Non è solo un gioco, nel calcio razzismo all’ultimo stadio

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Dall’immagine di Anna Frank con la maglia della Roma ai cori razzisti indirizzati a Muntari, dalla banana mangiata in campo da Dani Alves ai “buuu” a Kessie, dal verso scimmiesco a De Jong agli insulti nei confronti dell’arbitro marocchino, dagli striscioni antisemiti a quelli sessisti si fa fatica a tenere il conto degli episodi di intolleranza nel calcio: è un’Italia bestiale che va in scena tutte le domeniche.

Se il razzismo diventa accettabile nel calcio…

Non solo ultrà: dirigenti, calciatori, tifosi, ex giocatori e telecronisti sono tutti un po’ razzisti. La competizione accende gli istinti peggiori e con l’alibi del “tifo” da troppo tempo nel calcio si ammette un clima pesante che fa molto male allo sport.

L’errore più grande, come sostiene Stefano Bartezzaghi, semiotico e scrittore, è aver reso il razzismo accettabile lasciando passare come normali associazioni mostruose: è così che l’intolleranza è diventata, di fatto, naturale. Abbiamo sdoganato l’aggressività, il politicamente scorretto e legittimato uno sfogatoio delle frustrazioni personali e sociali. Il comportamento da stadio non si esaurisce nei novanta minuti, ci appartiene, è espressione di una ostilità verso il diverso maturata nella società.

Non dobbiamo negare il principio della diversità, come scrive l’antropologo Claude Lévi-Strauss “è evidente e di buon senso ammettere che non siamo tutti uguali: un nero d’Africa non è uguale ad un indiano d’America o ad un asiatico”: la cosa importante è vedere nelle differenti caratteristiche una possibilità di arricchimento e non una minaccia.

I razzisti del “quartierino”

Gli insulti di matrice territoriale e razziale sono l’espressione più superficiale di un orientamento politico e personale: chi è intollerante in campo lo è anche fuori.

E’ un problema culturale e quelli a cui assistiamo non sono casi isolati, eccezionali. Se la curva prende di mira un giocatore del Pescara o del Torino, del Como o del Milan, è chiaro che si tratta di una pratica trasversale alle squadre, se la tifoseria juventina inveisce contro il Napoli anche quando la sua squadra gioca contro il Sassuolo, se la curva insulta un calciatore di colore anche quando non è in campo c’è qualcosa che va oltre il momento, oltre la partita specifica: il filo rosso è l’odio.

Difficile immaginare di intervenire sulla mentalità di un individuo con una giornata di chiusura della curva, un’ammenda, la sospensione della partita. E’ un discorso fuori dalla portata di arbitri, guardalinee e regolamenti: è ancora e sempre questione di educazione. La giustizia sportiva non può sempre tradurre in linguaggio burocratico e giurisprudenziale quello che succede sugli spalti e ricorrere alla tecnologia per individuare e “punire” i diretti responsabili è una prospettiva abbastanza avvilente.

I comportamenti dei tifosi e quelli dei ragazzi in campo purtroppo sono autentici, di questo va preso atto: non c’è niente di più serio del gioco. A prescindere dalle simpatie calcistiche per molti lo stadio è diventato il luogo in cui incanalare aggressività repressa e ideologie. La violenza che allontaniamo dalla curva con il Daspo si sposta nelle cerchie urbane limitrofe e troverà sempre un capro espiatorio: il poliziotto, la donna, lo straniero.

Contro il razzismo nel calcio bisogna formare i ragazzi

Quello su cui si può intervenire è l’identità di una subcultura e della sua connotazione politica: il pregiudizio, la paura, il sospetto.

Nelle scuole calcio bisogna educare al rispetto verso l’altro e alla solidarietà consapevoli che il terreno di gioco è un luogo simbolicamente importante per i ragazzi: qui si diventa uomini, qui si impara a comportarsi da uomini ad accettare le regole e anche le sconfitte.

Cosa possiamo aspettarci dalla serie A, dalla politica, dal calcio dei grandi interessi economici se i campi di periferia sono teatro dei maggiori episodi di violenza?

Ogni Paese ha una propria cultura e fino quando nel nostro Paese non cambieranno le priorità, fino a quando l’educazione non sarà una di queste, il cambiamento culturale rimarrà una bella utopia.

Che giochi male come giocava Luis Silvio, (il brasiliano della Pistoiese) o sia il migliore in campo come Koulibaly, che si chiami Matuidi, Juan, Maicon, Obi, Mbaye Ibrahima, Pogba, Asamoah, Boateng, Urby Emanuelson, M’Baye Niang che venga da Ghana, Senegal, Costa d’Avorio, Nigeria, Algeria, Gambia, Marocco, Camerun, Mali, Guinea, Sud Africa, Burkina Faso o Angola che sia portoghese naturalizzato inglese, mezzo spagnolo e mezzo algerino o come si è definito Kulibaly “francese, senegalese e napoletano” un calciatore è solo un ragazzo che gioca a calcio, la «razza» è irrilevante. Il vero problema ce l’ha chi ha timore di tifare per il diverso, per l’altro da sé e così si perde l’incanto, l’emozione assoluta del gioco.

Immagine di copertina  © Johnnie Shand Kydd – (Retrieving Football, 2005)

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