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Nuovo Reddito di cittadinanza: quel rischio non nascosto

Fine dell’Rdc e al via con l’Assegno di inclusione. Meno soldi, ma stessi poveri. Polveriera sociale? Analizziamo gli scenari futuri con il nuovo Reddito di cittadinanza.

di Valerio Pisaniello

Maggio 2023

Il Reddito di cittadinanza ha le ore contate. Dal 2024 entrerà in vigore l’Assegno di inclusione. Meno soldi, ma stessi poveri. Analizziamo gli scenari futuri con il nuovo Reddito di cittadinanza (scopri le ultime notizie e poi leggi su Telegramtutte le news sul Reddito di Cittadinanza. Ricevi ogni giorno sul cellulare gli ultimi aggiornamenti su bonus, lavoro e finanza personale: entra nel gruppo WhatsApp, nel gruppo Telegram e nel gruppo Facebook. Scrivi su Instagram tutte le tue domande. Guarda le video guide gratuite sui bonus sul canale Youtube. Per continuare a leggere l’articolo da telefonino tocca su «Continua a leggere» dopo l’immagine di seguito).

Indice

Nuovo Reddito di cittadinanza: le volontà del governo

Alla fine con il nuovo Reddito di cittadinanza si è creata una gran confusione. Più di quanto ce n’era prima. Diciamocela tutta: sull’Rdc il governo sta commettendo un grave errore, ossia distinguere gli occupabili in due categorie e colpirne una più dell’altra.

D’altronde, nella definizione di “occupabili” andrebbero comprese tutte quelle persone che sono nella condizione di poter lavorare ma che dopo oltre tre anni di Reddito di cittadinanza non hanno ancora trovato un impiego.

Persone che secondo il governo Meloni basterebbe formare e orientare al meglio per far sì che possano essere ricollocate il prima possibile (e anche su questo ci sarebbe da dibattere) e che per questo motivo non prenderanno più il Reddito di cittadinanza dopo il pagamento della settima ricarica mensile del 2023.

Ma non tutti gli occupabili, perché quelli che fanno parte di un nucleo familiare in cui ci sono minorenni, disabili oppure over 60 saranno esclusi dal taglio.

Ci saranno, quindi, occupabili di serie A e occupabili di serie B, per quella che il presidente uscente dell’INPS, Pasquale Tridico, ha definito come una vera e propria violazione del principio di non discriminazione.

Tuttavia, come spiega il Fatto Quotidiano analizzando i dati Anpal, questa distinzione non ha ragione di esistere: e considerando che si tratta di mettere in campo ancora risorse pubbliche, che rischiamo di spendere male e inutilmente, è bene fare chiarezza perché l’errore commesso dal governo Meloni rischia di costarci molto caro.

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Nuovo Reddito di cittadinanza: occupabili di serie A e di serie B

Nuovo Reddito di cittadinanza. Ricapitolando, possiamo distinguere gli occupabili – ossia le persone in età compresa tra i 18 e i 59 anni che non hanno impedimenti riguardo all’intraprendere un’attività lavorativa – in due distinte categorie, in base alla composizione del nucleo familiare di cui fanno parte:

Per entrambi ci sarà poi un secondo beneficio: un’indennità di partecipazione riconosciuta a coloro che intraprenderanno un percorso di formazione comunicandolo al centro per l’impiego che li ha presi in carico, dell’importo di 350 euro al mese da riconoscere per tutta la durata del corso e comunque per non più di 12 mesi.

Una misura, quindi, individuale, e per questo «più semplice da controllare» come dichiarato di recente dalla ministra al Lavoro, Marina Calderone.

Nuovo Reddito di cittadinanza: l’Anpal sugli occupabili

Nuovo Reddito di cittadinanza. Secondo i calcoli del governo sono 433 mila gli occupabili appartenenti alla seconda categoria, i quali quindi – per il solo fatto di non far parte di un nucleo che al suo interno presenta minori, disabili o ultrasessantenni – avranno un trattamento di maggior sfavore non potendo accedere ad alcun sostegno se non al Supporto per la formazione e il lavoro di 350 euro al mese.

La domanda è: perché questa distinzione? Si potrebbe pensare che è perché chi non ha persone fragili nel nucleo potrebbe trovare un lavoro più facilmente. Ma come spiega il Fatto Quotidiano, analizzando i dati Anpal, non è così.

Come illustrato il 18 maggio scorso dal commissario straordinario di Anpal, Raffaele Tangorra, durante l’audizione in Commissione Affari sociali del Senato per la conversione in legge del decreto Lavoro, al 30 aprile 2023 su un totale di 777 mila beneficiari di Rdc inviati ai centri per l’impiego appena 568 mila sono tenuti al rispetto degli obblighi (gli altri sono quindi esclusi o esonerati, ad esempio perché con figli a carico di età inferiore a 3 anni).

Di questi 568 mila, però, solamente il 13% è nella condizione di poter iniziare subito a lavorare: gli altri sono infatti molto lontani dal mercato del lavoro e potrebbe non bastare un corso di formazione di 12 mesi per colmare questa distanza.

Intanto perché circa 443 mila persone, l’80% di chi ha firmato il Patto per il lavoro, sono prive di esperienza lavorativa negli ultimi 3 anni e secondo le previsioni hanno lo zero per cento di possibilità di trovare lavoro nei prossimi 12 mesi.

