Nanami. Il Recoba giapponese che non lasciò tracce a Venezia

Compie gli anni Hiroshi Nanami, centrocampista giapponese che giocò una stagione in Serie A con la maglia del Venezia, a cui non riuscì l'operazione Nakata con il Perugia. Nanami, idolo in Patria, s'inabissò presto con tutta la squadra sul fondo della classifica, fino alla retrocessione in B. Senza lasciare traccia.

Nanami. Il Recoba giapponese che non lasciò tracce a Venezia
La storia di Hiroshi Nanami, il centrocampista giapponese del venezia che si rivelò un flop di mercato.
2' di lettura

Un affarone, pensò Zamparini, che dalla J-League e precisamente dal Jubilo Iwata, club conosciuto per avere accolto Salvatore Schillaci ormai sul viale del tramonto, prelevò in prestito con diritto di riscatto il centrocampista Hiroshi Nanami.

Un calciatore giapponese nella città italiana più visitata dai giapponesi. L’idea di Maurizio Zamparini, allora presidente del Venezia, non era affatto malvagia. Un’operazione di marketing associata al calcio per portare benefici alle casse societarie. E poi l’Italia era reduce dall’arrivo dal Sol Levante di Hidetoshi Nakata, acquistato dal Perugia di Luciano Gaucci per una manciata di yen e rivenduto alla Roma per 30 miliardi di lire più il cartellino del russo Alenichev.

Paragoni azzardati

Nato a Fujieda il 28 novembre del 1972, Nanami, prima di sbarcare a Venezia, aveva vinto due campionati giapponesi, una Coppa del Giappone, ma soprattutto una Champions League asiatica e una Supercoppa d’Asia, portandosi a casa anche il premio di «Nuovo Eroe» della J-League e disputando il Mondiale in Francia nel 1998.

Fu lo stesso Schillaci a dare il benestare all’affare: «In Giappone è uno dei migliori, la sua specialità sono gli assist, sapeste quanti gol mi ha fatto segnare. E sulle punizione è implacabile, mi ricorda Giuseppe Giannini».

Zamparini esagerò addirittura: «È il più forte calciatore giapponese. Hiroshi ha la stessa classe di Recoba». Tombola.

Nanami, molto più sulle sue, timido e impacciato nel giorno della presentazione ufficiale, si limitò soltanto a dire: «Mi piacerebbe lasciare un buon ricordo ai tifosi e a rimanere a Venezia il più a lungo possibile».

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Nanami Hiroshi con la maglia del Venezia (1999/2000)

Delle due, nessuna. Perché il centrocampista con gli occhi a mandorla, che si ispirava a Redondo e Hagi, non lasciò traccia in terra lagunare. Giocò pure abbastanza, 24 partite, segnò un gol in campionato (inutile, nel 5-2 subito dall’Udinese), un altro in Coppa Italia (stavolta decisivo, contro il Pescara), smazzò qualche assist, ma con un rendimento sempre al di sotto delle potenzialità rimaste inespresse.

Venezia in B, Nanami in Giappone

Il Venezia, partito con un giovane Luciano Spalletti in panchina e con una squadra composta dagli esperti Iachini, Maniero, Luppi, Volpi e Valtolina, a cui si aggiunse Ganz nel mercato di gennaio, si inabissò presto sul fondo della classifica e neppure Giuseppe Materazzi e Francesco Oddo riuscirono nell’impresa di salvarlo.

Nanami venne silurato e rispedito al Jubilo Iwata e qui, giocando altre sei stagioni, vinse un campionato giapponese, la Coppa dell’Imperatore, tre Supercoppe del Giappone, meritando anche il premio di miglior giocatore della Coppa d’Asia, soltanto pochi mesi dopo aver salutato Venezia che, forse, non credette in lui quanto Schillaci.

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