'Ndrangheta, il boss Mancuso e l'ex senatore massone che citava Dell'Utri

'Ndrangheta, 334 arresti nell'operazione Rinascita-Scott. Nelle carte d'indagine l'ex senatore massone Giancarlo Pittelli e spuntano intercettazioni su Marcello Dell'Utri.

19' di lettura

di Andrea Fantucchio – ‘Ndrangheta, politica e massoneria unite per fare affari milionari in tutta Italia e all’estero. Lo dice l’ultima inchiesta della Procura antimafia di Catanzaro sfociata in 334 arresti. L’obiettivo finale, per molti ‘ndranghetisti, era proprio quello di portare i soldi fuori dalla penisola, riciclarli, ricostruirsi nuove identità e quindi nuove vite, senza perdere i contatti con la terra d’origine, la Calabria, dove risiede l’epicentro di quella “Santa”, la “mamma che è una sola”.


Indice:
  1. ‘Ndrangheta, sangue e politica
  2. ‘Ndrangheta, 334 arresti
  3. Chi è Giancarlo Pittelli
  4. Legami ‘Ndrangheta-Cosa Nostra
  5. L’origine della ‘ndrangheta
  6. Le doti dello ‘ndranghetista
  7. Il pentito racconta la ‘ndrangheta di Vibo Valentia
  8. Il rito di affiliazione
  9. Stragi di mafia e ‘ndrangheta
  10. Messina Denaro e gli “omicidi eccellenti”
  11. “Aiutiamo Forza Italia”
  12. Luigi Mancuso, il supremo
  13. La ‘ndrangheta e Dell’Utri
  14. ‘Ndrangheta e massoneria
  15. Virgilio: la massoneria “deviata”
  16. ‘Ndrangheta, massoneria e Pittelli
  17. “Il Mondo si divide in due”

‘Ndrangheta, sangue e politica

Un’organizzazione militare, la ‘ndrangheta, capace di infiltrarsi in settori della pubblica amministrazione e di avere voce in capitolo in importanti affari ed iniziative imprenditoriali (spiccano la costruzioni di villaggi turistici, con lavori per vari milioni di euro), intessere collaborazioni con Cosa Nostra e contribuire all’elezione dei governi (in delle intercettazioni spunta il nome di Marcello Dell’Utri, fedelissimo di Berlusconi).

Fantasmi che muovono le fila della politica che conta, dirottano voti, manipolano consensi, così presenti eppure così invisibili, sussurrano alle orecchie giuste, grazie proprio all’endorsement di massoneria, servizi segreti e forze armate (sono indagati ufficiali dei carabinieri e della finanza), siedono nelle stanze del potere ma, quando è necessario, tornano a macchiare di sangue strade polverose di paesini sperduti. Gli ‘ndranghetisti che contano, infatti, non smettono mai di occuparsi con diligenza delle dinamiche che regolano i paesini di origine quando, con tutti i miliardi raccolti, potrebbero andare praticamente ovunque. Ma, senza conservare il potere in quella Calabria, dove tutto è iniziato e dove tutto si alimenta, nulla di quanto costruito avrebbe senso.


Nicola Gratteri
Procuratore di Catanzaro

‘Ndrangheta, 334 arresti

E’ un quadro estremamente complesso quello che emerge dalle migliaia di pagine di ordinanza cautelare, che TheWam.net ha potuto visionare, che mettono nero su bianco gli anni dell’indagine condotta dai carabinieri del Ros, coordinati dal magistrato antimafia Nicola Gratteri.

Una inchiesta che ha portato a 334 arresti e 400 indagati, fra i quali spiccano esponenti di rilievo del Partito Democratico e di Forza Italia. L’ex senatore Giancarlo Pittelli per i magistrati calabresi era “accreditato nei circuiti della massoneria più potente”, un passepartout per gli ‘ndranghetisti di Luigi Mancuso, il “Supremo” o lo “zio”, che rappresentava una delle punte della Stella che è l’emblema delle famiglie più potenti delle ‘ndrine.

