Avellino centro della cultura campana non è uno spot, anzi

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Per anni ci hanno ammorbato con la storia di Avellino isolata, periferica, irrimediabilmente provinciale. E per questo destinata a rivestire un perenne ruolo da comprimaria, una seconda o terza scelta per definizione. Come quei vecchi cinema che proiettavano i film della stagione precedente. Serviva il rock, per far capire che è vero il contrario: Avellino è il centro della Campania, ma anche un luogo facilmente raggiungibile dalla Puglia, dalla Calabria e dalla Basilicata. Tanto per smentire una delle certezze che per anni sono state cavalcate dalla politica e dai professionisti del disfattismo.

I sold out ripetuti per i concerti dei Lambchop, dei Dream Syndicate, dei Wire e pochi giorni fa dai Motorpsycho, testimoniano il contrario. Con presenze da tutta la regione e da buona parte del sud. Non solo per il richiamo di quei nomi (amati dagli appassionati dell’alternative rock, ma non certo popolarissimi), ma anche per la possibilità di raggiungere con una certa facilità il capoluogo irpino, a un attimo di strada da Salerno, Napoli e Benevento. Ma pure da Foggia e Bari.

“E’ così – spiega Lello Pulzone, che con Luca Caserta ha organizzato gli eventi -, ma nessuno voleva rendersene conto. E’ stato necessario il coraggio, l’ambizione e la determinazione di qualcuno che, senza fondi e senza sponsor, si impegnasse per raggiungere un risultato importante e per nulla clamoroso. Oggi Avellino è diventata una possibile meta per tanti artisti. Stiamo lavorando per portare in Irpinia gli Stereolab, ma siamo stati contattati da Bristol: hanno intenzione di organizzare ad Avellino una delle date dedicata a Nick Drake, con la partecipazione di decine di artisti di livello internazionale”.

Una centralità, quella avellinese, che ha suscitato la stizzita reazione di Napoli, ma che resta indubitabile. E’ difficile contraddire la geografia. Come anche l’assoluta certezza che per un salernitano, un barese o un foggiano (di città o provincia) è più semplice e comodo arrivare ad Avellino che infilarsi nella bolgia metropolitana di Napoli. E da tanti quartieri del capoluogo partenopeo la nostra città è subito dietro la galleria di Monteforte…

La centralità avellinese dovrebbe radere al suolo vecchi alibi, il lamento delle “zone interne”, una visione claustrofobica del presente e del futuro, e invitare chiunque ad allargare lo sguardo e rendere questa consapevolezza un reale e determinante punto di forza. Proprio come hanno fatto Pulzone e Caserta con il suo Godot Art Bistrot (e insieme a loro altri coraggiosi, come Felice Caputo del Tilt), senza l’appoggio di nessuno. Tantomeno delle istituzioni.

Ci rivolgiamo ai due candidati sindaci, Festa e Cipriano, così impegnati in questi giorni a racimolare voti e distribuire promesse. Nei loro programmi la “centralità avellinese” non viene menzionata. Eppure ci sembra un punto di partenza per costruire un futuro prossimo che non sia solo una estenuante lamentazione.

Da anni ribadiamo che nella gestione del teatro comunale è da sempre mancato il coraggio. Anche e proprio in considerazione di questa centralità avellinese. Ci siamo limitati al minimo sindacale, con il Teatro Pubblico Campano e le rappresentazioni di spettacoli che si potevano vendere in qualsiasi altra struttura della regione, e che quindi non avrebbero mai potuto attrarre in città gente da Napoli, Salerno, Benevento e Caserta. Si poteva anche osare. Facciamo un esempio, banale (e forse irrealizzabile): ma siamo certi che un concerto acustico di Neil Young anche con un prezzo del biglietto alto (diciamo 100 euro), non avrebbe fatto sold out facendo arrivare in Irpinia spettatori da tutto il sud? E’ una domanda retorica, certo che sì. Salerno si è ritagliata uno spazio al “Verdi” per la lirica, Avellino non poteva fare altrettanto con il balletto (con artisti di livello internazionale)?

La verità che ad Avellino si parla molto, ma pochi hanno capito il potenziale delle proposte culturali. C’è ancora un’idea farlocca, che ispira due convinzioni: con la cultura non si mangia e la cultura è una cosa pallosa. Certezze che hanno condizionato le scelte. E quindi: o si va sul nazionalpopolare (Massimo Ranieri – bravo, per carità – è stato ad Avellino più di molti avellinesi, oltre che in tutti i teatri della regione), o sui concerti che devono essere chissà perché gratis.

Il concertone di Ferragosto merita di essere rivisto, gli anni passano e le formule invecchiano. E le casse del comune non consentono spese senza rientro. Sarebbe meglio sostituirlo con un altrettanto popolare – e meno oneroso (è solo un esempio) – festival di musica tradizionale accompagnato da eventi legati alla cucina tipica.

Con i soldi risparmiati sarebbe forse opportuno organizzare una rassegna rock, che duri una settimana, magari nel periodo delle Luci d’artista (per approfittare del richiamo), e con eventi a pagamento: il comune non perde soldi (la cultura è anche business), con un indotto che potrebbe far felici commercianti, strutture alberghiere e bed &breakfast.

Spazi come il Parco Santo Spirito sono straordinari per le notti della techno (qui Felice Caputo potrebbe essere fondamentale), o organizzare in zone decentrate serate, a pagamento, con artisti rap, hip hop o trap, anche per conquistare ragazzi più giovani.

Ma quello che è vero per la musica è vero anche per altro. A partire dal brand Laceno d’Oro. Il festival merita di essere ripensato. Così come il Palio della Botte dovrebbe diventare più attrattivo (non è l’unica tradizione “inventata” in giro per l’Italia). Senza dimenticare eventi a tema (e a pagamento), per promuovere, come si dice, le nostre eccellenze.

La cultura è il marchio di un territorio. Ma è anche business, e crea un indotto notevole. Basta togliersi dalla testa che tutto debba essere gratis o che – peggio – non abbia valore. Soprattutto ora che abbiamo riscoperto la centralità avellinese.

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