Montoro. Così hanno depredato e stravolto il nostro territorio

12' di lettura

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

di Carmine Petraccaro*

Ho letto nei giorni scorsi vari interventi riportati dai quotidiani su quanto si sta realizzando nella zona Industriale di Montoro. Si sono finalmente levate altre voci di dissenso su quanto realizzato ed allora io che appartengo ad una generazione che si è formata pensando al progetto, come opera di mediazione con la natura, capace di raccontare le ragioni della sua presenza, questa volta vorrei attirare l’attenzione non sulla funzione ma sul fatto che quanto progettato non ha assolutamente un’anima e non si inserisce nel paesaggio. Per dirla in breve anche una struttura industriale deve avere e mostrare la sua identità. Tutto questo, giusto o sbagliato che sia, è stato negato con le opere tutt’ora in corso perché sono stati realizzati dei capannoni che potrebbero essere destinati a qualsiasi uso: un cementificio, un deposito, una fonderia, una fabbrica di automobili, una palestra, una piscina, un cinema, ecc…

Anche l’area industriale di Solofra è modello

Una cosa è certa, lo sottolineo: non si può parlare di Architettura Industriale ma solo di capannoni e posso affermarlo con forza perché la struttura ormai si mostra con tutta la sua fisicità. Già in passato ho affrontato questo tema e denunciato le molteplici criticità che oggi, proprio perché ignorate, si manifestano con tutta la loro forza evidenziando ancor più le responsabilità del Governo del Territorio che non ha saputo leggere la sua vocazione, né approntare gli Strumenti Urbanistici adeguati, ma ha preso decisioni e dato autorizzazioni a “prescindere”!

Sembra strano ma persino l’area industriale di Solofra, che certamente non può essere assunta come “modello” ed è stata realizzata per lo più nel corso degli anni’ 70 e 80 del secolo scorso, a confronto con quanto si sta realizzando a Montoro, dimostra di avere un rapporto con il territorio più calibrato. Ritornando agli articoli, devo evidenziare come negli stessi, pur mettendo sul tappeto problematiche ormai evidenti e che si manifestano con tutta la loro drammaticità in un territorio certamente non vergine ma non certo adeguato ad accogliere una struttura così invasiva, nulla viene detto sull’occasione perduta con un progetto così importante che avrebbe potuto, se ben gestito, garantire un adeguato confronto con il territorio.

Violentata la storia e la natura

Purtroppo, nella progettazione non è stato verificato l’impatto della costruzione dei capannoni “poggiati” su di un’area che di fatto ha perso la sua natura. Non ci troviamo di fronte ad un’area industriale ma ad una piattaforma logistica di 100mila metri quadrati che ha cancellato quanto la mano dell’uomo e la natura avevano modellato in millenni di storia. La causa maggiore sta proprio nelle “deroghe” e nelle varianti alle Norme Urbanistiche ignorate da chi avrebbe dovuto controllare, autorizzando ciò che oggi emerge con tutta la sua criticità anche dalla sola lettura del poco carteggio presente agli Atti del Comune. Scelte così definitive non dovevano essere portate avanti esclusivamente dall’Utc o dalla Giunta Comunale, ma sottoposte all’approvazione del Consiglio Comunale dopo un confronto con la comunità. Decisioni su temi Infrastrutturali, Superficie Coperta, Volumi, Altezze, ecc…, sono di competenza del Consiglio Comunale. L’idea, poi, di accettare la trasformazione del Volume in “Volume Tecnico” è una trovata per risparmiare gli Oneri di Urbanizzazione e i Costi di Costruzione oltre che chiaramente quella del dimensionamento dei lotti.

Hanno prodotto un aborto urbanistico

La superficialità che ha guidato il percorso progettuale ha prodotto un “aborto urbanistico” ed edilizio che segnerà per sempre la nostra valle. Il territorio è stato snaturato, è diventato altro. La Politica e l’opera dell’uomo hanno fallito, perché non hanno saputo dar vita ad un momento di crescita e sviluppo attraverso una mediazione adeguata, ma hanno puntato sulla distruzione delle risorse, comprese quelle umane. Detto questo, se vogliamo essere chiari e dirla tutta, (senza con questo voler assolvere chi ha deciso di realizzare queste “strutture metafisiche” ed assurde in un contesto naturale) a monte di tutto ciò c’è stata una strategia, anche da parte della Pubblica Amministrazione, tesa a non far comprendere quali fossero davvero le intenzioni e quali fossero le strutture da realizzare.

