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Pensione minima donne con 20 anni di contributi

Pensione minima per donne con 20 anni di contributi: quali sono le possibilità di uscita e cosa cambia rispetto agli uomini (anche per l'integrazione al trattamento minimo)?

di Carmine Roca

Settembre 2023

In questo articolo parleremo di pensione minima per donne con 20 anni di contributi (scopri le ultime notizie sulle pensioni e su Invalidità e Legge 104. Leggile gratis su WhatsApp, Telegram e Facebook).

Pensione minima per donne con 20 anni di contributi: quali possibilità?

Come funziona la pensione minima per donne con 20 anni di contributi? C’è qualche differenza con gli uomini?

Iniziamo col dirvi che, con 20 anni di contributi versati, le donne possono accedere a cinque tipologie di pensione:

Per ognuna di queste misure è richiesto il rispetto di un requisito anagrafico (oltre che di un requisito contributivo, ovviamente).

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Differenze tra donne e uomini

L’unica differenza tra donne e uomini riguarda l’età di accesso alla pensione di vecchiaia anticipata per invalidi civili e non vedenti.

Pensione di vecchiaia anticipata per invalidi civili e non vedenti

La misura è rivolta alle lavoratrici (e ai lavoratori) del settore privato, in possesso di un’anzianità contributiva di almeno 20 anni e di una invalidità pensionabile pari o superiore all’80%.

L’età di uscita per le donne è 56 anni (con 12 mesi di finestra mobile), mentre per gli uomini è fissata, fino al 2024, a 61 anni (con 12 mesi di finestra mobile).

Invece, per le lavoratrici non vedenti, in possesso di almeno 10 anni di contributi maturati dall’insorgere della cecità, è prevista l’uscita a 51 anni di età (con 12 mesi di finestra mobile), mentre per gli uomini non vedenti a 56 anni (con 12 mesi di finestra mobile).

Pensione di vecchiaia

Non ci sono differenze tra donne e uomini per quanto riguarda le altre soluzioni previdenziali a disposizione con 20 anni di contributi versati.

A iniziare dalla pensione di vecchiaia, accessibile al compimento dei 67 anni di età (vale anche per le donne).

Ai fini del calcolo dei contributi versati concorrono anche:

L’unica differenza riguarda il periodo in cui sono maturati i 20 anni di contributi versati, se prima o dopo il 1996.

Per i contributivi puri, ovvero coloro che hanno versato contributi esclusivamente a partire dal 1° gennaio 1996, è possibile andare in pensione con 67 anni di età e soli 20 anni di contributi, a condizione che l’importo dell’assegno sia pari o superiore a 1,5 volte il valore dell’Assegno sociale (nel 2023, la cifra minima è 754,90 euro).

Esempio di importo pensione di vecchiaia con 20 anni di contributi

Volendo fare un esempio di importo di pensione di vecchiaia con 20 anni di contributi, prendiamo una donna di 67 anni, che ha versato 20 anni di contributi a partire dal 1996, con una retribuzione lorda annua di 28.000 euro.

Per calcolare il suo importo dovremo individuare il montante contributivo, ovvero l’insieme delle quote di retribuzione che vengono accantonate ogni anno (una lavoratrice dipendente accantona il 33% della sua retribuzione).

Dunque, il 33% di 28.000 euro è 9.240 euro, moltiplicato per 20 anni di contributi ci dà come risultato 184.800 euro (il montante contributivo). Su questo valore si applica il coefficiente di trasformazione, che a 67 anni è del 5,72%. Il 5,72% di 184.800 euro è 10.570 euro, l’importo lordo di un anno di pensione, circa 813 euro lordi al mese, intorno ai 600 euro netti al mese.

Pensione anticipata contributiva

Sempre per i contributivi puri, il nostro sistema previdenziale mette a disposizione una possibilità di uscita anticipata, con regole (e anzianità contributiva) diverse rispetto alla pensione anticipata ordinaria (legge Fornero).

Con 64 anni di età e 20 anni di contributi versati esclusivamente a partire dal 1° gennaio 1996, si può andare in pensione accedendo alla formula anticipata contributiva, ma solo a una condizione.

Il trattamento pensionistico maturato deve essere pari o superiore a 2,8 volte l’importo dell’Assegno sociale (nel 2023, la cifra minima è 1.409,16 euro). Sotto questo valore, anche se in possesso di età e contributi richiesti, non sarà possibile accedere alla formula anticipata contributiva.

Esempio di importo pensione anticipata contributiva

Utilizzando gli stessi valori dell’esempio precedente (20 anni di contributi, 28.000 euro di retribuzione lorda annua), ma con un’età diversa (64 anni) e, dunque, un coefficiente di trasformazione diverso (5,184%), avremo un montante contributivo di 184.800 euro, ma una pensione lorda annua più bassa: 9.580 euro al mese, circa 737 euro lordi al mese (quindi di gran lunga sotto la soglia minima prevista).

Ecco, perché, questa formula anticipata è rivolta solo alle lavoratrici con una retribuzione lorda annua di 53.000-55.000 euro.

