Il porco e la rosa. La nostra vita dopo l’eruzione del Vesuvio

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Eruzione del Vesuvio: interni

Eruzione del Vesuvio: a noi la Reggia a loro le case di cartone

Nonnina Carolina, fino a quando non ha chiuso gli occhi, raccontava sempre della crisi del 2010. Diceva che era stata più nera della mezzanotte. L’altra fissazione sua era l’eruzione del Vesuvio del 2012 che aveva dato la botta finale ai morti di fame che erano diventati.

La lava si era mangiata quasi tutta Napoli, i paesi aggrappati sul vulcano che non ce la faceva più a schiattarsi in corpo ed era scoppiato d’arraggia. Un deserto nero era quello che aveva lasciato. Il mare si era ritirato e poi aveva risputato a terra pesci e cristiani sparpitianti. La gente teneva i bronchi appilati di cenere.

Alla fine erano usciti in processione i santi patroni. San Gennaro in testa. Ma non fecero nessun miracolo. Rimasero tutti con la bocca aperta a guardare mentre le case, i casermoni di cemento armato, a uno a uno, si squagliavano dentro al fiume di fuoco.

La lava era arrivata fino a Caserta e, per un caso strano assai, si era salvato solo il palazzo reale e il parco.

– A noi, però, ci è andata meglio degli abruzzesi col terremoto, lo sai a nonnina? A noi ci hanno dato la reggia di Caserta, a loro le case di cartone… –

Sì, ma prima vennero i soldati e scoppiò quasi una rivoluzione, sennò col cavolo che alla povera gente la mettevano a vivere nel palazzo reale.

Nella spartizione della terra, a mio nonno toccò il giardino inglese.

All’inizio manco ci campavano con quello che coltivavano e raccoglievano.

Eruzione del Vesuvio: il vulcano

Eruzione del Vesuvio: i fiori non riempiono lo stomaco

Le camelie giapponesi, le ginestre, le rose di tutti i colori che ci avevano trovato, erano belle a vedere ma mica servivano a riempire lo stomaco. Le avevano scippate tutte per fare posto alle altre colture. Ma il problema vero erano le sementi. Per anni non si erano riuscite a trovare, quei pochi che le tenevano erano diventati i nuovi ricchi, chi aveva i soldi non contava più niente, perché non ci stava niente da comprare.

Mio nonno, per fortuna, ha sempre tenuto la passione della caccia e sparava a ogni cosa che si muoveva. Così, mò un cinghiale, mò qualche bestia più piccola, ed erano riusciti a non morirsi del tutto di fame.

La terra era secca, sfruttata, piena di veleno come quelli che erano rimasti. Quando aveva cominciato a ripigliarsi, mio nonno aveva avuto la pensata di seminare tutto a tabacco.

– Che alla gente ci puoi levare tutto, tranne i vizi –

Intanto, mò delle camelie, delle ginestre, delle rose non ne è rimasta manco una, che dei fiori così io non li ho mai visti, per colpa della gente che non teneva più genio di coltivare le cose solo perché erano belle.

(Di Francesca leggi anche “Vita in manicomio. Le scarpe sono quelle delle bambole”)

Io sono nata assai dopo i fiori.

Forse sarà stato per la nostalgia che mia mamma mi chiamò Rosa.

E io non so nemmeno che odore tiene il mio nome.

Ma sono sicura che se ci stavano ancora quei fiori, mò l’aria non puzzava di commò, umido e pieno di muffa.

Eruzione del Vesuvio: gallina

Eruzione del Vesuvio: nonna da piccola non aveva mai visto un pollo vivo

Quando non riuscivo a dormire, nonnina Carolina mi raccontava qualche storia delle sue. Volevo sentire sempre quella di quando era creatura e non aveva mai visto un pollo intero. Diceva che non si faceva capace che tenevano solo due cosce, perché a casa sua, nella confezione del magazzino ce ne stavano sempre sei. Mi pisciavo sotto dalle risate ogni volta.

Comunque, io è da piccolina che tengo la passione per le galline, da quando, a cinque anni, mi regalarono un pulcino di chicchirinella.