Piano esecutivo, questo fantasma

A Montoro, infatti, non esiste un Piano Esecutivo per gli Insediamenti Produttivi forse proprio per consentire una gestione “estemporanea”, adattando tutto alle esigenze del momento. È mancata la programmazione e la pianificazione del territorio e questo ha lasciato il campo libero a progettisti, imprenditori, operatori economici e, perché no, anche all’Amministrazione Comunale per fare scelte in tutta libertà. Tutto ciò è facilmente riscontrabile dai pochi documenti presenti agli Atti del Comune. Basti dire che il Piano per gli Insediamenti Produttivi, che coinvolge un’area di oltre 100mila metri quadrati, si compone di una sola Tavola e questa è servita a pianificare quanto è stato realizzato. Esistono documenti e progetti delle opere in corso ma manca il Piano. Progetti peraltro solo timbrati ma non firmati dagli Enti territoriali competenti, compresa la Soprintendenza BAP, essendo la zona vincolata dalla 431.

Territorio piegato all’interesse dei singoli

Nel caso della Cartiera hanno pensato di utilizzare questa “deficienza” normativa e/o di Pianificazione, per fare un salto nel buio. È stata fatta una programmazione “estemporanea” senza coinvolgere coloro i quali avrebbero dovuto esprimersi ed evidenziare le criticità e gli aspetti negativi che un intervento di questo tipo avrebbe comportato. Tutto è stato fatto per evidenziare la dinamicità del Territorio e l’operatività amministrativa, derogando addirittura dalla deroga e piegando l’assetto del territorio alle esigenze dei singoli. In tutto questo l’Azienda che ha deciso di sottoscrivere e proporre questo progetto che oggi si manifesta con tutta la sua fisicità, ha dimostrato di non avere idee né rispetto per il Territorio che non è solo di Montoro, ma dell’Italia intera. Eppure, per quanto è di mia conoscenza, l’Imprenditore che ha deciso di insediare l’Azienda a Montoro viene da Amalfi, dalla Valle dei Mulini, dove l’uomo per millenni ha saputo convivere in simbiosi perfetta con la natura anche con attività industriali.

Un altro mostro nella Valle dell’Irno

Come mai l’esperienza passata non gli è stata di nessun insegnamento arrivando di fatto alla colonizzazione dell’alta Valle dell’Irno e/o alto Sarno con un “mostro”? Quanto è stato proposto e realizzato è irrispettoso nei confronti della Comunità, del Paesaggio e della sua Storia. La responsabilità non può che essere degli Amministratori perché non hanno saputo o voluto capire tutto ciò, accompagnando e alimentando tragicamente le scelte scellerate, proposte da qualcuno a cui di questa terra non interessa nulla ma vuole solo sfruttarla.

Quanto sta sotto i nostri occhi è il risultato di arroganza, superficialità, ignoranza, di disprezzo del senso civico che nega la conoscenza del luogo e della sua storia. Perché nessuno si è posto il problema di che fine abbia fatto il “tratturo romano” che attraversava la Masseria Pisana e che oramai giace sotto decine di metri di detriti e terreni costipati? Come è stato possibile cancellare la natura del luogo, il paesaggio e quanto prodotto dall’uomo fin ad oggi? La risposta non può che essere una: chi ha programmato, progettato e portato avanti questa scelta non ha pensato, né osservato!

Nessuna mediazione con la natura

È impensabile portare avanti un progetto di queste dimensioni senza affrontare il tema della mediazione con la natura, con il contesto da intendersi sempre come integrazione, e/o miglioramento dell’esistente, giammai con atteggiamento predatorio. È necessario un nuovo Umanesimo che porti ad “umanizzare” il rapporto con la natura e il Territorio. Detto questo non è necessario fare cenno alla fase di approvazione dei Progetti perché ci sono lacune ad oggi non colmate.

