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Permessi Legge 104 per andare in vacanza, è legittimo?

Permessi Legge 104 per andare in vacanza, è legittimo? Vediamo cosa ha deciso la Cassazione sul caso di una donna che nel giorno di permesso è andata in gita.

di The Wam

Aprile 2022

Permessi Legge 104 per andare in vacanza, è legittimo? Domanda ricorrente in questo periodo, quando molti stanno programmando le ferie estive. (scopri le ultime notizie su bonus, Rem, Rdc e assegno unico. Leggi su Telegram tutte le news su Invalidità e Legge 104. Ricevi ogni giorno sul cellulare gli ultimi aggiornamenti su bonus, lavoro e finanza personale: entra nel gruppo WhatsApp, nel gruppo Telegram e nel gruppo Facebook. Scrivi su Instagram tutte le tue domande. Guarda le video guide gratuite sui bonus sul canale Youtube. Per continuare a leggere l’articolo da telefonino tocca su «Continua a leggere» dopo l’immagine di seguito).

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Sull’uso dei permessi Legge 104 per andare in vacanza ha messo un punto, che si suppone definitivo, la sentenza della Cassazione numero 18293 del 2018.

Permessi Legge 104 per andare in vacanza: la gita

Il caso affrontato dall’Alta Corte – e che ha portato a questa ordinanza – riguarda una donna che usufruendo di un permesso Legge 104 per assistere la madre, non si era recata nell’abitazione dell’anziana trascorrendo l’intera giornata di permesso retribuito insieme alla famiglia in una località turistica.

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Permessi Legge 104 per andare in vacanza: licenziamento

Ebbene lo diciamo subito: la lavoratrice era stata licenziata dal suo datore di lavoro e la Cassazione ha ritenuto che quella decisione fosse legittima.

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Per i giudici della Cassazione, il lavoratore che beneficia dei permessi legge 104, concessi per l’assistenza di un familiare disabile, non può utilizzare quell’agevolazione per andare a fare una gita fuori porta.

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Ignorando quindi le esigenze del familiare con disabilità grave e tradendo sia le ragioni per le quali erano stati concessi i permessi legge 104 retribuiti e la fiducia del datore di lavoro.

Permessi Legge 104 per andare in vacanza: fruizione abusiva del beneficio

I magistrati hanno anche ricordato che durante i permessi legge 104 è consentito ai lavoratori che ne usufruiscono di dedicare uno spazio temporale anche per soddisfare delle esigenze personali, ma questo non significa andare in vacanza con la famiglia ignorando del tutto la cura e l’assistenza del familiare.

La Cassazione ha quindi ritenuto – confermando le sentenze di primo grado e di appello – che la lavoratrice abbia commesso una abusiva fruizione del permesso.

Permessi Legge 104 per andare in vacanza: chiarimenti

Per non generare confusione con altre pronunce dell’Alta Corte (come questa) è importante chiarire un punto sui permessi Legge 104: l’ordinanza, nel ritenere illegittima la scelta di andare in gita piuttosto che assistere il familiare, non sostiene che l’assistenza della persona con disabilità debba durare per l’intera giornata di permesso retribuito.

E neppure che questa assistenza debba coincidere necessariamente con l’orario in cui il dipendente avrebbe dovuto trovarsi al lavoro.

La Cassazione ha infatti precisato, nel corpo dell’ordinanza (che pubblichiamo integralmente in fondo all’articolo), che la disposizione contenuta nella Legge 104, ovvero l’assistenza continuativa ed esclusiva, non deve essere presa alla lettera.

La cosa rilevante, sia per il rispetto della legge, sia per la corretta interpretazione dei permessi legge 104, è questa: al familiare con disabilità grave deve essere assicurata una assistenza con modalità costanti, ma che sia anche flessibile per poterla adeguare alle esigenze del lavoratore.

Chi ha il congedo Legge 104 può essere licenziato?

Permessi Legge 104 per andare in vacanza: congedo e ferie

Il discorso è diverso quando la persona con disabilità grave (se le condizioni cliniche lo consentono) va in vacanza insieme al familiare con chi lo assiste, cosa che può accadere più di frequente durante la fruizione dei periodi di congedo straordinario.

In quel caso non viene meno la cura e l’accudimento della persona con disabilità, che anzi potrebbe trovare giovamento nel respirare aria di mare o di montagna.