Le formule di prepensionamento: Isopensione, contratto di espansione e RITA

E arriviamo, ora, alle formule di prepensionamento: l’Isopensione e il contratto di espansione la RITA.

Isopensione

Con l’Isopensione è possibile uscire dal mondo del lavoro fino a 7 anni prima del compimento dei 67 anni di età (quindi a 60 anni), con almeno 20 anni di contributi versati.

L’Isopensione, che è stata prorogata dal decreto Milleproroghe (articolo 9, comma 5-bis) fino al 31 dicembre 2026, è uno strumento di prepensionamento per le lavoratrici (e i lavoratori) dipendenti di grandi aziende (con più di 15 assunti), che matureranno i requisiti per la pensione di vecchiaia entro 7 anni dalla presentazione della domanda di prepensionamento.

Il datore di lavoro pagherà un assegno di esodo pari alla pensione maturata fino a quel momento, fino a quando la lavoratrice non avrà diritto alla pensione di vecchiaia.

Contratto di espansione

Il contratto di espansione è molto simile: l’accesso a questo strumento di prepensionamento è consentito alle aziende con un organico di almeno 50 unità lavorative.

Prorogato anch’esso dal decreto Milleproroghe fino al 31 dicembre 2025, il contratto di espansione consente alle dipendenti (e ai dipendenti) di grandi aziende di anticipare l’uscita se si trovano a non più di 5 anni dal conseguimento del diritto alla pensione di vecchiaia, o che abbiano maturato il requisito minimo contributivo per la pensione anticipata.

Dunque, l’accesso al contratto di espansione scatta a 62 anni, con almeno 20 anni di contributi versati.

La RITA

Infine, con la RITA (la Rendita Integrativa Temporanea Anticipata) si può anticipare il trattamento pensionistico fino a 10 anni, solo se la lavoratrice è iscritta alla previdenza complementare e abbia versato nel fondo almeno 5 anni di contributi.

Pensione minima: cambia qualcosa per le donne?

Per quanto riguarda l’integrazione al trattamento minimo, per le donne non ci sono differenze rispetto agli uomini. Piuttosto, l’unica differenza attualmente attiva (fino al 31 dicembre 2023) riguarda le pensionate e i pensionati con più o meno di 75 anni di età.

Dal 1° gennaio 2023, infatti, sono stati applicati due aumenti sugli importi delle pensioni minime (563,74 euro dal 2023), in base all’età anagrafica della pensionata (o del pensionato):

Pensione minima per donne con 20 anni di contributi
Pensione minima per donne con 20 anni di contributi: in foto quattro donne in primo piano.

Faq sulla pensione

Come si calcola la pensione netta dalla pensione lorda?

Per calcolare la pensione netta a partire dalla pensione lorda, bisogna sottrarre l’IRPEF, il Bonus IRPEF (l’ex Bonus Renzi) e le addizionali comunali e regionali. A queste sottrazioni si aggiungono poi le detrazioni spettanti, fino a ottenere il valore netto. La pensione viene erogata al pensionato in maniera netta, con un importo detassato e migliorato per le detrazioni spettanti.

Che cos’è l’IRPEF e come influisce sulla pensione?

L’IRPEF è un’imposta che viene applicata anche ai redditi da lavoro e, di conseguenza, influisce sul calcolo della pensione. L’IRPEF va a agire sulla pensione lorda, trattenendo una quota di essa per il fisco. Esistono 4 scaglioni di IRPEF applicati a seconda della fascia di reddito. Ad esempio, su un reddito di 13.000 euro, bisogna versare il 23% di IRPEF, quasi 3.000 euro all’anno.

Cosa cambia tra pensione contributiva e pensione retributiva?

Quando parliamo di pensione contributiva o retributiva ci riferiamo ai due differenti modi di calcolare la pensione, in base al periodo in cui è maturata l’anzianità contributiva. Con la riforma delle pensioni approvata dal governo Dini nel 1995, è stato introdotto il metodo contributivo, che prende in considerazione soprattutto i contributi versati dal lavoratore.

Fino al 1995, la pensione veniva calcolata esclusivamente col metodo retributivo, con il quale veniva preso come riferimento l’importo della retribuzione lorda annua percepita dal lavoratore o dalla lavoratrice negli ultimi anni della sua vita lavorativa (più altri elementi, altrettanto importanti). Con l’avvento del sistema contributivo, gli importi delle pensioni hanno subito un brusco calo, rispetto agli assegni calcolati col sistema retributivo.

Quali sono gli importi medi per le pensioni di domani?

Con le regole correnti, le stime mostrano che gli under 35 potrebbero teoricamente pensionarsi dopo il 2050, a 66,3 anni, ma avrebbero diritto a un assegno medio di 1.044 euro lordi (poco più di 800 euro netti). Per avere un assegno pensionistico dignitoso, di 1.577 euro (1.099 netti), sarebbe necessario posticipare il pensionamento fino a 73,6 anni, cioè dopo oltre 52 anni di presenza nel mercato del lavoro.

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