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Ogni maledetto 8 marzo, tra doppia morale e nonsense

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Dovevamo nascere in Nord Europa. Il Georgetown Institute for Women, Peace and Security insieme al Peace Research Institute di Oslo tenendo conto di indicatori come la sicurezza, l’inclusione e la giustizia ha classificato 153 paesi in tutto il mondo per qualità della vita se sei donna.

I Paesi davvero evoluti

Ad occupare le prime posizioni dell’elenco sono nazioni che perseguono l’obiettivo di una società civile che riconosca piene ed uguali opportunità a tutti: a tutti ! Possono dirsi realmente evoluti i Paesi che non ragionano per segmenti di popolazione ma garantiscono diritti plurali non vincolati all’identità (di razza, di genere ecc.). Quella per la civiltà è una battaglia da fare insieme, estendendo il “noi” ad una pluralità sociale complessiva non limitandolo, all’occorrenza, a tante distinte minoranze. Non è mai solo una questione da “donne”, “stranieri”, “gay”: si tratta di superare vecchie metriche e andare oltre i generi per l’emancipazione di ogni individuo.

Offesa più grave perché inconsapevole

Nella Giornata internazionale della Donna, circostanza seria che ci ricorda che c’è poco da festeggiare e molto, moltissimo – consapevolezza, conquiste sociali (pensate alla 194!) – ancora da fare, in Italia si è discusso di caramelle al limone e manifesti politici. Rilanciati dalle maggiori testate di informazione, due episodi hanno monopolizzato il dibattito pubblico, sono seguite smentite più imbarazzanti delle notizie stesse.

Per le donne, minacciate nei diritti e denigrate nella percezione, l’offesa è proprio questa: la superficialità con sui si affronta il discorso, l’ inconsapevolezza con cui si festeggia un’idea vecchia e svilente di donna tra gaffe e strumentalizzazioni.

Basta finta indignazione

Per andare avanti il primo passo è rivedere le priorità, anche nella comunicazione. Non abbiamo bisogno della politica finto indignata che prende le distanze, che si dissocia da un volantino di provincia e da se stessa con dei tweet: perché suonano anch’essi come dei proclami, di segno opposto, ma fatti della stessa inconsistenza.

Cosa ci aspettiamo dalle donne in politica

Dalla politica e dalle donne in politica ci aspettiamo che creino qui in Italia le condizioni che esistono altrove, che accelerino gli interventi previsti in agenda, che lavorino per smantellare i condizionamenti che sono l’ostacolo concreto alla nostra libertà. Cominciamo a chiedere ai governi di rendere conto dei risultati raggiunti in relazione agli obiettivi prefissati in materia di violenza, pregiudizi, discriminazioni e diritti. Pretendiamo un aggiornamento culturale che vada di pari passo con azioni positive di tutela e parità.

Interveniamo là dove le condizioni di precarietà e di privazione sono una cosa concreta, quegli ambienti di lavoro in cui vige una doppia morale: si proclama cultura, libertà e tolleranza e si adotta il peggiore maschilismo. Ambienti che di moderno, solidale e aperto non hanno nulla: sono al contrario tossici, ostili e scorretti. La base dell’ottenere rispetto è evitare di rendersi ridicole e questo dipende da noi, dal rispetto verso noi stesse: accettare contratti indegni e un superiore che umilia continuamente i suoi dipendenti è inconcepibile.

Insegniamo il valore dell’essere donna praticato tutti i santi i giorni, impariamo a fare scelte coraggiose o tutto ciò che avremo saranno sempre delle caramelle e dei buoni sconto che nulla hanno a che vedere con il senso di questa giornata.

Per ogni diseducativa operazione commerciale di una compagnia ferroviaria c’è l’editoriale di una rivista culturale che ricorda che “Donne” si diventa. Per ogni volantino che inneggia alla funzione della maternità come destino ineluttabile c’è Natalia Aspesi che scrive che fare figli è una scelta, così come non farne: libertà fondamentale tra le più grandi conquiste femminili. Anche se non siamo in Norvegia, è questione di prospettiva. Ognuno di noi può scegliere da che latitudine guardare le cose, da che parte stare, cosa accettare e cosa no. Citando una canzone dei The The: “If you can’t change the world, change yourself” (“Se non puoi cambiare il mondo, cambia tu”).

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