Permessi Legge 104 per andare in vacanza: l’ordinanza completa

Questa è l’ordinanza integrale.

Civile Ordinanza della Sezione 6 Numero 18293 del 2018

ORDINANZA

sul ricorso 15625-2017 proposto da: A.A.

– ricorrente contro

omissis S.P.A, in persona dell’ Amministratore Delegato e legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in omissis, presso lo studio dell’avvocato Marco Antonetti, che lo rappresenta e difende;

contro ricorrente

avverso la sentenza n. 2240/2017 della CORTE D’APPELLO di Roma, depositata il 20/04/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 17/04/2018 dal Consigliere Dott. LUIGI CAVALLARO.

che, con sentenza depositata il 20.4.2017, la Corte d’appello di Roma, in riforma della pronuncia di primo grado, ha rigettato l’impugnativa proposta da A.A. avverso il

licenziamento disciplinare intimatole da XX s.p.a. per aver abusato del diritto ai permessi ex art. 33, 1. n. 104/1992, e non aver risposto alle richieste della datrice di lavoro di conoscere le modalità con cui aveva fruito dei permessi di cui allalegge citata;

che avverso tale pronuncia A.A. ha proposto ricorso per cassazione, deducendo quattro motivi di censura; che XX s.p.a. ha resistito con controricorso;

che è stata depositata proposta ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c. (nel testo modificato dall’art. 1-bis, comma 1, lett. e), d.l. n. 168/2016, conv. con 1. n. 197/2016), ritualmente comunicata alle parti

unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di

consiglio;

che entrambe le parti hanno depositato memoria;

CONSIDERATO IN DIRITTO

che, con il primo motivo, la ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 33,1. n. 104/1992, anche in relazione agli artt. 2 e 3 St. lav. per avere la Corte di merito ritenuto che la sua datrice

RILEVATO IN FATTO

di lavoro avesse provato l’utilizzo abusivo dei permessi di cui alla prima delle disposizioni citt.;

che, con il secondo motivo, la ricorrente lamenta violazione dell’art. 5, 1. n. 604/1966, anche in relazione all’art. 2697 c.c., per avere la Corte territoriale ritenuto che gravasse su di lei l’onere di provare di datrice di lavoro a dover dimostrare che ne era stato fatto abuso;

che, con il terzo motivo, la ricorrente si duole di violazione dell’art. 437 c.p.c. per avere la Corte di merito ammesso la produzione di documenti che erano nella disponibilità della società fin dalla fase di opposizione ex art. 1, comma 51,1. n. 92/2012;

che, con il quarto motivo, la ricorrente censura la decisione impugnata per violazione dell’art. 2119 c.c., anche in relazione all’art. 72 CCNL, per aver ritenuto che i fatti complessivamente

contestatile costituissero giusta causa di licenziamento;

che il primo e il secondo motivo possono essere trattati congiuntamente, in considerazione del tenore delle censure rivolte all’impugnata sentenza;

che, al riguardo, è ormai consolidato nella giurisprudenza di questa Corte di legittimità il principio secondo cui, se è vero che la giusta causa di licenziamento integra una clausola generale (o nonna

elastica) che richiede di essere concretizzata dall’interprete tramite valorizzazione dei fattori esterni relativi alla coscienza generale e dei principi tacitamente richiamati dalla norma, quindi mediante

specificazioni che hanno natura giuridica e la cui disapplicazione è deducibile in sede di legittimità come violazione di legge, non è meno vero che l’accertamento della ricorrenza concreta degli

elementi del parametro normativo si pone sul diverso piano del aver fruito correttamente dei permessi e non invece che fosse la giudizio di fatto, demandato al giudice di merito e incensurabile in cassazione se non nei limiti di cui all’art. 360 n. 5 c.p.c. (cfr. tra le tante Cass. n. 14324 del 2015), che – nel testo vigente ratione ternporis – consente di dedurre in sede di legittimità solo l’omesso esame circa un fatto controverso e decisivo che abbia formato oggetto di che, nella specie, la Corte di merito ha ravvisato gli estremi della giusta causa ex art. 2119 c.c. nel fatto che l’odierna ricorrente abbia fornito risposte evasive alle pressanti richieste della datrice di lavoro di conoscere in che modo avesse fruito dei petinessi ex art. 33, 1. n. 104/1992, e si sia allontanata dall’abitazione della propria madre, per assistere la quale aveva fruito di una giornata di permesso, per recarsi con la propria famiglia in una nota località turistica, onde è evidente che, pretendendo di rimettere in

