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di Stefano Carluccio*

Sono anni, decenni ormai, che soprattutto al Sud, ma anche nelle aree interne e montane del resto d’Italia, si fa un gran parlare di spopolamento, emigrazione, di paesi fantasma e abbandono.

Sono temi sempre più caldi, temi su cui migliaia di sindaci ed amministratori locali, ma anche centinaia di migliaia di cittadini si arrovellano quotidianamente in cerca di soluzioni che, finora, non sono state molto efficaci.

Sarà perchè i problemi sono diversi e si intersecano e si complicano a vicenda, sarà perchè la classe política e dirigente a livello nazionale e locale non è all’altezza di questioni cosi complesse, tuttavia, il risultato è sotto gli occhi di tutti.

e se per salvare i nostri paesi dovessimo abbandonarli?

A rischio la storia e le tradizioni del nostro Sud

Città di provincia che lentamente diventano grandi paesi, paesi che diventano borghi e borghi che vengono completamente abbandonati e lasciati all’incuria.

Sembra un destino già segnato ed i numeri che vengono continuamente aggiornati parlano chiaro.

Nei prossimi anni milioni di cittadini del Meridione d’Italia,ma non solo, si trasferiranno nelle grandi città del Nord, in primis Milano, ma anche e soprattutto all’estero: Europa ma anche Asia ed America.

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Sono numeri che se verranno confermati, e tutto ad oggi fa presagire che lo saranno, segneranno la morte di una parte fondamentale d’Italia e d’Europa.

Non tanto per il peso economico, quello è abbastanza irrilevante, ma soprattutto per la storia, le tradizioni, la cultura che il Sud Italia ha creato e diffuso nel mondo intero.

Sarà un patrimonio immenso, da tutti i punti di vista ed in tutti i campi, che scomparirà.

E non sarà il piccolo paese di 300 persone in Irpinia che ne soffrirà di più, o i giovani che dimenticheranno le loro radici e le origini della propria famiglia, ma sarà l’italia, l’Europa ed il mondo a subirne le maggiori conseguenze.

e se per salvare i nostri paesi dovessimo abbandonarli?

Bisogna inventare il nostro futuro

Non subito, certo, ma nel medio e lungo termine gli effetti saranno devastanti.

Perchè la morte del Sud e, in contemporanea, dei tanti altri Sud del mondo, rappresenterà una perdita di proporzioni catastrofiche per la biodiversità, per la ricchezza e la diversità culturale, per la varietà enogastronomica.

Tutto il mondo finirà per assomigliare ad un gigantesco McDonald in cui, al netto di alcune sicuramente pregevoli differenziazioni locali, si potrà mangiare ovunque lo stesso cibo, comprare ovunque gli stessi vestiti, assistere ovunque agli stessi spettacoli.

Perdendo, in maniera drammatica, quella che è la bellezza vera del nostro pianeta e delle nostre società umane: tutte le nostre differenze e le nostre infinitesimali sfaccettature.

Ecco, questo è il futuro che ci aspetta ma che, fortunatamente, non si è ancora realizzato.

Come diceva un saggio: il modo migliore per predire il futuro, è inventarlo.

E quindi dobbiamo essere noi bravi ad inventare il nostro futuro, a progettarlo secondo i nostri sogni e le nostre necessità.

e se per salvare i nostri paesi dovessimo abbandonarli?
Valogno

La svolta in quei paesi abbandonati

A decidere, oggi, di non voler subire passivamente tutto quello che il futuro rappresenterà ma di scegliere come vogliamo che siano i decenni a venire e di organizzarci, bene, per far si che ciò avvenga.

A tal proposito, ed è questo il motivo che mi ha spinto a scrivere questa breve riflessione, ho notato che ultimamente, in diversi paesi d’Italia una volta abbandonati o semi spopolati, è tornata la vita.

In diversi paesi che sembravano ormai cancellati definitivamente dalle mappe d’Italia sono arrivati i turisti, molti turisti, prima italiani e poi stranieri, a visitare le strade deserte, a soggiornare in case solo recentemente adattate al soggiorno di ospiti umani, a comprare quelle stesse case e a consumare i prodotti tipici che quel lembo di itálico terreno può offrire.