“Un valore aggiunto per la Calabria e per tutta l’Italia”. Così Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, annunciava l’ingresso nel partito proprio di Giancarlo Pittelli.

Chi è Giancarlo Pittelli

L’avvocato che – per gli inquirenti – era capace di intessere relazioni fra ‘ndrangheta, circuiti bancari, ma anche ospedali e università. Come l’ateneo di Messina dove studiava una delle figlie del boss. “Avvocato, il professore è uno stronzo”. Diceva la ragazza, che non riusciva a superare l’esame di istologia. Una frase che quasi tutti gli studenti del mondo avranno pronunciato almeno una volta nella vita. Ma quasi nessuno studente al mondo ha come amico di famiglia un uomo così potente. L’avvocato avrebbe combinato un incontro risolutivo con il rettore dell’ateneo, Salvatore Cuzzocrea, che oggi nega con forza di essere andato a pranzo con Pittelli.

In cambio dei suoi piaceri – si legge nell’ordinanza – l’ex senatore riceveva vari favori, a volte quella riconoscenza la ostentava: sul suo polso, spesso, c’era qualche orologio molto prezioso. Un “cadeau” del boss che lui non rifiutava, anzi da Mancuso ci andava a pranzo. A volte, secondo quanto si legge nell’ordinanza, era perfino troppo sicuro di sé. Dimenticava di lasciare il telefono altrove e il Supremo lo riprendeva: quel bisogno di invisibilità e di cautela che ritorna.

Legami ‘Ndrangheta-Cosa Nostra

L’ordinanza Rinascita-Scott, che ha riguardato oltre alla Calabria anche il Lazio e l’Emilia Romagna, non si limita a ricostruire questi legami, ma si spinge indietro negli anni. E ricostruisce i rapporti antichi e solidi che legano alcuni ‘ndranghetisti con la Cosa Nostra di Totò Riina prima, e di Matteo Messina Denaro poi. Un nome, quello di Messina Denaro, che ha segnato gli anni successivi alla cattura di Totò ‘o curtu, continuando con la strategia del terrore. Prima di sparire del tutto, ma non abbastanza: il boss di Castelvetrano continua a essere considerato la primula rossa di Cosa Nostra o, almeno, un primo inter pares, un “capo dei capi” per utilizzare la fortunata definizione adoperata da Carlo Bonini per riferirsi a Riina.

Prima di parlare nei dettagli, dell’ultima inchiesta della Dda, è utile capire cosa sia la ‘ndrangheta. Non si tratta di una associazione criminale, sarebbe riduttivo definirla così, bensì di una “para-società” con i suoi ministri, una costituzione interna, le forze di polizia, una gerarchia fluida che poggia su principi immutabili, strutturati in decenni di attività svolta in una regione che, proprio con la Sicilia, occupa l’ultimo posto delle classifiche su lavoro, ambiente e salute.

L’origine della ‘ndrangheta

Un paradosso se si pensa che proprio in Calabria si è sviluppata la ‘ndrangheta, l’associazione criminale più ricca e potente del mondo. Fatturati annui che si aggirano intorno ai cento miliardi (fonte, indagine Infinito crimine). Attività diversificate sparse per il pianeta, una criminalità dinamica e internazionale, ma con radici ben salde nella tradizione calabrese con le sue usanze e i suoi luoghi caratteristici: il Santuario di Polsi, arso dal sole, dove ogni anno si riuniscono i boss della ‘ndrangheta e la piana di Gioia Tauro, uno dei principali punti d’accesso del traffico di cocaina nel Mediterraneo. Un’ascesa imponente, quella della ‘ndrangheta, che negli anni Ottanta si è affermata in Italia settentrionale, poi in Europa centrale quindi nelle Americhe. Dove i narcos messicani, oggi, fanno affari proprio con i calabresi.

