Non si può togliere l’assistenza a chi è ai domiciliari

Non si può togliere l'assistenza a chi è ai domiciliari: lo hanno stabilito i giudici della Cassazione ribadendo che la norma viola la Costituzione. Non è possibile neppure se il detenuto è stato condannato per reati di mafia o terrorismo. Ecco perché

4' di lettura

La Cassazione ha stabilito nei giorni scorsi che non si può negare a chi è agli arresti domiciliari la prestazione assistenziale che gli garantisce i mezzi per vivere. Anche se è stato condannato per reati gravi come associazione mafiosa o terrorismo.

La sentenza ha suscitato le consuete reazioni, ma si fonda sullo stato di bisogno delle persone.

Ovvero: se hai commesso reati anche gravi non possono negarti i mezzi minimi di sussistenza. E quindi: non si può togliere l’assistenza a chi è ai domiciliari.

Il discorso sarebbe stato diverso se il condannato in questione avesse continuato a scontare la sua pena in un carcere.

Non si può togliere l’assistenza a chi è ai domiciliari: la legge

L’Alta Corte si è pronunciata su richiesta del Tribunale di Fermo. Ed è una sentenza importante perché ribalta il comma 58 dell’articolo 2 della legge 92 del 2012.

Dove si legge:

con la sentenza di condanna (per associazione mafiosa e terrorismo ndr) «il giudice dispone la sanzione accessoria della revoca delle seguenti prestazioni, comunque denominate in base alla legislazione vigente, di cui il condannato sia eventualmente titolare: indennità di disoccupazione, assegno sociale, pensione sociale e pensione per gli invalidi civili. Con la medesima sentenza il giudice dispone anche la revoca dei trattamenti previdenziali a carico degli enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza, ovvero di forme sostitutive, esclusive ed esonerative delle stesse, erogati al condannato, nel caso in cui accerti, o sia stato gia’ accertato con sentenza in altro procedimento giurisdizionale, che questi abbiano origine, in tutto o in parte, da un rapporto di lavoro fittizio a copertura di attività illecite connesse a taluno dei reati di cui al primo periodo».

Non si può togliere l’assistenza a chi è ai domiciliari: la Costituzione

Per i giudici della Cassazione questa norma è in contrasto con due articoli della Costituzione.

  • L’articolo 3: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».
  • E l’articolo 38: «Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale».

Per i giudici dell’Alta Corte i legislatori possono disciplinare uno statuto di indegnità per i cittadini che hanno commesso dei reati particolarmente gravi, ma non possono, e quindi non devono, mettere a rischio l’esistenza dignitosa del condannato.

Ovvero: non possono privarlo del diritto alla sussistenza.

Difatti lo Stato ha il dovere di assicurare i mezzi necessari per vivere, così come farebbe – del resto – se quel detenuto stesse dietro le sbarre.

E infatti la questione si basa proprio su questo punto. E cioè la revoca delle prestazioni assistenziali non può essere applicata a chi deve scontare la pena in un regime alternativo al carcere, in questo caso ai domiciliari.

Anche perché il detenuto deve sopportare le spese per il proprio mantenimento. E se è privo di altri mezzi può farlo solo grazie all’assistenza pubblica. Proprio per questo non si possono negare le prestazioni assistenziali a chi è ai domiciliari.

Non si può togliere l’assistenza a chi è ai domiciliari: fattori soggettivi

Per i giudici dunque, il legislatore ha messo sullo stesso piano, sbagliando, situazioni soggettive che sono completamente differenti tra loro.

Non sono state previste nella norma delle peculiari situazioni che possono essere legate a questa serie di fattori:

  • età avanzata del condannato
  • precarie situazioni di salute
  • ed eventuale collaborazione con la giustizia (quando si tratta di detenuti condannato per reati di mafia).

In questo modo, hanno concluso i magistrati dell’Alta Corte, è stato «violato il diritto della ragionevolezza». Un’altra ragione, come vedremo, che ha spinto i magistrati a sancire che non si può togliere l’assistenza a chi è ai domiciliari.

Se merita i domiciliari perché negare le prestazioni assistenziali?

Il discorso dei magistrati è semplice e segue una logica che difficilmente può essere smentita:

il detenuto è stato ritenuto meritevole di accedere a una forma alternativa di detenzione (quindi i domiciliari), ma nello stesso tempo è stato privato dei mezzi per vivere, che sono possibili, per lo stato di bisogno, solo grazie alle prestazioni assistenziali.

Per cui: non si può togliere l’assistenza a chi è ai domiciliari.

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