Parlare avellinese e diventare virali su fb: ci siamo riusciti così

Parlare avellinese copertina
5' di lettura

“Terrà pure mille rifietti, ma questa è ‘a città nosta (E guai a chi cia tocca)”. No, non si è inceppata la tastiera. Per chi non è di Avellino: questo è dialetto irpino. Vi abbiamo appena detto che, nonostante mille difetti, questa è la nostra città e nessuno deve toccarcela. Una frase che riassume la filosofia di “Parlare avellinese”. Una pagina Facebook da oltre 60mila follower, un account Instagram da migliaia di seguaci. E un sito in costante crescita. The Wam oggi, per i fenomeni social, si occupa proprio di “Parlare avellinese”.

Vogliamo scoprire come può una pagina di una provincia così piccola raccogliere tanto seguito. Quali segreti si nascondono dietro dei post così di successo. Come è nato un vero brand presente su magliette e altri gadget.

Per sciogliere i nostri dubbi sui misteri del social, abbiamo deciso di immolarci per la ricerca. E prendere parte alla festa organizzata al Tilt proprio da Parlare avellinese. Quando arriviamo nei pressi del parco Santo Spirito, ai tavolini davanti al locale, sono sedute una decina di persone. La hall è gremita. Ci colpiscono subito delle maglie verdi sulle quali capeggia la parola: “Stordo”. Una cosa cattivissima da dire in avellinese. Almeno quanto l’oltraggioso “pepe”. Oh, finalmente. Felice il proprietario del Tilt ci indica chi gestisce la pagina di Parlare avellinese. E chi lo avrebbe detto. Come, volete sapere chi è? Forse, se proprio fate i bravi, condividete l’articolo e mettete mi piace alla pagina di Parlare avellinese, potremmo rivelarvi qualcosa.

Parlare avellinese: auguri stordi
Parlare avellinese – auguri stordi

Ci sediamo su un divano di pelle nera all’esterno del locale. Davanti a un piatto fumante di rape e patate, tipica ricetta irpina. Accanto a me uno dei soci del progetto “Parlare avellinese”. Si parte.

Allora, come è iniziata questa storia di parlare avellinese?

“Premetto che io sono napoletano, per metà di origine cilentana. Durante le telefonate con l’altro socio della pagina, irpino purosangue, lui parlava spesso in dialetto avellinese. Mi facevo spiegare le espressioni più strane. Fino a quando non abbiamo deciso di mettere tutto su una pagina facebook. E ha funzionato”.

Come, vuoi dire che non avete studiato niente. Parlare avellinese è nato come un cazzeggio e poi?

“Alcuni di noi, per lavoro, si occupano di comunicazione. Ma per Parlare avellinese abbiamo messo in secondo piano le nostre conoscenze e premiato i contenuti. Volevamo essere diretti e autentici. Anche oggi abbiamo un piano di comunicazione ma, spesso, lo stravolgiamo. Se qualcosa fuori programma è interessante, lo inseriamo. Conta di più la filosofia”.

Che intendi per filosofia di Parlare avellinese?

“Allora, magari siamo in Piazza Libertà e scattiamo una foto alla fontana in una situazione particolare. Poi ci chiediamo: questo scatto può essere in linea con ciò che raccontiamo? Noi vogliamo valorizzare il territorio. Vogliamo promuovere le sue eccellenze umane, enogastronomiche, storiche, artistiche. E combattiamo chi invece lo denigra”.

E questo ha pagato. La provincia di Avellino è piccola, eppure i follower di Parlare avellinese sono tantissimi e crescono giorno dopo giorno.

“Ma, soprattutto, le persone ci sono vicine. Ogni giorno ci arrivano centinaia di foto, spesso da fuori regione o nazione. Qualcuno ha visto la nostra nocciola in una fiera tedesca, il fusillo irpino è spuntato in un supermercato americano, l’immagine di un lupo ci ricorda l’aria di casa. Tutto quello che può rappresentare l’essere irpino. Un senso di appartenenza che è coerente con l’anima della nostra pagina”.

Come è composto lo staff di Parlare avellinese?

“Credo di aver capito dove vuoi arrivare, ma non contarci. Non diremo chi siamo. Quei due ragazzi lì (indica due giovanissimi) sono dei nostri. In squadra abbiamo degli esperti di comunicazione, un grafico e chi ne capisce tanto di Seo. Per questo progetto però, come ti dicevo, l’aspetto tecnico è passato in secondo piano”.

E sul vostro sito Parlare Avellinese vale lo stesso discorso?

“Assolutamente. Anche lì i contenuti sono la cosa più importante e contano molto di più delle logiche legate alla Seo. Posso dirti che è una faticaccia riempirlo”.

Dai, scrivere in dialetto una faticaccia?

“Di più. Ogni contenuto lo rileggiamo dalle otto alle dieci volte prima della pubblicazione. Dagli accenti alla giusta ortografia delle parole: tutto deve essere perfetto. Cerchiamo di essere ironici e non prenderci troppo sul serio, ma commettere errori non è consentito. E’ una forma di rispetto per chi ci segue”.

Chi ha avuto lidea delle magliette?

“In realtà sono stati i nostri utenti a suggerirlo. Qualcuno un giorno ha commentato un post con un motto irpino. E ha detto: “Questa sarebbe fantastica su una maglietta”. E noi le abbiamo fatte. Ora è possibile ordinarle sul sito. Ma se non lo fate, vi vogliamo bene lo stesso”.

Parlare avellinese - magliette

La cosa più fantastica che ti è capitata in questi anni di Parlare avellinese?

“Me ne sono capitate tante. Te ne racconto una recente. Ci contatta una ragazza da Berlino perché voleva una delle nostre maglie. Seguono una serie di peripezie burocratiche. Abbiamo problemi con le poste. Ma non ci arrendiamo. Fino a quando non riusciamo a spedirgliela e lei era felicissima. Queste sono le cose che danno senso a Parlare avellinese”.

Le espressioni avellinesi che funzionano di più?

“Che domande (ride ndr): “stordo” e “a chi appartieni?”.

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