Milano, Versace, le atelier d'alta moda. Ho lasciato tutto per la mia bottega a Montoro

Gaia Petrizzi, designer, scenografa, artista, è tornata a Montoro per creare la bottega col suo marchio Tupi Tupi dopo l'esperienza con Versace e grandi atelier.

atelier tupi tupi copertina gaia petrizzi
4' di lettura

“Accessori, gioielli, quisquilie e anomalie varie interamente realizzate a mano e in pezzi unici. Pizzi, merletti, antiche posate, oggetti vintage e di antiquariato, ricordi e foto riportati alla luce dalla polvere, ripresi da vecchi bauli e da cassetti dimenticati”. Si presenta così il marchio di moda “Tupi-Tupi”, dell’irpina Gaia Petrizzi, classe 1978, designer, scenografa, artista, collezionista di oggetti d’epoca. Dopo aver lavorato per oltre dieci anni per la Maison Versace a Milano, e aver collaborato con altri grossi marchi di settore, Gaia Petrizzi ha dato vita al suo brand. E ha fatto una scelta, apparentemente contro-intuitiva, lasciando la grande metropoli e tornando in provincia di Avellino. Nel suo paese di origine, a Montoro, per dare vita a “una bottega capace di far rivivere, in lavori unici, oggetti antichi e particolari”.

Il lavoro di Gaia ha avuto menzioni su importanti riviste di settore come “Cosmopolitan” e “Tu Style” e lei continua a intrattenere collaborazioni con Milano e Torino realizzando delle collezioni ispirate ad alcune mostre presenti al Gam, al Palazzo Reale e al Mudec (Frida, Leonardo e la natura, Preraffaelliti tra le altre)

Gaia, partiamo dalle origini, il viaggio a Milano e la collaborazione con i grandi marchi della moda.

“Ho iniziato con una mia linea amatoriale e poi ho intrattenuto varie collaborazioni con realtà prestigiose come il Giffoni Film Festival. Quindici anni fa sono andata a Milano dove ho trovato un lavoro in Luxury Moda di Versace. Fino a che mi sono licenziata e ho costruito dei rapporti lavorativi con altri noti marchi”.

Una scelta che, per chi non conosce la tua storia, può stupire. Milano, per tanti, rappresenta un punto d’arrivo. La città della moda per antonomasia. Eppure tu decidi di lasciarla.

“E’ stata una scelta naturale. C’erano delle cose di Milano che non mi piacevano più. Un contesto che, spesso, ti incattivisce. Diventa necessario sviluppare e poi indossare una corazza per affrontare diverse situazioni, soprattutto in alcuni ambienti lavorativi. Finisci per vivere lunghi momenti di isolamento e solitudine e coltivare i rapporti umani è più complesso. La città è spesso un grosso paesone con schemi che si ripetono e gli stessi gruppi di persone che si incontrano ma, non sempre, quelle persone sono realmente vicine. Quell’esperienza mi ha insegnato tanto, ma era giusto cambiare. Lo sentivo dentro di me. Prima avevo pensato a Parma, che pure è una città che conosco bene e mi piace, poi ho deciso di tornare qui in provincia di Avellino”.

Accessori tupi tupi

Un salto geografico che equivale a una rivoluzione. La piccola e sonnacchiosa provincia che si contrappone alla grande e caotica metropoli. Come hai vissuto questo cambiamento e soprattutto come è stata accolta la tua attività?

“E’ stata una esperienza catartica. Avevo bisogno di disintossicarmi dalla caoticità di Milano. Riscoprire le piccole cose che per me avevano tanto valore. Il rapporto diretto con la natura, piccole esperienze e riti quotidiani come prendere il caffè allo stesso bar o andare dal panettiere a comprare il pane e scambiare quattro chiacchiere. Un ritmo più lento che offre una prospettiva diversa sul mondo che ti circonda. Tornare era una sfida. Spesso, a Nord, la creatività ce la portiamo noi del sud. E, molti di quelli che hanno successo, poi non tornano indietro. Non credono sia importante. Io la penso diversamente. Anche perché spesso noto che la mia bottega diventa un luogo terapeutico”.

Che intendi?

“Questo tipo di artigianato, con prodotti particolari e mai uguali, attira spesso persone altrettanto particolari. Una calamita di umanità, ricca di sfumature, con la quale è stimolante interfacciarsi. Anche se, non sempre, è facilissimo. Posso dire di essere soddisfatta. Spesso vengono nella mia bottega da Cava de Tirreni, Capaccio o altre zone del salernitano. C’è il gusto per l’accessorio che non puoi trovare nei supermercati e in tutte quelle attività sempre più simili a una catena di montaggio. E c’è un modo diverso di vivere anche il rito dell’acquisto. Nessuna commessa che ti assale, la sorpresa della scoperta fra gli scaffali, perdersi fra i colori e le forme”.

Il nome Tupi-Tupi è onomatopeico, semplice, divertente. Come è nato e che significa?

“Il nome lo devo a mia sorella Eliana. Le avevo regalato una bambola. Lei, come tutti in famiglia, ha questa passione di modificare le cose e creare lavori artistici. Eliana ha dipinto la bambola colorando il volto di nero. E la chiamava Tupi-Tupi. Un nome che non ha significato, ma mi ha colpito fin dalla prima. Suonava bene ed è stato mantenuto.”

Prima hai parlato di riscoperta dell’artigianato. L’unicità di un prodotto che non sarà mai uguale a quello successivo. Un’oasi ideale, uno scoglio in una corrente di omologazione, fatta di grandi marchi, che rischia spesso di travolgere tutto ciò su cui si abbatte. Come ti sei conquistata la tua fetta di clientela?

“Nessuno stratagemma particolare. Io vivo alla giornata con tutto ciò che questa espressione racchiude. Per quanto riguarda la mia attività ho una pagina facebook e un account Instagram, ma non ho adoperato alcuna tecnica speciale per pubblicizzare i prodotti. L’autenticità è fondamentale, il resto lo ha fatto il passaparola”.

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