Non si comprende, infatti, sulla base di quale Pianificazione e Norme di attuazione tali Atti siano stati valutati dal momento che il Piano per gli Insediamenti Produttivi di Montoro, Chiusa – Torchiati, ancora oggi non esiste. Qualora, a prescindere dalle approvazioni, agli Atti del Comune fosse stato depositato qualcosa, a seguito dell’accesso agli Atti si sarebbe trovato!

Il paradossale iter per la Cartiera

Ebbene malgrado tali deficienze sostanziali è stato tutto approvato e l’iter Tecnico – Amministrativo si è concluso con il parere positivo degli Enti Territoriali preposti. A quanto pare anche il Ministero per lo Sviluppo Economico non si è posto il problema. È solo per dignità che non riporto la lettera della Soprintendenza BAP, in cui, acquisito quello del Comune di Montoro in data 04/11/2015 prot. 26745, viene espresso il Parere Favorevole sui progetti, ma solo la frase presente nella nota in data 03/11/2015 Prot. 18437 – considerato che il responsabile del procedimento di questo Ufficio ha ritenuto che le opere proposte si inseriscano armonicamente nel paesaggio oggetto di tutela, perché le opere previste consistenti nell’adeguamento ed ampliamento della viabilità esistente, in massima parte, non sono visibili da luoghi di normale accessibilità e le opere di contenimento, realizzate con terre armate, le aree a verde, piantumate con essenze del luogo, costituiscono idonee opere di mitigazione; ritenuto di condividere a fare propria la suesposta valutazione, esprime, per quanto idi competenza limitatamente alla compatibilità paesaggistica del progetto intervento nel suo complesso ad alla conformità di esso – (stiamo parlando di zona vincolata ai sensi del D.Lgs 42 cosiddetta Legge Galasso) È superfluo fermarsi sulla tempistica come la nota in data 22/02/2017 prot. 4780 e ancora alla nota dell’UTC in data 24/02/2017 prot. 5030 dove tra l’altro si legge: – considerato che l’area interessata dalle opere, come si evince dalla Relazione tecnica illustrativa, è sottoposta alle disposizioni contenute nelle parti terza e quarta del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, D.Lgs 42/2004, art. 142, comma 1, lettera c) in quanto ricadente nella fascia dei 150 metri del Torrente Solofrana: – Esaminata la documentazione trasmessa ae valutarne la conformità alle disposizioni del D.P.C.M. 12/12/2005; – Considerato che il responsabile del procedimento di questo Ufficio ha ritenuto che le opere proposte possano essere oggetto di autorizzazione, trattandosi di un complesso industriale “compatibile con il paesaggio circostante già interessato da altre costruzioni industriali” ; – Ritenuto di condividere a fare propria la suesposta valutazione, esprime, per quanto di competenza, limitatamente alla compatibilità paesaggistica dell’intervento nel suo complesso parere favoevole a rilascio dell’autorizzazione paesaggistica per le opere in oggetto, così come dettagliate nel progetto trasmesso, di cui si restituisce copia debitamente vistata. Mi sono limitato a riportare la sola motivazione perché tutti possano rendersi conto del “decadimento morale e intellettuale” di chi avrebbe dovuto vedere e non ha visto.

Quella subdola non autorizzazione

Ebbene nella lettera di approvazione, a firma del Funzionario che ha istruito la pratica e dello stesso Soprintendente, si legge anche che viene rilasciata una copia debitamente vistata, copia che in realtà è solo timbrata. E che dire della nota dell’ARPAC allegata al Verbale di Conferenza dei Servizi, nella seduta del 13/06/2018 dove non si sa da chi è stata cancellata la parola “…a condizione.” In calce alla stessa e sulla documentazione sottoscritta da tecnici abilitati a supporto della scelta progettuale? La cosa più subdola è che nessuna autorizzazione fa riferimento al Piano degli Insediamenti Produttivi, evidentemente proprio perché si sono resi conto della sua inesistenza e inosservanza, cosa che però non solo non ha fatto emergere tali incongruenze, ma addirittura le ha sostenute e tutto è accaduto nell’indifferenza anche della Comunità residente. 4 È stata sciupata una occasione di sviluppo per il nostro territorio. L’unico risultato raggiunto è che è stato stravolto e depredato.