L’avevo chiamata Cocca e me l’ero cresciuta a mollichelle e quando ci fecero il brodo a Natale, piantai un piccio di tre giorni. Per questo a casa mi chiamano T’tella. Anche perché a spiegare il mio nome vero si perdeva solo il tempo. I compagnucci miei di un fiore che si chiama così non ne avevano mai sentito parlare, sapevano solo quelli di campo, al massimo quelli gialli dei friarielli che infetentiscono ancora di più l’aria.

Eruzione del Vesuvio: gita alla cascata

Stamattina, per non stare in mezzo all’ammuina dei preparativi, me ne sono andata con Ferdinando alla cascata. Embè quello, a un certo punto, si è messo a tirare che un altro po’ mi strascinava per terra. Fosse un porco ammaestrato? No, perché, a furia di tirare, mi ha portato dritta dritta da cul ’e scigna che stava nel campo e scapuzziava guardando i suoi pomodori fraciti.

Michele non è nemmeno un cattivo ragazzo, ma tiene una faccia tirata e asciutta che sotto a quei capelli color cocozza, mi ricorda un cachisso ’nzerevuso. Mi sono trascinata a Ferdinando e me ne sono andata. Lui è rimasto come uno scemo con i San Marzano in mano.

– T’tè, chi è al giorno d’oggi che tiene un corredo a trentasei? –

E’ da quando tenevo undici anni che mammà mi ha ucciso la salute lei e il corredo. Mi ha fatto sempre una capa tanta con il laccetto d’oro con l’orologio e la collana di perle. Solo una volta me li fece vedere.

– Vedere e non toccare –

Stasera a tavola, con gli occhi abbuffati per la commozione, me li ha consegnati.

 – Sai come sei bella domani? Col filo di perle al collo, col vestito bianco… – 

Io invece, al posto delle perle, mi sono sempre sognata di portare un mazzolino di rose rosse, e, a fianco, magari pure qualcun altro al posto di Michele. Ma mi devo dare i pizzichi sulla pancia.

E cammino.

Mi sgrano le perle come un Rosario.

Eruzione del Vesuvio: lucchetto

Eruzione del Vesuvio: il segreto della serra di cul ‘e scigna

Tanto che ho camminato con la testa piena di pensieri, che sono arrivata proprio alla serra di cul ’e scigna. Stanno le lampade accese e quell’ombra cinese che va avanti e indietro, tiene proprio i capelli come i suoi.

Può essere mai che questo pure la notte prima di sposarsi, sta a pensare ai pomodori?

Ma da qua si sente un profumo strano. Mi sono avvicinata zitta zitta per cercare una senghetella e vedere che sta combinando là dentro.

Mentre mi sto accovacciando vicino alla porta, non esce fuori da un cespuglio quel porco maledetto di Ferdinando?

Caccio un urlo pauroso e cado a culo a terra.

Michele spalanca la porta bianco come un lenzuolo.

Madò, che figura di niente.

Non dice una parola, ma per la prima volta da quando lo conosco fa un sorriso. Ma un sorriso che in una botta sola gli toglie quel colore grigio che gli ho visto sempre pittato sulla faccia.

Mi piglia per una mano, mi tira dentro alla serra e Ferdinando si infila dietro a noi.

Apro la bocca, ma non mi esce nemmeno una frenzola di respiro.

Non ci sta nemmeno un pomodoro. Ma fiori. Fiori di tutti i colori che non ho mai visto.

Il profumo è così buono e forte che mi fa venire il giramento di testa. Ferdinando, invece, pare quasi abituato, annusa l’aria tutto contento. Lui, che tiene una fame che si mangia pure i piedi dei tavolini, non tocca nemmeno un fiore.

A Michele gli brillano gli occhi. Pare persino bello.

Mò sono io che gli stringo la mano più forte. Mi porta dietro a un cespuglio di fiori piccoli e bianchi e le vedo. Stanno tutte sistemate dentro a un vaso pieno di acqua. Con quei petali come il sangue e quelle spine sullo stelo. Guardo a Ferdinando tutto beato. Forse non avevo capito niente, né del porco né di Michele.

Mi viene da sorridere. Penso a domani mattina.

Al mio vestito bianco, alla mia collana di perle e… al mio mazzolino di rose rosse.

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