Next Generation for dummies (per me e per voi)

Ieri, 10 dicembre 2020, data storica: l'Euro summit ha approvato il bilancio dell'Unione Europea 2021-2027, dando il via libera al Recovery Fund, oggi detto, meglio, Next Generation EU. Ecco di che si tratta.

Recovery fund spiegato facile
Recovery fund spiegato facile
3' di lettura

Ieri, 10 dicembre 2020, data storica: l’Euro summit ha approvato il bilancio dell’Unione Europea 2021-2027, dando il via libera al Recovery Fund, oggi detto, meglio, Next Generation EU.

Il nostro Primo Ministro ha cinguettato: “Trovato l’accordo. Ora bisogna solo correre!”

Infatti. Stiamo correndo, forte! Tanto forte che ci siamo addirittura dimenticati di redigere una “lista della spesa”.

Qualche giorno fa è approdata in Consiglio dei Ministri la prima bozza del “Piano nazionale di ripresa e resilienza” per spendere i 209 miliardi di questo strumento Comunitario che dovrebbe servire per dare un futuro alle prossime Euro-generazioni.

A Roma, sono stati “solo” 4 i mesi di nebbie intorno ad una bozza che, allo stato, appare più un embrione di un testo che un piano vero e proprio.

Molti i punti interrogativi, tanti spazi bianchi e zone d’ombra.

Diciamolo subito: non è corretto menzionare solo i buchi neri perchè sono anche presenti tante certezze.

Come quella che riguarda i miliardi da spendere per nuovi investimenti.

Non più 209, tra trasferimenti a fondo perduto e prestiti a tassi pressochè azzerati, bensì “solo” 120 miliardi.

La ragione è presto detta.

Altro che Next Generation, il Governo gioca la carta finale sulla Previous Generation, l’ALL-IN sul debito pubblico che, prima accumulato per bene e poi pompato in maniera abnorme dagli ultimi “manovroni” e dai correlativi scostamenti di bilancio, è arrivato alle stelle. Numeri da record.

Dopo che nel 2008 siamo scesi per la prima volta sotto il 100% nel rapporto con il PIL (uno dei parametri su cui si fonda il controllo europeo di stabilità), a dicembre 2019 eravamo schizzati al 139% ed oggi, addirittura, si parla di un robusto 168%, a fronte di un margine di tolleranza intorno al 103%.

Presto o tardi la pacchia finirà, i divieti torneranno e con loro dovremo fare i conti.

Le cronache raccontano di un Ministro dell’Economia prossimo ad una crisi di nervi. “Bisogna rientrare da questa mole di debito!”, l’esclamazione più ripetuta da Gualtieri, nei corridoi di Palazzo Chigi.

Ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. E perciò, ogniqualvolta il Premier Conte discetta, live, di nuovi lockdown e di zone rosse, lui si pietrifica e si scolora, con la Segreteria della Farnesina pronta a prenotargli un bagno d’acqua calda con farina d’avena per l’orticaria.

La quota netta di investimenti supplementari, quelli “inediti”, sarà di 120 miliardi, dicevamo, a fronte dei 209 che arriveranno (se mai arriveranno).

Gli 88 miliardi che mancano all’appello saranno utilizzati per finanziare progetti preesistenti e mai partiti.

Altra certezza, quindi: la dimensione del ritardo che abbiamo accumulato nel tempo sulla gestione e realizzazione dei progetti. Enorme. Colossale. Ciclopica.

Tanto faraonica che la metà di questa messe di denaro in arrivo per l’estate prossima (a tranche, nemmeno in una sola volta) sarà destinata a svolgere la stessa funzione assegnata alla foglia di fico dal libro della Genesi. Un peccato! Originale anche questo… Ma tant’è.

La certezza conclusiva, attenzione, è quella più imponente.

Si tratta del timore (più di un timore) che il COVID19, oltre a far giungere un bel po’ di cash suonante, non sia, allo steso tempo, in grado di sistemare le ataviche inefficienze della Bella e Dolce Italia.

Il vero problema, stando così le cose, non risiede in ciò di cui si parla tanto e si scrive in giro, ossia sul chi metterà le mani nel crostatone di albicocche in arrivo. E cioè, se soltanto Conte, in uno ai cinquestelle ed al partito democratico, oppure anche Renzi.

La paura è tutt’altra ed è tangibile, con una politica ed una pubblica amministrazione incapaci di realizzare investimenti validi. Anzi, mi fermerei addirittura a “investimenti”.

Tanto meno di creare le condizioni affinchè vi siano quelli con rendimenti positivi, che si ripagano da sé, eliminando alla radice qualsivoglia problema di sostenibilità del debito.

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