Umanizzazione delle industrie

Sono stati realizzati solo contenitori vuoti come quelli delle idee mancanti, senza riguardo per la Comunità e per l’indotto che un intervento qualificato avrebbe portato. Mi chiedo se questi Imprenditori, questi Progettisti, gli Enti territoriali competenti, hanno mai sentito parlare della “rivoluzione industriale di fine 800”? Ebbene bisogna dire loro che un secolo e mezzo fa Industriali Illuminati hanno prodotto dei veri e propri Monumenti dell’Architettura Moderna in Europa, puntando sulla “umanizzazione” delle Industrie. Peraltro ci troviamo ad affrontare un tema nell’anniversario della fondazione della scuola di Architettura, arte e design attiva in Germania dal 1919 al 1933 fondata da Walter Gropius “la Bauhaus” che ha lasciato un solco profondo nella storia dell’architettura mondiale. Ebbene a parte l’anniversario che è anche un dovere professionale ricordare, ci sono opere progettate da Walter Gropius e Adolf Meyer nel 1911 in una conca tra boschi e colline della Bassa Sassonia, dove è incredibile la somiglianza con il territorio Montorese, solo che nella Sassonia Gropius e Meyer hanno realizzato le Officine Fagus e tanti altri edifici diventati simboli dell’architettura industriale, mentre a Montoro con le risorse pure utilizzate, abbiamo realizzato ciò che sta sotto i nostri occhi.

Eppure nel 2019 a Montoro, con il colpevole silenzio Amministrativo e nell’indifferenza di tutti, è stato possibile realizzare tutto questo è davvero assurdo trasformare in un deserto piatto un’area di 100.000 mq, con i suoi campi coltivati, le abitazioni, il Bacino Imbrifero, i suoi pozzi, le sue stradine, i suoi canali, la sua fauna, (siamo in un’area vincolata ai sensi della Legge 431 del 08/08/1985, a cavallo del fiume Solofrana).

Il ruolo degli uffici tecnici

È possibile che tutti coloro che hanno avuto un ruolo nella verifica e approvazione dei progetti non si siano accorti dell’assurdità di quanto veniva proposto in un’area già fortemente antropizzata? Sinceramente c’è qualcosa che sfugge a cominciare dal ruolo degli Uffici Tecnici, atteso che per una casetta colonica, l’apertura di un balcone, o l’istallazione di un ascensore, compilano pagine per richiedere integrazioni, invocando lo scrupoloso rispetto delle Norme Tecniche di Attuazione e qui tutto è stato fatto velocemente e senza intoppi nelle poche settimane necessarie per l’approvazione del Progetto da parte del Comune e della Soprintendenza, senza che nessuno avesse prestato attenzione all’assenza del Piano Esecutivo dell’Area per gli Insediamenti Produttivi. Purtroppo si è persa un’occasione che, ben gestita, poteva fungere da volano per l’intero Territorio. Strutture industriali realizzate anche di recente, nel rispetto del contesto e del paesaggio, lo hanno addirittura migliorato, hanno portato un valore aggiunto, hanno aiutato l’operatività dell’uomo e generato un indotto che supera il valore delle produzioni della stessa azienda come nel caso delle Cantine Antinori nel Chianti.

A prescindere dalle singole responsabilità la causa fondamentale risiede nella mancanza di conoscenza. Alla base di tutto ci deve essere la cultura, presenza ancora più determinante quando si modifica sostanzialmente il Territorio. Come sosteneva Cartesio “cogito ergo sum”. Dimenticavo. Siamo in piena situazione kafkiana: la struttura industriale e le opere di urbanizzazione volgono al termine ma il terreno risulta ancora intestato ai proprietari originari. Cosa faranno i notai che dovrebbero stipulare l’Atto di trasferimento: citeranno il terreno o i capannoni industriali?

*Architetto

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