Nel 2018 il pentito, Gennaro Pulice, citato nell’inchiesta Rinascita-Scott, descrive l’evoluzione dell’organizzazione: “La ‘ndrangheta cambia, si avvale di rapporti confidenziali con esponenti delle istituzioni, cerca il consenso sociale, attraverso il controllo di attività economiche e quindi, potendo per questa via controllare pacchetti di voti grazie alla disponibilità di posti di lavoro, arriva a controllare la politica; l’obiettivo finale di tutto questo è portare poi i proventi illeciti all’estero, dove ci sono normative meno restrittive, ed in definitiva riciclare non solo il denaro ma anche il nome della famiglia… creare legami,garantirsi alleanze e scambi di favori (come per gli omicidi), in modo da creare una “ramificazione” di rapporti ed uscire dal ristretto contesto del proprio paese”.

Le doti dello ‘ndranghetista

“La “dote” o “Grado” o “fiore” definisce la collocazione nella gerarchia di ciascun affiliato: man mano che il valore aumenta, cresce la dote stessa e l’affiliato acquista un grado superiore. La criminalità ha iniziato a inventare nuove “doti” per eludere la conoscenza, del fenomeno criminale calabrese, sviluppata con le nuove indagini. Ma – al momento – le doti, per così dire codificate, restano queste:

  • “giovane d’onore”,
  • “picciotto d’onore”,
  • “camorrista”,
  • “sgarrista” o “camorrista di sgarro”,
  • “santista”
  • “vangelo”,
  • “tre quartino”,
  • “quartino”,
  • “padrino”

La società minore si occupa degli affari meno importanti, quella maggiore è costituita da affiliati autorizzati a curare anche i rapporti con le altre organizzazioni criminali.

Il pentito racconta la ‘ndrangheta di Vibo Valentia

Bartolomeo Arena, un altro pentito ritenuto molto autorevole, nell’interrogatorio del 24 ottobre 2019, riferendosi alla ‘ndrangheta di Vibo Valentia spiega: “Per quanto riguarda l’affiliazione di un nuovo componente al sodalizio, quest’ultimo, una volta manifestata l’intenzione di divenire ‘ndranghetista ad un soggetto che già sa appartenere al sodalizio, viene condotto da un sodale, il quale a sua volta può chiedere al futuro affiliato di rivolgersi ad altro affiliato o anche al boss, così si passa parola che il giovane sta chiedendo un Fiore. In tale contesto il giovane potrebbe essere messo alla prova per verificare le sue capacita criminali e quindi gli può essere chiesto di compiere qualche azione criminale.

Così facendo – continua – da contrasto onorato si diventa Giovane d’Onore, ovvero il giovane è in procinto a diventare un futuro Picciotto, già accettato dal sodalizio. Questo non è stato il mio percorso iniziale in quanto io già provenivo da una famiglia di ‘ndrangheta ed avevo già fatto azioni ed accolte/lamenti. Successivamente vi è il rituale di affiliazione e si diventa Picciotto, dopo vi è la Camorra e poi lo Sgarro. Un tempo vi era la dote di Picciotto di Sgarro che veniva conseguita solo chi si era reso autore di omicidio. Mio padre è stato il primo della provincia di Vibo Valentia a conseguire tale dote… per ottenere lo Sgarro bisogna macchiarsi di sangue, rendersi autore di sparatorie o accoltellamenti”.

Il rito di affiliazione

Fino alla dote di Sgarro si appartiene alla società minore. Ma lo Sgarro è una figura intermedia che può, in casi particolari, interagire con la società maggiore.

“Con la dote della Santa – continua Arena – allo ‘dranghetista è consentito avere contatti con esponenti delle istituzioni e persino con le forze dell’ordine. La dote della Santa solitamente è di passaggio ad eccezione di alcuni casi. Esistono però sette santisti nella Calabria che manterranno quella dote a vita, è una carica speciale. Dopo la Santa viene conferito il Vangelo, il Trequartino, Quartino ed il Padrino (queste ultime due doti non mi sono state conferite, ma so della loro esistenza). Poi ci sono doti speciali, ho sentito nominare Bartolo, Conte Ugolino ed altre; si dice che siano 23 in tutto”.

