Palermo, gli chiedono il pizzo. Lui rifiuta e gli mostra la foto di Falcone

Il coraggio di 13 commercianti ha facilitato l'arresto di venti esponenti della famiglia mafiosa che spadroneggiava nel quartiere di Borgo Vecchio, a Palermo. In uno degli esposti arrivati all'arma c'era anche un video in cui l'imprenditore si rifiuta di pagare il pizzo all'esattore mostrandogli le foto di Falcone e di Borsellino.

Palermo, gli chiedono il pizzo. Lui rifiuta e gli mostra la foto di Falcone
Venti arresti grazie al coraggio di alcuni imprenditori, che hanno denunciato le numerose e insistenti richieste di pizzo.
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L’ultima indagine della procura Distrettuale Antimafia di Palermo ha portato all’arresto di venti esponenti della famiglia mafiosa del quartiere Borgo Vecchio di Palermo, quella riconducibile al boss Angelo Monti, che aveva riorganizzato un sistema criminale basato sulle estorsioni.

Questa volta però 13 denunce spontanee hanno semplificato il lavoro degli inquirenti. Alcune di queste sono state accompagnate da alcuni video in cui si vedono gli esattori chiedere il pizzo. Il metodo è quello mafioso, fatto di pressioni psicologiche e violenza fisica e verbale. Questo è uno dei video più significativi, in cui l’imprenditore si rifiuta di pagare e mostra la foto di Falcone e Borsellino:

Gli arresti

A finire in manette sono stati boss, emissari ed esattori della famiglia mafiosa. Gli arrestati sono ritenuti responsabili di: associazione per delinquere di tipo mafioso finalizzata al traffico di stupefacenti, alla ricettazione, ai furti; tentato omicidio aggravato; danneggiamento seguito da incendio; estorsioni agrgavate, consumate e tentate; furto aggravato.

L’indagine è stata diretta dal procuratore aggiunto Salvatore De Luca, che ha fatto emergere l’esistenza del tipico sistema mafioso, in cui si esercita il potere con pesanti ingerenze nella vita sociale della comunità. In particolare i due settori strategici del clan per fare cassa e gestire il consenso erano la festa in onore della patrona quartiere, Madre Sant’Anna, e il tifo organizzato.

L’obbiettivo era evitare di creare tensioni. Il delicato equilibrio tra le tifoserie calcistiche era garantito anche da Cosa nostra, che fungeva da mediatore. Nonostante lo stadio Barbera ricada sotto l’influenza territoriale di altri mandamenti mafiosi, quello di Resuttana e quello di San Lorenzo-Tommaso Natale, la famiglia di Borgo Vecchio regolava i direttamente contrasti tra i gruppi ultras.

Secondo la magistratura, e quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, il sistema era gestito da Angelo Monti e Girolamo Monti, poi «a Giuseppe Gambino spettava il compito di tenere e gestire la cassa della famiglia. Poi Salvatore Guarino, già condannato in via definitiva per associazione di tipo mafioso, si avvaleva di Giovanni Zimmardi, Vincenzo Vullo e Filippo Leto per organizzare e commettere le estorsioni ai danni dei commercianti. Jari Massimiliano Ingarao, nipote di Angelo Monti, gestiva il settore del traffico di sostanze stupefacenti, con l’aiuto dei fratelli Gabriele e Danilo.»

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