Ottavio Giordano, giornalista degli ultimi: la Tv mi ha salvato

Ottavio Giordano giornalista
7' di lettura

“Ero un bambino che stava sempre chiuso in casa. Un disadattato. Ho perso presto i genitori. La Tv mi ha salvato la vita”. Ottavio Giordano, giornalista dell’emittente irpina Telenostracon oltre trent’anni di attività alle spalle, si racconta senza filtri a The Wam. Lo incontriamo in piazza Libertà ad Avellino. Ci sediamo a un tavolino nel retro di un bar, un pò in disparte. Secondo me non è un caso. Ottavio Giordano, giornalista abituato alle telecamere, nella vita quotidiana non ama esporsi. E parlare di sé. Si sente uno strumento per raccontare vite ai margini e verità nascoste. Il giornalista degli ultimi.

Che giornalista e che uomo è oggi Ottavio Giordano?

“Sono com’ero quando ho iniziato. Ho ancora tanto da apprendere. E una missione da compiere: cercare la verità. Raccontare la vita ai margini e chi la popola. Protagonisti troppo spesso relegati all’oblio. Vinti che hanno bisogno solo di potersi esprimere”.

Come hai iniziato questo lavoro?

“Per caso. Mio fratello gemello doveva andare a Radio City Sound. Si doveva premere un interruttore, ci andai io. Lì è iniziato tutto. Sono diventato la voce per alcuni servizi di Telenostra, mentre collaboravo anche con Radio Alpha. Poi è arrivato Pasquale Grasso”.

Ecco, chi era Pasquale Grasso. E cosa ha rappresentato per Ottavio Giordano e la sua carriera di giornalista?

“Pasquale Grasso era più di un grande direttore, era un grande uomo. Io, grazie a lui, sono entrato a Telenostra in punta di piedi. Mi sono occupato di servizi su delle hit parade musicali. Prima funzionava così. Era un modo per fare gavetta. La cronaca e la lettura del tg erano il risultato più ambito. Ma ho dovuto lavorare tantissimo per arrivare lì. E quanti rimproveri. Come quella volta… (Fissa un attimo al di là del vetro. E’ perso in un altro tempo)”

Ottavio Giordano e parte della sua squadra speciale
Ottavio Giordano e parte della sua squadra speciale


Quella volta?

“Il mio primo servizio. Quando sono comparso in video. Fra la gente, come sempre. E lui, Pasquale Grasso, mi dice: muovi troppo le mani, fai troppo il Dj. Uno dei suoi tanti insegnamenti. Il direttore ti seguiva e, se puntava su di te, ti sentivi in dovere di ripagarlo con tutte le tue forze e anche di più. Trovo assurdo che Avellino, nonostante le tante sollecitazioni, non abbia intitolato nulla a un professionista simile. Né una strada né una piazza. Pasquale Grasso ha lanciato generazioni di giornalisti: da Pascotto a Marzullo. Il sabato per il suo editoriale in tv si fermava la città. Non ne ha mai saltato uno, anche con la febbre: li faceva dal letto di casa. Era così scomodo che, anche dopo morto, non gli hanno voluto concedere il doveroso tributo”.

Molti ti definiscono un “battitore libero”: i tuoi servizi spaziano dalla cronaca al sociale. Che lavoro è il tuo?

“Non ho mai sentito il bisogno di inquadrarlo. Per me il microfono è sempre stato uno scudo per gli ultimi e i disadattati. Io sono stato uno di loro. La mia missione è aiutarli a vivere meglio. Dare voce a un mondo che, troppo spesso, viene messo in disparte. Oggi come ieri. Una famiglia che si allarga giorno dopo giorno. Adesso ci sono Metopep, Barbalupo, Mr Morrons, Luciano che viveva con Angelo. Il clochard morto nel Mercatone”. ( A proposito di creativi e “battitori liberi”: leggi il resoconto della chiacchierata con Luca Iavarone, direttore creativo di Fanpage)

Trent’anni, tutti ad Avellino. Ottavio Giordano è più di un giornalista: rappresenta l’anima della città. Hai mai avuto occasione di andare via e perché hai scelto di restare?

“Anni fa potevo andare a Milano. In una emittente più grande. E lì iniziare un altro percorso. Ma ho scelto di non farlo. Io amo la mia città e voglio essere utile qui. Mi commuovo quando mi chiamano per nome. Quando le vecchiette mi dicono: “Ottaviù come stai?”. Capita che, quando torno dalle vacanze estive in Cilento, qualcuna di loro mi domandi: “Ma che fine avevi fatto? A casa non era uguale senza di te”. Credo che per queste emozioni fare tv sia la cosa più bella del mondo”. (Se questo articolo ti sta piacendo, condividilo con i tasti social. A te costa un attimo, ma ci aiuterebbe a crescere molto)

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A che punto è, secondo te, il mestiere di giornalista e come i nuovi strumenti di comunicazione lo condizionano?

“Io fino a qualche anno fa scrivevo con una Olivetti. Poi ho imparato a usare facebook per lavoro. Ma credo che la ricerca della verità non abbia tempo. E gli strumenti sono tutti buoni. Se posso permettermi un appunto, direi che oggi tanti giovani professionisti lavorano bene con i social. Arrivano prima, hanno tante condivisioni. Ma la velocità, spesso, non permette di scavare nel cuore delle notizie. Di approfondire. Questo lavoro io l’ho sempre vissuto per strada. Lì dove non arrivano i social. E c’è la vita da raccontare. Ai ragazzi che vogliono fare questo lavoro dico sporcatevi le mani, state di più fra la gente”.

Il giornalista Ottavio Giordano con i colleghi Carmine Losco e Angela Del Gaizo
Da sinistra Carmine Losco, Angela Del Gaizo e Ottavio Giordano


Le tre persone che ti hanno segnato e insegnato di più?

“Ho avuto tanti maestri e amici. Incontri che mi hanno segnato. Ma se devo dire tre persone, oltre a Pasquale Grasso ci metto Angelo. Dopo la sua morte nel Mercatone ho sentito ancora di lottare per chi non ha voce. Io mi sento un giornalista clochard. E poi c’è don Antonio Sibilia. Ricordo questo vulcanico imprenditore, presidente dell’Avellino Calcio, che era un finto burbero. Alla fine riuscii, non so come, a conquistarlo. Lui, che concedeva poche interviste, con me era sempre disponibile. E mi regalava le caramelle. Caramelle regalate da un vulcano: non è poco. Aspetta, devo per forza fare un’altra menzione. Carmine Losco: lui ha sempre creduto in me. Un professionista e un uomo straordinario”.

Il servizio che ricordi di più?

“A Taurasi. Dove una ragazzina aveva vinto il titolo di bambina più buona del mondo. Io andai oltre la notizia del premio. E scoprii che lei si occupava di un’altra ragazzina affetta da disabilità. Questa piccolina viveva un contesto familiare orribile. Fatto di sevizie e soprusi. Denunciai tutto”.

L’insegnamento più importante della tua vita?

“Pasquale Grasso mi diceva sempre: quando sei a un bivio ascolta la gente. E fra le istituzioni e la gente, scegli sempre la gente e la verità”.

Cosa vedi dopo: quando la telecamera si spegnerà per l’ultima volta e il giornalista Ottavio Giordano lascerà la scena?

“Non ci penso. Io voglio finire così, con il microfono in mano in mezzo alla gente. Vedo gli anziani che mi salutano. E sorridono e vogliono parlare al microfono, io mi commuovo. Vorrei vivere e fare il giornalista in eterno per loro”.

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