L’affiliato viene punto da uno a tre volte con uno strumento acuminato così da provocare una fuoriuscita di sangue succhiato dalla persona che fa la tirata, scelta dall’aspirante tra i cinque partecipanti al tavolo.

Stragi di mafia e ‘ndrangheta

Nel tempo, come accennavamo, la ‘ndrangheta ha intessuto legami sempre più solidi con le altre grandi associazioni criminali italiani. Pippo Di Giacomo, collaboratore di giustizia della cosca dei Laudani di Catania, racconta: “Dall’età di quindici anni ho iniziato ad orbitare nella cosca Laudani di Catania (prima alleati di Santapaola e poi coinvolti in varie vicende scissionistiche). Dopo l’assassinio di Gaetano Laudini del 1992, divenni io il reggente di tutto il sodalizio. Fui arrestato 1’11 settembre del 1993, da allora ed ininterrottamente sono detenuto. Continuai a gestire la cosca anche dal carcere, fino a quando sono stato sottoposto al regime del 41 bis. Prima della detenzione e della collaborazione, mi sono reso responsabile di vari reati (anzi alcuni disposti mentre ero già detenuto) tra i quali anche omicidi (come quelli dei carabinieri di Acireale e di un avvocato) ed ho avuto modo di apprendere notizie relative alla strategia criminale di Totò Riina”.

Riunioni in cui si discuteva delle decisioni prese dal direttorio di Cosa Nostra a inizio anni ’90. La cupola mafiosa che, dopo aver preso il controllo della Sicilia, optò per la strategia stragista per imporre allo Stato le proprie regole. In questa ottica vanno visti gli attentati dinamitardi al giudice Giovanni Falcone e al collega Paolo Borsellino.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Messina Denaro e gli “omicidi eccellenti”

Dice Di Giacomo: “Il nucleo ristretto era composto da Riina, Santo Mazzei per la zona di Catania, i fratelli Graviano, Matteo Messina Denaro… Obiettivo di questo direttorio, soprattutto di Riina, era quello di estendere il coinvolgimento nella lotta alle istituzioni anche alla ‘ndrangheta ed alla camorra, in rivendicazione di alcuni favori resi nel tempo a queste organizzazioni…. I debiti di riconoscenza di queste ultime nei confronti di Totò Riina risalivano al suo intervento per favorire la pace a Reggio Calabria dopo l’omicidio di Paolo De Stefano; per sdebitarsi, i calabresi fornirono appoggio ed esecutori materiali per l’omicidio del giudice Scoppelliti, Procuratore Generale nel giudizio di Cassazione del maxi processo contro cosa nostra. Come noto, successivamente ci furono gli omicidi di Salvo Lima e dei giudici Falcone e Borsellino e la conseguente forte risposta di contrasto dello Stato, tra l’altro con l’apertura delle carceri di Pianosa e dell’Asinara, cosa che determinò nei vertici di cosa nostra la volontà di attaccare lo Stato anche attraverso omicidi di appartenenti alle forze dell’ordine, in particolare modo della Polizia Penitenziaria, fino a giungere agli attentati di Roma, Firenze e Milano”.

“Aiutiamo Forza Italia”

Non mancano, per il pentito, precise direttive politiche che hanno influenzato il governo italiano, almeno in alcune regioni come la Sicilia: “Nello stesso contesto, arrivò l’ordine da Cosa nostra, tramite Santo Mazzei, di appoggiare elettoralmente la neo formazione politica di Forza Italia, sulla quale vi erano forti aspettative affinché risolvesse i problemi sopra indicati. So che la ‘ndrangheta collaborò in questo senso, ancora prima che io fossi arrestato, facendosi carico dell’uccisione di due carabinieri. Tra gli esponenti calabresi che conosco, ricordo Orazio Scuto, detenuto con me a Vibo, attraverso il quale ho saputo della figura di tale Gianpà, “il professore’. Continuando ho conosciuto Franco Coco Trovato, importante esponente dei reggini imparentato con i De Stefano e attivo in Lombardia”.

