Pensioni, sono i più poveri a pagare i più ricchi

Pensioni, sono i più poveri a pagare i più ricchi: vivono in media tra i tre e in cinque anni di meno, una differenza che continua ad ampliarsi. Il presidente Tridico propone di inserire un coefficiente diverso nel calcolo del trattamento pensionistico per chi ha fatto nella vita lavori duri o usuranti. Una proposta che serve a mitigare una differenza che con il tempo è diventata sconcertante.

5' di lettura

Pensioni, sono i più poveri a pagare i più ricchi. L’Istat aveva già messo in evidenza un dato: in Italia le persone più istruite vivono in media tre anni di più. Il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, ha tradotto in altri termini questa statistica: sono le persone con pensioni più povere a finanziare quelle dei più ricchi.

Roba da chiamare Robin Hood.

Pensioni, sono i più poveri a pagare i più ricchi non è uno slogan, ma la conclusione di uno studio chiesto proprio dall’Inps, dopo quello dell’Istat (sulle aspettative di vita).

Sono stati selezionati i lavoratori nati tra il 1930 e il 1957. I ricercatori della Bocconi hanno analizzato il loro reddito da lavoro di queste persone e la qualifica ricoperta: operaio, impiegato, dirigente.

I risultati hanno confermato quello che era più di un sospetto. E quindi: pensioni, sono i più poveri a pagare i più ricchi.

Pensioni, sono i poveri a pagare i più ricchi: aspettative di vita

I numeri sono questi: il 20% dei maschi nati tra il 1930 e il 1939, con un reddito più elevato, a 50 anni ha un vantaggio come speranza di vita di 3 anni rispetto al 20% più povero.

Questa differenza nelle aspettative di vita è cresciuta nel corso degli anni.

E infatti, per i nati tra il 1950 e il 1957, quel vantaggio arriva a 4 anni e mezzo.

Un pezzo di vita importante.

Pensioni, sono i più poveri a pagare i più ricchi: lavori duri e usuranti

Del resto, chi ha svolto lavori duri o usuranti ha messo per decenni la sua salute più a repentaglio rispetto a un dirigente. Senza contare che chi ha avuto a disposizione più entrate ha potuto anche curare meglio la sua salute e vivere in condizioni di minor stress e disagio economico..

E infatti, nello studio, si rivela che «gli uomini a più basso reddito e con una qualifica da operaio non solo hanno una attesa di vita inferiore, ma sono esposti a maggiore incertezza rispetto all’effettiva durata della vita».

Pensioni, sono i più poveri a pagare i più ricchi: gap aumentato negli anni

Questo gap, come detto, è cresciuto negli anni.

Tra il 1995 e il 1999 i pensionati che rientrano nel 20% di persone più ricche avevano un vantaggio medio, a 67 anni, di circa un anno rispetto al 20% delle persone che rientrano tra quelle più povere.

Nel 2015/2017 quella differenza è raddoppiata: gli anni sono due.

Il presidente dell’Inps arriva a questa conclusione: «Dai dati emerge che i cittadini con le pensioni più basse e che vivono meno a lungo, finanziano i cittadini con le pensioni più alte che vivono più a lungo».

Precisiamo: vivono più a lungo anche perché hanno fatto lavori meno pesanti.

E torniamo all’inizio: pensioni, sono i più poveri a pagare i più ricchi.

Pensioni, sono i più poveri a pagare i più ricchi: il covid ha peggiorato le cose

Ma non solo. Con la pandemia queste differenze sono diventate ancora più grandi.

«Le diseguaglianze si sono acuite con il Covid – si legge nel rapporto Istat -. Il virus ha avuto un maggiore impatto sulle persone con un basso titolo di studio, non necessariamente anziane».

«Condizioni socio economiche svantaggiate – continua l’Istat – hanno esposto le persone a una maggiore probabilità di vivere in alloggi piccoli e sovraffollati, riducendo la possibilità di adottare misure di distanziamento sociale».

Ma non solo: «La maggiore prevalenza in questa fascia di popolazione di malattie croniche, tra cui quelle cardiovascolari, l’obesità e il diabete, ha contribuito ad ampliare le diseguaglianze legate all’infezione da covid».

Come dire, ci mancava solo il covid.

Pensioni, sono i più poveri a pagare i più ricchi: cambiare i coefficienti di calcolo

Per l’Inps queste differenze dovrebbero essere considerate nei coefficienti utilizzati per il calcolo della pensione con il metodo contributivo.

Oggi, invece, quel coefficiente è uguale per tutti: dal dirigente che ha vissuto in ufficio all’operaio che ha trascorso 30 e più anni a due metri da un altoforno.

Non a caso se ne parla ora, a pochi mesi dall’approvazione della riforma delle pensioni. Immaginare di inserire un coefficiente diverso per chi ha fatto lavori duri e usuranti potrebbe essere giusto e auspicabile, anche per ridurre quel gap che è davvero preoccupante.

La consapevolezza che per le pensioni sono i poveri a pagare i più ricchi segnala che forse nel nostro modello di previdenza sociale qualcosa si è inceppato e non funziona più.

Ma già il fatto che a sollevare la questione sia stato il presidente dell’Inps è un buon segnale.

Intanto però non se sente la voce dei sindacati…

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