Prescrizione e riforma della giustizia: come il dito e la luna

3' di lettura

Cancellare la prescrizione, credendo così di riformare la giustizia, equivale a guardare il dito dimenticandosi della luna.

Il quotidiano delle aule penali (ma quelle delle altre “materie” non divergono) getta nello sconforto.

Partecipare a vari titolo e/o ruolo, nel quotidiano, al processo penale è divenuto un duro lavoro (verrebbe da dire per fegati forti); una possibile via d’uscita potrebbe essere la disillusione (o meglio: la rassegnazione), del tipo: non può andare diversamente, è il migliore dei processi possibili.

Altra possibilità, potrebbe essere quella del cimentarsi a ragionare, ed auspicabilmente poi fare, una riforma del sistema penale.

Un sistema unico e indivisibile

Quella del sistema, termine usato non a caso, è la impostazione da seguire; non esiste logica in riforme parziali: il sistema è appunto unitario ed è costituito dal diritto penale (tradotto: i reati), dalla procedura penale (tradotto: le regole del processo) e (tutti dimenticano) anche dalla macchina amministrativa (tradotto: gli uffici e le cancellerie/segreterie, in genere).

Il processo penale italiano è spesso ingiusto perché è, molto spesso, lento: al netto di norme procedurali talvolta inutili, v’è un reale problema di “burocrazia” processuale che si somma ad un “formalismo spinto” che conduce a conclusioni ingiuste: o ingiuste nel merito della decisione(pensate all’omicida che la fa franca per un vizio di forma e che non può essere processato nuovamente); o ingiuste per il tempo in cui si giunge alla decisione (pensate all’assoluzione di un innocente che giunga dopo decenni, o alla declaratoria di prescrizione del reato, senza una decisione reale sui fatti).

Dove intervenire davvero

Il cittadino onesto è tranquillizzato da una giustizia certa nei tempi e nella effettività dell’esecuzione della decisione; il disonesto teme la stessa cosa.

Vi sono istituti processuali anacronistici, da riformare: l’avviso di conclusione delle indagini preliminari e l’udienza preliminare, ad esempio. E ciò deve avvenire prima ancora della tanto sbandierata riforma della prescrizione (sostanziale o processuale che sia).

Ma v’è la “burocrazia” processuale che è altrettanto anacronistica: è possibile mai che il processo penale sia gestito oggi, a fine del 2018, ancora in forma cartacea da cancellerie/segreterie piene di fascicoli fisici, impilati, ma vuote di personale giovane e formato alle nuove tecnologie?

Vanno riformate, ad esempio, le modalità di notifica (da rendere tutte telematiche il più possibile), le norme processuali eccessivamente formalistiche (o solo tali, esempio una serie di avvisi inutili e ripetitivi), i riti alternativi al dibattimento (che devono diventare veramente accattivanti, se non obbligatori in taluni casi) ma anche le piante organiche di magistrati e personale amministrativo (che devono essere, davvero, rese adeguate e proporzionate alla domanda di giustizia).

Infine: la cultura ci salverà.

La cultura giuridica, e giudiziaria, è ciò che ancora ci manca: dobbiamo formare correttamente, alla tecnica ed alla informatica, il personale amministrativo; personale che può essere lo spunto per avviare la velocizzazione – pratica e materiale – del procedimento penale (la fase delle indagini preliminari), prima, e del processo penale (dibattimentale e simili), poi.

Dobbiamo formare in maniera specialistica, magari con apposito concorso, il giudice penale ed il pubblico ministero; solo così potranno evitarsi errori tecnici forieri di sentenze ingiuste.

Dobbiamo formare infine l’avvocato penalista, il quale, in ultima (od in prima?) istanza, potrà paralizzare decisioni sbagliate (o meglio: aiutare il giudice,  e prima di lui il p.m., a prendere la decisione giusta).

Solo così riusciremo a guardare la luna invece che il dito.

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