Di Giacomo chiarisce come, un contatto della cosca di Laudani, li aveva messi in contatto proprio con i Mancuso da cui arrivano armi, pistole ma anche fucili da guerra come i kalashnikov. Viene poi spiegato il significato della Stella, un simbolo che ritorna anche nella massoneria, è che è l’insieme delle cinque cariche (quindi cinque punti) di minore importanza e che insieme formano una carica più elevata.

Luigi Mancuso, il supremo

“Questo meccanismo – chiarisce il pentito – si ripete anche in relazione alla carica del Crimine, per cui quando ai punti della stella ci sono i soggetti che hanno il Crimine, insieme formano il livello più alto della ‘ndrangheta”.

E, parlando di chi riveste la carica cita nomi che ritornano in più inchieste sulle ‘ndrine: “Pino Piromalli, come ho già detto, ed era effettivamente investito della carica più elevata, quella del Crimine… ero conoscenza che la famiglia Pesce avesse il Crimine e ricordo che il “Testuni” ne era un esponente importante… preciso che i Mancuso che ho conosciuto a Cuneo e di cui ho detto prima, erano zio e nipote e che i loro nomi erano Luigi e Peppe… Luigi aveva la stessa carica di Pino Piromalli, cioè il Crimine”.

Sulla figura di Piromalli c’è anche conversazione ambientale intercettata il 20 luglio 2018, tra Giancarlo Pittelli, Marco Moladori e Tonino Laugelli dell’Anas. In quell’intercettazione, spiegano i magistrati: “Pittelli riferiva ai suoi interlocutori che, per la formazione di Forza Italia, la prima persona che Dell’Utri avrebbe contattato fu Piromalli a Gioia Tauro che il Pittelli accostava, per importanza mafiosa, a Luigi Mancuso”.

Marcello dell'utri
Marcello Dell’Utri

La ‘ndrangheta e Dell’Utri

Piromalli nel 1994, in un processo a Palmi, dalle gabbie gridò: “Voteremo Berlusconi, voteremo Berlusconi”. Il futuro presidente del Consiglio, incalzato da Occhetto (candidato premier per il Ps) in un confronto radiofonico, glissò spiegando di non sapere se fosse perfino ipotizzabile un voto compatto della mafia. Un asse, fra ‘ndrangheta e Cosa Nostra, per costringere lo Stato a eliminare il carcere duro. A confermare il ruolo di spicco di Piromalli, per Piromalli, è il pentito Calogero Gancio che dice “i Piromalli erano un punto di riferimento per Cosa nostra”.

Il nome di Dell’Utri era già venuto fuori in un altro processo sulla ‘Ndrangheta, nato dall’inchiesta “Cent’anni di storia”, che ricorda nel titolo un capolavoro immortale dello scrittore Marquez, “Cent’anni di solitudine”. Entrambi sono popolati da famiglie che seguono evoluzioni imprevedibili, a tratti straordinarie, grazie a figure che si muovono fra più ambienti con una disinvoltura straordinaria. Persone come Aldo Micciché, per gli inquirenti dell’antimafia di Reggio Calabria un faccendiere che, per conto della ‘ndrangheta, avrebbe dovuto garantire i voti degli italiani all’estero.

Lui avrebbe dovuto aprire ai calabresi i rapporti con Forza Italia attraverso Marcello Dell’Utri. Dopo un tentativo, non riuscito, di incontrare l’allora ministro della giustizia, Clemente Mastella (oggi sindaco di Benevento), sarebbe stato combinato un incontro fra Gioacchino Arcidiaco (legato per gli inquirenti alla cosca della piana di Gioia Tauro) e proprio dell’Utri. Incontro mai documentato poiché dell’Utri, come parlamentare, non poteva essere intercettato. Micciché, in una conversazione captata, diceva ad Arcidiaco di descrivere il ruolo avuto dal gruppo criminale, a Gioia Tauro, a partire dalla realizzazione del porto e richiedeva di sottoporre la nomina di Antonio Piromalli a console onorario. Nomina che non avvenne.

