica italiana indipendente. Giovedì al Tilt di Avellino, oltre alla proiezione del film “I Villani” di De Michele, che ha attirato anche l’attenzione del New York Times, ci sarà una esibizione live tratta dalla colonna sonora del film. 

Uno spettacolo unico

Sullo stesso palco, oltre a Messina, saliranno Sacha RicciDavide Della MonicaErnesto Nobili e Massimiliano Sacchi. The Wam ha ascoltato proprio Messina. Senza peli sulla lingua, come di consueto, l’artista napoletano ha lanciato la sua personale campagna anti-stupidità di massa e contro la musica di merda. 

Marco, partiamo dall’evento al Tilt. So che sei molto selettivo nella scelta dei partner. E, se non sei convinto di chi hai di fronte, gli sbatti la porta in faccia. Eppure con De Michele hai scelto di lavorare subito. Perché?

“Ti dico che, dopo averlo conosciuto, ho pensato che fosse strano che due menti così affini, che frequentano anche ambienti simili, non si fossero conosciute prima. Il suo film si sposa alla perfezione con la mia critica al neoliberismo, al capitalismo e al globalismo. Un impegno portato avanti anche con i 99 Posse. Oggi è quasi rivoluzionario coltivare un campo di patate o preservare la tradizione legata a produzioni locali. Credo che non valga solo per l’agricoltura, ma anche per la musica non mainstream”.

Marco Messina

E’ ancora possibile fare musica “impegnata” oggi che il mondo, a partire dai giovani, è spesso proiettato a inseguire cose effimere?

“Bisogna dire che anche per diffondere della merda ci vuole impegno. Detto ciò, gli spazi per produrre bellezza ci sono ancora. Con i 99 posse abbiamo promosso lo sviluppo dei centri sociali. E oggi sono sempre di più le piccole comunità che credono in un altro mondo possibile. Alcune le ho incontrate durante workshop o lavori come “I Villani”. Insegno Sound Design all’Accademia di Belle Arti a Napoli e mi confronto quotidianamente con i ragazzi. Loro sono vittime e non artefici del mondo che viviamo. Penso alla mia giovinezza. Quando in tv, oltre ai programmi popolari, c’era la possibilità di guardare gli spettacoli dell’attore, scrittore e drammaturgo Carmelo Bene o di ascoltare Pasolini. Mentre oggi c’è un impoverimento culturale fra i media. Le alternative sono poche. Anche perché un popolo di pecore fa comodo ai partiti che vogliono gestire il potere, muovendo gli umori della pancia. Guarda la Lega che a Sud fa incetta di voti dopo aver offeso i terroni per anni. E’ bastato far leva su paure ancestrali e spostare il tiro verso gli extracomunitari”.

Marco Messina

Dalla tua descrizione emerge un mondo in larga parte gestito da chi vuole un popolo fatto di idioti lobotomizzati per poterli controllare. Non ci sono alternative?

“Io credo che piangere e lamentarsi non serva a nulla. Una rivoluzione parte anche da noi stessi. Per iniziare è sufficiente limitare la critica ai lavori da quattro soldi e concentrarsi su quelli meritevoli. Non serve dannarsi perché artisti da talent, spesso scadenti, ricevono milioni di like o visualizzazioni sui social network. E’ molto più utile, invece, promuovere e diffondere i contenuti di artisti, registi, professionisti che fanno davvero cultura, spesso rimettendoci di tasca propria. Si devono raccontare queste piccole realtà che hanno deciso di non adattarsi allo status quo. Bisogna promuovere un’aggregazione di questi progetti. Penso al Tilt dove ci sarà la nostra prossima serata: un locale da grande pubblico e che, quindi, deve fare anche musica mainstream. Ma è gestito da persone che non rinunciano a proporre artisti differenti e di nicchia perché li stimano. E perché sanno che è importante farli conoscere”.

Quindi, mi sembra di capire, fare bella musica e bei progetti rappresenta già un atto rivoluzionario?

“Assolutamente. Penso che bisogna creare ed esprimersi senza seguire le mode. Se ti senti di dire qualcosa di diverso, se credi che il tuo lavoro sia buono, fallo e fregatene di tutto il resto. Sperimenta: è proprio da lì, da quella voglia di provare e raccontare diversamente, da quel desiderio di aprirsi alla mescolanza di culture e di generi, che nasce quell’altro mondo possibile di cui ti parlavo. Il discorso vale per tutti: agricoltore o musicista indipendente”.

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