Com’è stato possibile? E’ forse un miracolo destinato a ripetersi altrove, magari nella nostra Irpinia?

Forse.

Si tratta di un modo alquanto intelligente di utilizzare al meglio quello che abbiamo e di renderlo più appetibile sul mercato.

e se per salvare i nostri paesi dovessimo abbandonarli?
Valogno

Hanno valorizzato quello che avevano

Nei casi emblematici di Calcio, in provincia di Bergamo, e soprattutto di Valogno, frazione di Sessa Aurunca, in provincia di Caserta, quello che hanno fatto è stato inviduare ed analizzare le criticità, in entrambi i casi lo spopolamento e l’emigrazione, e valorizzare quello che avevano a loro disposizione.

Tante case abbandonate, neanche in ottime condizioni, che per il comune e per il paese era come non averle.

Piuttosto erano pericolose, fatiscenti, degradavano l’ambiente circostante perchè lasciate al loro destino e prive della necessaria manutenzione.

Da tutte queste criticità e da questi costi potenziali che il comune, o altri enti, prima o poi avrebbero dovuto sostenere per una stabilità minima degli edifici, a Calcio, a Valogno, cosi come in altri paesi italiani tra cui Bonito, in Irpinia, si è deciso di recuperare quelle case abbandonate da molti anni e dargli una nuova vita.

Semplicemente mettendole in sicurezza e lasciandole alle cure di artisti nazionali ed internazionali per trasformarle da case vuote e inutili a oggetti d’arte fotografati e visitati da migliaia e migliaia di turisti ogni anno.

e se per salvare i nostri paesi dovessimo abbandonarli?
Il comune di Calcio

Quei murales che creano bellezza

I murales, che nella maggior parte dei paesi seguono un fil rouge, un tema comune, che può essere la fiaba a Valogno come le tradizioni locali a Calcio, sono serviti per creare nuova bellezza in posti che si avviavano inesorabilmente verso lo spopolamento o erano già completamente abbandonati.

C’è stata sicuramente la volontà delle amministrazioni locali, ma in quasi tutti i casi la scintilla, l’idea originaria, è partita da associazioni locali che sono state create allo scopo di far diventare ancora più bello il proprio paese per permettergli di rinascere.

Da lì in poi, una volta ultimati i murales e gli oggetti artistici disseminati tra le viuzze del centro storico e sui muri e le pareti delle case abbandonate, il passaparola ed i social media hanno fatto il resto.

Quei piccoli borghi, quei paesi silenziosi sono diventati protagonisti di articoli su riviste nazionali ed internazionali, sono cominciati ad arrivare i primi curiosi dai paesi e dalle città vicine, a scoprire e riscoprire luoghi cosi attigui e cosi sconosciuti, poi dal resto d’Italia ed infine dal mondo.

Tutta questa attenzione e tutte queste persone si sono prima riversate sui murales in sè, ma poi, ovviamente, le tradizioni, la cultura e l’enogastronomia dei paesi e dei territori dove si trovano sono diventati protagonisti indiscussi.

Un turismo lento e consapevole

Creando cosi nel giro di pochi anni un turismo lento e consapevole, attento, un indotto economico importante che ha permesso di ricostruire e di riaprire botteghe, attività commerciali ed esperienziali, cosi come il nuovo turismo che si sta sempre più affermando.

I visitatori ed i turisti hanno cominciato ad apprezzare sempre di più i luoghi tanto da comprare casa, si sono trasferiti a vivere lì e contribuiscono alle attività e alle iniziative che nel paese stanno nascendo e prosperando.

Ecco, questa è davvero una bella storia di restanza, come direbbe Vinicio Capossela.

Una storia che può essere applicata, con le varianti del caso, anche ai nostri territori, alla nostra amata Irpinia.

Una terra di emigrazione e di spopolamento, di paesi fantasma e borghi abbandonati che aspetta da troppi anni una soluzione a tutti i suoi problemi.

*Studente universitario

stefanocarluccio@live.it

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