Come spiega Tangorra, non ci sono distinzioni tra chi è solo e chi invece ha figli a carico: “I profili di occupabilità non sembrano dipendere dalla presenza o meno di figli a carico” sottolinea il commissario straordinario Anpal, aggiungendo poi che “la presenza di figli a carico non dà risultati apprezzabili nel differenziare le distribuzioni di frequenza, in particolare in relazione alla quota attesa di lavoratori work-ready, non diversa dalla media complessiva del 3%”.

Nuovo Reddito di cittadinanza: rischio polveriera sociale 

Da più parti è stato riconosciuto che il Reddito di cittadinanza è stato utile per evitare l’esplosione di una bomba sociale nel periodo della pandemia, in quanto è servito a riconoscere un sostegno a quelle famiglie prive di reddito. Proviamo a pensare se non ci fosse stato. Soprattutto nel Mezzogiorno.

Si potrebbe pensare che oggi non ci troviamo più in quel particolare momento storico, e fortunatamente è così, ma nonostante ciò le difficoltà non mancano: basti guardare all’aumento dei prezzi, con l’inflazione che sta mettendo in ginocchio sempre più famiglie, per rendersene conto.

Nuovo Reddito di cittadinanza: quindi lavoro per tutti?

La principale accusa all’Rdc varato dal governo giallo-verde, e in particolar modo dal M5S, è stato il fatto che sulle politiche attive sia stato latente. Ed è vero. Ma riflettiamo per un secondo.

Forse ha pesato il fatto che non siano stati ricollocati sufficientemente tutti i percettori nel mondo del lavoro. O forse non c’è stata un’offerta sufficiente ad assorbire tutta la disoccupazione involontaria presente in Italia? Un problema esistente da molto prima dell’entrata in vigore dell’Rdc. Problematica ricollegabile al 2007, l’anno spartiacque che vide fallire la Lehman Brother dando origine alla crisi economica più acuta dal dopoguerra ad oggi. 

Storia a parte, con il taglio (ulteriore) dell’Rdc – perché ricordiamo che il disegno di legge originario prevedeva lo stanziamento di 19 miliardi di euro, poi dimezzati in fase di attuazione del Dl – e con la modifica, anzi no, con il taglio della platea dei destinatari, di colpo o come per magia spunterà il lavoro per tutti? Staremo a vedere. Con il rischio, purtroppo, del formarsi di una polveriera sociale pronta ad esplodere.  

Nuovo Reddito di cittadinanza: nella foto una folla di persone.

Nuovo Reddito di cittadinanza: le donne vittima di violenza escluse

Nuovo Reddito di cittadinanza. La misura proposta dal Governo impedisce alle donne che subiscono violenza e che si trovano in fragilità economica di accedervi perché non tiene conto delle particolari condizioni in cui si trovano. Rendere strutturale e adeguatamente finanziato il Reddito di libertà è quindi urgente per tutelare il loro diritto a un supporto al reddito.

La sostituzione del Reddito di cittadinanza con il neonato Assegno di inclusione rischia di eliminare un’importante forma di supporto al reddito per moltissime donne che hanno subito violenza. Il nuovo strumento, infatti, come recita il DL Lavoro, “è riconosciuto, a richiesta di uno dei componenti del nucleo familiare, a garanzia delle necessità di inclusione dei componenti di nuclei familiari con disabilità nonché dei componenti minorenni o con almeno sessant’anni di età” e prevede che tutte le persone facenti parte del nucleo familiare maggiorenni “che esercitano la responsabilità genitoriale, non già occupati e non frequentanti un regolare corso di studi, e che non abbiano carichi di cura siano tenuti all’obbligo di adesione a tutte le attività formative, di lavoro, nonché alle misure di politica attiva, individuate nel progetto di inclusione sociale e lavorativa” previsto dall’art. 6.   

In altre parole, così come attualmente disegnato, l’Assegno di inclusione di fatto esclude le donne che hanno subito violenza e che si trovano in condizioni di vulnerabilità economica senza minori a carico.

Inoltre, ostacola l’accesso anche alle donne che hanno subito violenza con minori a carico perché obbliga ad aderire al percorso di inclusione sociale e lavorativa senza considerare i loro bisogni specifici e perché non prevede una modifica del regolamento che disciplina il calcolo dell’Isee – che spesso non indica la reale situazione reddituale e patrimoniale della donna perché comprensivo dei redditi dell’autore di violenza.  

Il Reddito di cittadinanza ha svolto un ruolo importante nel recupero dell’autonomia economica di molte donne che hanno subito violenza perché, nonostante alcune criticità, è stato uno strumento di supporto al reddito utile soprattutto nella prima fase del loro percorso. Con questo cambio di passo diventa quindi ancora più urgente e necessario investire nel Reddito di libertà, renderlo strutturale e dotarlo di risorse adeguate per garantire alle donne che hanno subito violenza l’accesso a un reddito sufficiente e, quindi, il raggiungimento dell’indipendenza economica” afferma Rossella Silvestre, Policy and Advocacy Expert di ActionAid. 

Qualora il DL Lavoro venga convertito in legge dal Parlamento nella sua forma originaria, a partire dal 1° gennaio 2024, le donne che hanno subito violenza si vedranno negata un’ulteriore forma di supporto al reddito

Il diritto ad accedere a un reddito sufficiente era già stato scalfito dalla legge di bilancio 2023 che, invece di potenziare il Reddito di libertà, ne aveva tagliato i finanziamenti, stanziando solo 1,8 mln di euro per supportare complessivamente circa 385 donne, a fronte di circa 21.000 potenziali beneficiarie, così come calcolato dall’Istat (2022).   

Fonti e materiale di approfondimento

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