Primarie Usa: è corsa a due tra Sanders e Biden. Flop Bloomberg

Nel super tuesday risorge l'ex vice di Obama. E' ormai sfida a due in casa democratica per decidere lo sfidante di Trump



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Ogni quattro anni ci sono Olimpiadi e Campionati Europei, ma non meno importanti sono le elezioni Presidenziali negli Stati Uniti d’America, che cadono tradizionalmente il primo martedi di novembre.

Tuttavia il processo di avvicinamento a queste elezioni importantissime per il mondo intero parte almeno due anni prima, con la formazione dei comitati esplorativi per i candidati alla Casa Bianca. Tutti questi candidati che decidono di correre per un partito devono confrontarsi in elezioni primarie all’interno della fazione che vogliono rappresentare. Così, in estate, durante la convention nazionale di quel partito, il candidato che ha riscosso più voti, o delegati il più delle volte, durante le primarie, diventa il candidato ufficiale di quel partito.

In America il sistema politico è ormai strutturato da circa cento anni su uno storico bipartitismo che vede quasi sempre contrapposti Democratici e Repubblicani. Quindi anche quest’anno, ci sono elezioni primarie negli Stati Uniti, sia per il partito Repubblicano, sia per quello Democratico.

Se per il primo partito la nomina per un secondo mandato alla Presidenza di Donald Trump è praticamente scontata, dalla parte opposta solo ora si comincia a intravedere un rosa ristretta di candidati democratici potenzialmente “papabili” al più alto ufficio dell’amministrazione d’oltreoceano.

Fino a poco prima del caucus nello Stato del’Iowa i candidati dem erano ben 27, un record assoluto, ma ad oggi,alla luce dei primi risultati e soprattutto del Super Tuesday sono già scesi a cinque. Essi sono Bernie Sanders, senatore federale per lo Stato del Vermont dal 2007, Joe Biden, ex Vice-Presidente degli Stati Uniti durante la Presidenza Obama, Michael Bloomberg, ex Sindaco di New York, Tulsi Gabbard, deputata federale per lo Stato delle Hawaii dal 2013 e Elizabeth Warren, dal 2013 senatrice federale per il Commonwealth del Massachussets.

Martedi 3 marzo, hanno votato gli elettori democratici di ben 12 stati, un territorio (Samoa Americane), nonché gli elettori democratici residenti all’estero, da qui il nome tanto famoso di Super Tuesday. I candidati ancora in gioco, come detto sono cinque, ma appare chiarissimo che ormai la lotta per la nomination è ristretta a Joe Biden e a Bernie Sanders. Il primo, dopo un avvio parecchio in sordina, ha conquistato gli Stati del sud a maggioranza nera, dopo aver ottenuto anche importanti endorsement da parte di candidati ritirati, primo tra tutti quello di Pete Buttigieg, che aveva sorprendentemente vinto il caucus in Iowa. Buttigieg, sindaco di South Bend in Indiana, si è poi ritirato, quasi a sorpresa, dopo le primarie in Nevada e ha appoggiato l’ex vice di Obama. Per alcuni analisti, compreso chi scrive, questo ritiro può significare un accordo elettorale in caso di nomination di Joe Biden per un ticket presidenziale Biden-Buttigieg. Ipotesi non da escludere perchè Buttigieg ha molto appeal tra i giovani degli stati del nord, dove Biden ha sempre faticato non poco e tra la comunità LGBT, di cui Buttigieg stesso fa parte. Questo potenziale ticket ricostituirebbe quella grande piattaforma di centro liberal intrapresa durante la presidenza Obama in favore di diritti civili, economia sostenibile e disimpegno militare all’estero e in favore di maggior impegno diplomatico.

Il maggiore sfidante di Biden, Bernie Sanders, invece non è un outsider tipo del partito democratico. Per anni è stato uno dei pochissimi indipendenti tra i seggi del Congresso e le sue idee socialiste, spaventano ancora un certo tipo di elettorato americano, specie nelle grandi aree rurali e nel sud puritano e ultracristiano. D’altra parte il suo elettorato base si trova maggiormente nelle grandi metropoli e soprattutto nel cosiddetto New England, ovvero gli stati del nord-est. Sanders infatti ha stravinto nel suo Stato, il Vermont e nel New Hampshire ed è dato come favorito quando il mese prossimo si voterà in Connecticut e soprattutto nello Stato di New York. Sanders ha poi controbilanciato i successi al sud di Biden con la vittoria in California. Questo risultato consente allo sfidante socialista di rimanere in scia e ancora in partita per la nomination.

Tra gli altri sfidanti, Michael Bloomberg ha vanificato i suoi sforzi finanziari facendo la stessa fine di Rudolph Giuliani alla primarie repubblicane del 2008: cioè snobbare i piccoli stati per concentrarsi solo ed esclusivamente sul Super Tuesday e sui grandi stati. Un errore che si è ripetuto per chi è stato Sindaco di New York e poi decide di correre per la nomination. Un errore che ha convinto Bloomberg a ritirarsi e dare l’endorsement a Biden. Le ultime due candidate, Warren e Gabbard sono state praticamente eclissate dai risultati di Sanders e Biden e con tutta probabilità annunceranno a breve il proprio ritiro dalla corsa per la nomination.

La sfida quindi continua essenzialmente tra Joe Biden e Bernie Sanders e tra poco più di quattro mesi il mondo conoscerà il nome dello sfidante democratico di Donald Trump.

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