Il porco e la rosa. La nostra vita dopo l’eruzione del Vesuvio

10' di lettura

Potranno strappare tutti i fiori/ ma non fermeranno la primavera

Pablo Neruda

In testa a lui, secondo me, si crede di essere un cane. L’altro giorno l’ho dovuto prendere con la mazza, non la smetteva di seguirmi.

Ci mancava solo lui, un porco nero con le sciucquaglie di cento chili e passa, che mi fa le feste come un cacciuttiello. Me l’ha portato cul ’e scigna, quando ha chiesto a mammà e papà la mia mano. E quello si è affezionato, il porco dico, perché il mio futuro prossimo marito l’ho visto sì e no tre volte.

Eruzione del Vesuvio: il porco

Lo dovevo capire, quando si è presentato a casa col cappello in mano e Ferdinando – il porco – al guinzaglio.

Mammà la sera mi ha fatto il discorso.

– Rosa, ormai tieni un’età e Michele è un bravo ragazzo, pieno di volontà –

Io l’ho tenuto subito il sospetto che doveva essere un fatto grave. Mia mamma non mi chiama quasi mai Rosa.

Ma quale età? Volevo rispondere, che diciotto anni mica mi sembrano assai. Ma poi, per rispetto, mi sono stata zitta, pure se il sangue mi era salito in testa.

E mò, da domani, sarò la moglie del verdummaro. E chi me lo doveva dire a me?

Lo chiamano “cul ’e scigna” perché tutti i pomodori San Marzano che coltiva gli escono con la punta arrepecchiata e scura, ma quello non si arrende. Fa gli esperimenti.

Sta sempre chiuso nella serra solo lui e quando esce chiude la porta a chiave. Che caspita combina là dentro nessuno l’ha mai capito. Fatto sta che tutti gli anni ci riprova, ma poi deve lo stesso buttare tutto il raccolto.

Eruzione del Vesuvio: il porco e la rosa

Eruzione del Vesuvio: mica ha il coso come i pomodori?

Le compagne mie mi sfottono, dicono di controllare, la prima notte di nozze, se pure quel coso là ce l’ha come i suoi pomodori. Tengono la capa fresca, loro.

Io stanotte non ce la faccio a dormire.

Ci ho messo il bello e il buono a chiudere Ferdinando nel porcile. Si era messo ad alluccare come se lo stessero squartando e mi guardava con quei suoi occhiarielli tristi. Mi ha fatto stringere in petto, ma non tenevo genio di portarmelo appresso proprio stasera.

Vuoi vedere che mi sto affezionando al porco? Se è così, almeno tengo la speranza che, se riesco a volere bene a lui, forse ci riesco pure con Michele.

Finalmente Ferdinando l’ha finita di alluccare e mò faccio avanti e indietro nel giardino inglese.

Stasera ci sta Marcoffio nella luna che fa brillare la coccia della statua vicino all’Aperia. La scritta sotto non si legge più, l’acido delle cacate di piccione si è mangiato il bronzo, ma io lo chiamo “papi” da quando ero piccola. (Se il racconto ti sta piacendo condividilo con i tasti social. E clicca su “G+”, a te costa un attimo ma ci aiuterebbe a crescere molto)

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Eruzione del Vesuvio: “Avevo sei anni”

Tenevo più o meno sei anni e stavo portando a passeggio nonnina Carolina, la mamma di mia nonna, che all’epoca avrà tenuto quasi novant’anni.

Nonnina Carolina era un poco ’nzallanuta, ma a me mi piaceva uguale. Embè quel giorno, quando siamo arrivate davanti alla statua, l’aveva puntata col bastone e non la smetteva più di ripetere: “papi… papi”, che mi sembrava un disco incantato.

Veramente dopo ci aggiunse pure una cantata di corna che non finiva mai.

Solo dopo ci ho fatto caso che quasi tutti i vecchi che passavano davanti alla statua, mazzicavano male parole tra i denti e poi voltavano la faccia dall’altra parte. Non mi facevo capace – la verità manco adesso – di come a uno che tutti lo schifano e che si vorrebbero scordare, gli hanno fatto addirittura un monumento. (Il racconto “Il porco e la rosa. La nostra vita dopo l’eruzione del Vesuvio” continua a “pagina 2” per rendere più agevole la lettura da smartphone)

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