discussione la sussistenza dell’abusiva fruizione del permesso (cfr. in specie pagg. 32 e 36 del ricorso per cassazione), parte ricorrente ambisce in realtà ad un ulteriore riesame dei medesimi fatti accertatiin sede di merito, ovviamente non possibile in sede di legittimità;

che altrettanto deve dirsi in ordine alle censure di difetto di proporzionalità tra fatto e sanzione (cfr. pagg. 36-37 del ricorso per cassazione), essendo consolidato il principio secondo cui tale

giudizio è devoluto al giudice di merito, la cui valutazione non è censurabile in sede di legittimità se non nei limiti di cui all’art. 360 n. 5 c.p.c. (Cass. n. 8293 del 2012), i quali, anche prima della

riformulazione della disposizione cit. da parte dell’art. 54, d.l. n. 83/2012 (conv. con 1. n. 134/2012), non consentono che si denunci la non corrispondenza della ricostruzione dei fatti operata

dal giudice del merito al diverso convincimento soggettivo della discussione tra le parti (Cass. S.U. n. 8053 del 2014);

parte, né che si proponga per suo tramite un preteso migliore e più appagante coordinamento dei molteplici dati istruttori acquisiti, atteso che tali aspetti del giudizio, interni all’ambito della discrezionalità di valutazione degli elementi di prova e dell’apprezzamento dei fatti, attengono al libero convincimento del convincimento (cfr. da ult. Cass. n. 7916 del 2017);

che è inammissibile il motivo di ricorso per cassazione con cui si deduca una violazione di disposizioni di legge mirando, in realtà, alla rivalutazione dei fatti operata dal giudice di merito, atteso che in tal modo si consentirebbe la surrettizia trasformazione del giudizio di legittimità in un nuovo, non consentito, grado di merito (Cass. n. 8758 del 2017);

che, con riguardo al secondo motivo, è sufficiente rilevare che in nessun luogo della sentenza si prospetta l’inversione dell’onere della prova paventata in ricorso, limitandosi la Corte di merito a dar atto che, mentre l’odierna controricorrente aveva debitamente provato gli addebiti mossi, parte ricorrente non aveva provato alcuna delle circostanze esimenti addotte a discarico (cfr. sentenza impugnata, pagg. 12-13), onde non può che darsi continuità al principio secondo cui la proposizione con il ricorso per cassazione di censure prive di specifica attinenza al decisimi della sentenza impugnata comporta l’inammissibilità del motivo di ricorso, non potendo quest’ultimo essere configurato quale impugnazione rispettosa del canone di cui all’art. 366 n. 4 c.p.c. (Cass. n. 17125 del 2007; nello stesso senso, più recentemente, Cass. nn. 11637 del 2016 e 24765

del 2017);

giudice e non ai possibili vizi del percorso formativo di tale che del pari inammissibile è il terzo motivo, ove si consideri che in ricorso non si spiega quando e come sarebbe stata proposta l’eccezione di tardività della produzione della documentazione relativa alle indagini penali svolte a carico dell’odierna ricorrente, così contravvenendosi al principio secondo cui, qualora venga esaminare gli atti processuali non esime la parte dall’onere di indicare puntualmente gli elementi individuanti e caratterizzanti il fatto processuale di cui richiede il riesame (cfr. Cass. nn. 19410 del

2015, 11738 del 2016 e 2771 del 2017 in rel. a Cass. n. 1277 del 2016);

che il ricorso, pertanto, va dichiarato inammissibile, provvedendosi come da dispositivo sulle spese del giudizio di legittimità, che seguono la soccombenza;

che, in considerazione della declaratoria d’inammissibilità del ricorso, sussistono i presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari

a quello dovuto per il ricorso;

P. Q. M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità, che si liquidano in € 3.200,00, di cui € 3.000,00 per compensi, oltre spese

generali in misura pari al 15% e accessori di legge.

Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13. denunciato un errore in procedendo, il potere-dovere di questa Corte di Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale del 17.4.2018.

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