‘Ndrangheta e massoneria

Nell’indagine “Rinascita-Scott” più di un capitolo è dedicato massoneria e a misteri che si legano alla figura di Pittelli. Numerose intercettazioni rivelano i contatti dell’ex parlamentare con i vertici degli incappucciati e il suo tentativo di traslocare dalla massoneria di Catanzaro a quella romana. Un passaggio che, per essere resto possibile, ha bisogno di contatti con personaggi in vista del Grande Oriente d’Italia (Goi). Pittelli, parlando della loggia romana, spiega come il “rito scozzese ti apre le strade e autostrade mondiali”.

E di strade l’avvocato era sempre alla ricerca, una portava a Lorenzo Cesa (già europarlamentare e segretario nazionale dell’Udc-Noi con l’Italia). Attraverso di lui Pittelli contava di ottenere la nomina a membro laico nel Consiglio superiore della magistratura. L’avvocato, dopo l’arresto, ha deciso di non rispondere al gip. Mentre il gran maestro Stefano Bisi ha spiegato come “La sospensione per Pittelli è arrivata subito, poche ore dopo la notizia dell’inchiesta. Queste sono le nostre regole”. Bisi ha anche chiarito come in Italia siano oltre 23mila gli affiliati al Grande Oriente di italia, e pure sapendo di non poterli controllare tutti, sente di escludere un altro caso P2 “perché le Logge del Goi sono tutte ufficiali” e così i nomi di chi ne fa parte.

Virgilio: la massoneria “deviata”

Eppure Cosimo Virgiglio, collaboratore di giustizia legato alla cosca Molè di Gioia Tauro ed ex massone di spicco, dice agli inquirenti il 25 novembre 2016: “Premetto che io ero un massone, maestro venerabile; nella massoneria ero entrato a Messina, appena finita l’università, tra il 1990 e il 1993, all’interno del Goi; nello stesso periodo sono entrato afar parte del “Sacro Sepolcro”… Sono stato “sacrato” in quel periodo, nel 1997-98, all’interno della chiesa Sant’Anna del Vaticano, mentre, nel 2002 sono dovuto rientrare per forza nella massoneria riconosciuta, nella Gran Loggia dei Garibaldini d’Italia a Vibo Valentia. Proprio la città di Vibo Valentia è l’epicentro della massoneria sia legale che di quella così detta. All’interno di questa Gran Loggia io sono divenuto maestro venerabile… Devo precisare che le mie conoscenze si fermano al 2009, ovvero fino a quando non sono stato arrestato”.

Virgiglio descrive l’organizzazione in Calabria: “Una Loggia tra le più potenti a Vibo era la “Morelli”, retta da un Petrolo, mentre la Gran Loggia dei Garibaldini d’Italia è una delle più riconosciute e più spendibili…. quando sono divenuto maestro venerabile mi è stata affidata la Loggia “Eroe dei Due Mondi” a Reggia Calabria… io ero arrivato fino al nono grado “Piramide Iniziatica”, Cavaliere Eletto, grado molto importante; in Sicilia avevamo anche il generale Pappalardo e Saia, quello che aveva realizzato una polizia parallela… gli appartenenti alle Logge regolari erano tutti dei professionisti, avvocati, medici, mentre le logge coperte erano formate da due filoni: il primo quello dei “sussurrati all’orecchio”, persone che rivestivano delle cariche istituzionali e per questo non potevano essere inserite nelle liste segnalate alla Prefettura; il secondo filone era quello dei “sacrati sulla spada”, soggetti con precedenti penali di vario genere, compresi ‘nndranghetisti, ovvero i “rispettosi del Vangelo di Giovanni”, loro si reputano inflitti Angeli di Dio”.

