Pensioni con il metodo contributivo: per molti dopo 71 anni

Pensioni con il metodo contributivo: stanno per andare in pensione i contributivi puri, che differenza con la generazione precedente! Ma va ancora peggio a chi è giovane adesso, con i lavori intermittenti, per molti l'uscita dal lavoro sarà impossibile prima dei 71 anni. A meno che la riforma delle pensioni non modifichi questa disparità di trattamento.

4' di lettura

Pensioni con il metodo contributivo, sono quasi 26 anni che è stato introdotto con la legge Dini-Treu. Sono ormai milioni le persone, i giovani dell’epoca, a non essere lontani dall’uscita dal lavoro e ora fanno i conti con trattamenti che sono nettamente inferiori al passato e con un’età anagrafica per accedere alla pensione sempre più alta.

Per chi è giovane adesso andrà anche peggio. Se non si corre ai ripari, se non si approva una riforma delle pensioni più equa e meno penalizzante rispetto al passato, l’aumento dell’età pensionabile a 71 anni rischia di essere inevitabile. Anche molto presto.

Pensione con il metodo contributivo: più tardi e con meno soldi

Quindi, al momento: in pensione più tardi e con meno soldi.

Il problema è per i pensionati di domani, e per quelli che dovranno aspettare altri 5, 10 anni prima di lasciare il mondo del lavoro.

Vediamo oggi com’è la situazione.

Dunque, per andare in pensione bisogna avere 67 anni e almeno 20 anni di contributi. Ma solo se si è maturato un importo non inferiore a una volta e mezzo l’assegno sociale. E cioè 693,18 euro lordi mensili.

Chi non raggiunge questi requisiti a 67 anni, può lavorare fino a 71 anni per avere l’assegno pensionistico. Ma solo se ha almeno 5 anni di contributi effettivi.

Pensioni con il metodo contributivo anticipate: quando?

Per le pensioni con il metodo contributivo, quindi per chi ha iniziato a versare contributi dal 1996, c’è anche la chance di andare anticipare la pensione. Per un massimo di 3 anni e con 20 anni di contributi.

Ma bisogna aver versato contributi sostanziosi, perché l’importo minimo del trattamento non dovrà essere inferiore a 2,8 volte l’assegno sociale: 1.294 euro lordi al mese. Cioè deve aver intascato in venti anni uno stipendio medio lordo di 1.850 euro.

Per le pensioni con il contributivo c’è anche un’altra possibilità per l’uscita anticipata. Ma bisogna aver iniziato a lavorare molto presto. Questi sono i requisiti:

  • per gli uomini: 43 anni e 3 mesi di contribuzione
  • per le donne: 42 anni e 3 mesi di contribuzione

Questo tipo di pensione anticipata non è però nel mirino di chi ha iniziato a lavorare con l’entrata in vigore del contributivo, ossia nel 1996. Per loro l’attesa è ancora lunga: almeno altri 16 anni. Di questi tempi un’era geologica.

Pensioni con il metodo contributivo: contratto espansione

Per le pensioni con il metodo contributivo ci sono anche altre possibilità di uscita anticipata.

Ma non si potrà comunque andare in pensione prima di 62 anni e con almeno 20 anni di contributi.

Facendo due calcoli – in un dossier del Corriere della Sera – la questione riguarda chi è nato nel 1959. Oggi ha, appunto, 62 anni e dovrebbe aver iniziato a versare contributi a 36.

Questa pensione anticipata è l’isopensione. È applicata ai dipendenti alle aziende che hanno più di 15 dipendenti.

Possono anticipare l’uscita fino a un massimo di 4 anni (che diventeranno 7 a partire dal 2023).

L’isopensione ha costi e contributi figurativi che sono tutti a carico dell’azienda.

I contratti di espansione, che scadono nel 2021, potrebbero essere rinnovati anche nei prossimi anni. Non hanno costi eccessivi per le casse dello Stato e facilitano il ricambio generazionale (sono previste assunzioni per ogni certo numero di prepensionamenti).

I contratti di espansione sono attivi in questi settori:

  • banche
  • industria
  • commercio
  • servizi
  • artigianato
  • agricoltura

Disparità di trattamento: riforma delle pensioni indispensabile

Al momento, quello che è evidente, è la profonda differenza di trattamento economico tra chi va in pensione con il sistema misto (retributivo e contributivo) e chi invece solo con il sistema contributivo.

Ma non solo, con la crisi del mercato del lavoro, le assunzioni a tempo determinato, raggiungere il requisito minimo dei 20 anni (soprattutto se non si ha la possibilità di riscattare la laurea) è quasi un’impresa.

La riforma delle pensioni allo studio dovrà valutare proprio questi aspetti.

Ovvero: l’equità intergenerazionale deve essere un obiettivo. Non bisogna mai dimenticare un aspetto: le pensioni attuali e dei prossimi anni saranno pagate da chi lavora oggi e nei decenni a venire. Perché penalizzare ulteriormente chi ha già dovuto subire il passaggio alle pensioni con il metodo contributivo?

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