In pensione a 62 anni, le sei proposte dei sindacati

In pensione a 62 anni? È possibile nella proposta che i sindacati hanno depositato sul tavolo del ministro Orlando e che sta guadagnando consensi. Il progetto di Cgil, Cisl e Uil propone una maggiore flessibilità in uscita e maggiori tutele per donne, giovani, fragili, disoccupati ultra 50enni e lavori usuranti.

5' di lettura

In pensione a 62 anni. La riforma delle pensioni proposta dai sindacati è sul tavolo del ministro del Lavoro, Andrea Orlando, e ha ottenuto un primo via libera alla discussione dal presidente del Consiglio, Mario Draghi.

Insieme a Quota 102, l’ipotesi formulata da Cgil, Cisl e Uil sembra quella che ha più chance di realizzarsi. Nelle prossime settimane, dopo il Recovery Plan, il Sostegni Bis, le ultime valutazioni sulla campagna vaccinale e il contrasto alla pandemia, la questione Riforma delle pensioni tornerà inevitabilmente in primo piano.

Pensione a 62 anni, linee guida

Le linee guida della proposta dei sindacati (in pensione a 62 anni) sono queste: maggiore flessibilità in uscita, più protezione per i fragili, per i disoccupati ultra 50enni, per i lavoratori con mansioni usuranti, le donne e i giovani.

Il ritorno della Legge Fornero, con la pensione a 67 anni e 10 mesi, lascia scoperte troppe categorie e, dopo l’abolizione di Quota 100, comporta uno scalone di 5 anni che non è oggettivamente tollerabile.

I sei punti della riforma

La proposta dei sindacati unitari per la pensione a 62 anni si può riassumere in sei punti:

  • accesso flessibile, per chi vuole, alla pensione
  • il riconoscimento dei diversi gradi di gravosità dei lavori
  • la valorizzazione del lavoro di cura e del lavoro delle donne
  • forma di tutela per la pensione dei giovani, soprattutto quelli che hanno carriere discontinue e una bassa retribuzione
  • Proteggere e aumentare il potere di acquisto dei pensionati
  • promuovere la previdenza complementare

Dalla Legge Dini alla pensione a 62 anni

Come vedete il punto di partenza nella proposta dei sindacati si chiama accesso flessibile alla pensione.

I sindacati partono dalla legge Dini, la pensione con opzione contributiva.

Cosa prevede la Legge Dini? Può andare in pensione a 64 anni chi rientra le contributivo puro. E cioè tutte le persone che hanno iniziato a versare contributi a partire dal primo gennaio del 1996.

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La norma consente di andare in pensione a 64 anni anche con solo 15 di contributi, ma a patto che sia maturato un assegno mensile che è almeno 2,8 volte maggiore della pensione sociale, e quindi superi i 1.288 euro.

È chiaro che questa possibilità è accessibile sono da chi in 15 anni ha ricevuto stipendi particolarmente alti.

Calcolo misto dei contributi

Su questa base cosa chiedono i sindacati?

Che la Legge Dini venga estesa anche ai lavoratori che hanno iniziato a versare contributi prima del 1996, e che quindi il calcolo non sia solo contributivo, ma misto (retributivo e contributivo).

Ma non solo, l‘età pensionabile deve essere ridotta 62 anni. E il criterio dell’assegno maturato (2.8 volte la pensione sociale), deve essere ribassato a 1,2 o a 1,5 volte l’assegno sociale.

Tre aspetti che allargherebbero e di molto la platea delle persone che potrebbero accedere al trattamento pensionistico.

Quindi, riassumendo, queste le tre modifiche alla Legge Dini proposte dai sindacati:

  • età pensionabile abbassata a 62 anni
  • calcolo della pensione misto (contributivo e retributivo)
  • criterio delle pensione ridotto a 1.2 o 1.5 volte l’assegno sociale.

Nella riforma proposta dai sindacati c’è anche la possibilità di uscita senza limiti di età, ma con un livello minimo di contributi: 41 anni per tutti, uomini e donne (oggi è di 42 anni e 10 mesi).

Tutelare i giovani precari e sottopagati

I sindacati premono anche sulla questione giovani. Che è all’ordine del giorno da anni ed è uno dei punti fondamentali di ogni riforma in esame. Da tempo si ragiona sull’assegno mensile che potrebbero maturare i giovani che in questi anni hanno avuto lavori precari, e quindi saltuari e con retribuzione basse.

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I calcoli sono stati impietosi: le elaborazioni hanno prodotto cifre che non si discostano molto dall’assegno sociale.

Un futuro difficile per i nostri ragazzi, ma anche per molti che sono già arrivati alla soglia dei 40 anni racimolando una serie di lavori precari.

I sindacato chiedono una integrazione al minimo delle pensioni. In che modo? Coprendo i buchi retributivi e gli anni di lavoro part time per calcolare l’assegno finale.

È chiaro che si terrà conto anche dei percorsi lavorativi dei singoli assistiti.

Agevolazioni per le donne

Oltre ai giovani i sindacati chiedono maggiori tutele per le donne. In particolare quelle che si occupano dei figli e dei familiari.

Anche in questo caso la proposta di Cgil, Cisl e Uil, parte dalla Legge Dini, ma ne chiede un ampliamento.

La Legge Dini prevede (sempre per chi ha iniziato a lavorare dopo il 1996), un anticipo pensionistico di 3, 4 mesi per ogni figlio. O, a scelta, quattro mesi in più di contributi.

Nella proposta presentata al ministro Orlando il periodo di anticipo pensionistico viene portato a un anno per ogni figlio e dovrebbero essere coinvolte anche le donne che hanno iniziato a lavorare prima del 1996.

C’è anche un’altra strada (e viene estesa ai caregiver): lo sconto di un anno per ogni 5 anni di lavoro.

Punti in comune con la proposta dell’Inps

La proposta dei sindacati (pensione a 62 anni) sembra abbia guadagnato punti nelle ultime settimane, anche perché non si discosta molto da quella formulata dallo stesso Pasquale Tridico, presidente dell’Inps, e non sembra gravare così tanto sulle casse dello Stato (come invece la Quota 100).

Oltretutto con gli anni si limiterà il numero dei lavoratori in regime contributivo misto, lasciando quindi solo i lavoratori del retributivo, che hanno un peso economico inferiore. In questo modo la riforma delle pensioni potrebbe diventare finalmente strutturale.

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