Un passaggio importante, il massone lo fa sulla: “Loggia di San Mango D’Aquino, la “Ebert”, era molto importante come la nostra, quella dei “Garibaldini”; Vibo faceva parte del reggino; a Cosenza c’era Antonio Campana, riferimento di Licio Gelli in Calabria; c’era anche un dipendente del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria)… io potevo sapere chi erano i coperti e i non coperti per le mie cariche romane, ho già riferito tutto in proposito ai vostri colleghi reggini. Sono a conoscenza di una richiesta di aiuto di Sabatino Marrazzo agli appartenenti alla Loggia, quando il fratello venne arrestato per un grave delitto e diceva di essere innocente… nella tornata del 1993 si decise di evitare l’ingresso dei magistrati, facendo incetta di persone a loro vicine, ovvero avvocati, che li potessero avvicinare soprattutto per i giudizi di appello o Cassazione, perché in primo grado non si poteva fare niente”

‘Ndrangheta, massoneria e Pittelli

Dichiarazioni in cui vengono anche descritte ingerenze della massoneria durante elezioni locali: “Nelle competizioni elettorali i candidati “massoni” venivano appoggiati dagli appartenenti segreti chiamati “Sacrati sulla Spada”, ovvero dei criminali che facevano catalizzare su di loro i voti… tra i “Sacrati sulla Spada” dei criminali di Vibo c’era sicuramente “zio Giovanni Mancuso” che faceva parte della massoneria di San Marino… so che Luigi (Mancuso ndr) era importante ma era in carcere; ho saputo che avevano fatto una Loggia a Limbadi, dove c’era un ispettore di polizia legato ai Mancuso, la loggia portava un numero…. so che gli avvocati dei soggetti vicini alla massoneria, appartenenti alla indrangheta, si prestavano a fare da messaggeri tra il carcere e l’esterno; questo avveniva per i reggini, ma presumo che la stessa cose facessero gli altri avvocati nel resto della Calabria”.

In proposito dei rapporti di Pittelli con la massoneria, i magistrati scrivono come la sua: “Appartenenza alla massoneria ufficiale, nonché a quella “coperta”… nell’ambito del presente procedimento sono state intercettate conversazioni dal contenuto esplicito… dialoghi con Carlo Ricotti, che apparteneva al Grande Oriente d’Italia (personalità con cui il Pittelli si accreditava, tramite Giuseppe Messina per “l’investitura” romana)… con Lorenzo Cesa (europarlamentare e segretario nazionale dell’UDC-Noi con l’Italia) tramite il quale sperava di poter ottenere una sponsorizzazione per l’elezione a membro laico del CSM… nei giorni precedenti contatti con Giuseppe Gargani

“Il Mondo si divide in due”

“Emerge – si legge ancora nelle carte – che Pittelli abbia a sua volta sponsorizzato l’ingresso nella loggia massonica del “Colonnello” (da individuarsi in Francesco Merone, colonnello dei Carabinieri… imputato in procedimenti in cui è stato difeso dallo stesso Pittelli)… L’importanza di figurare nella loggia romana, si spiega anche alla luce delle parole, sopra riportate, del collaboratore Virgiglio, che ne evidenziava i collegamenti con i maggiori esponenti, tanto che il capo bastone Marrazzo (condannato con sentenza non ancora definitivo nel processo “Six Towns”), proprio perché inserito nei contesti massonici romani, poté contare sull’aiuto di logge potenti per “aggiustare un processo” a suo carico”.

Stralci che ribadiscono quanto la ‘ndrangheta e la massoneria siano connesse, un legame che esercita un potere capace di infiltrarsi fino ai vertici della politica e degli organismi di garanzia che regolano la vita dello Stato. E di non fermarsi in Italia. Al punto da spingere un magistrato esperto nella lotta alla criminalità organizzata, come Giuseppe Pignatone, a spiegare come il “Mondo sia diviso in due: quello che è Calabria e quello che lo diventerà”.

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