Quando andrà in pensione chi lavora part-time

Con la legge di Bilancio 2021 vengono conteggiate anche le settimane contributive dei lavoratori parziali. Vediamo quando andrà in pensione chi lavora part-time.

9' di lettura

La legge di Bilancio 2021 ha individuato nuove modalità di calcolo dell’anzianità contributiva. Questo per includere anche i rapporti di lavoro subordinato a tempo parziale (di tipo verticale o ciclico). Una circolare dell’Inps, infatti, ha ufficializzato la valorizzazione, ai fini del diritto pensionistico, del tempo non lavorato, come già avviene nel part-time orizzontale. Quindi, quando andrà in pensione chi lavora part-time? (scopri le ultime notizie e poi leggi su Telegram tutte le news sulle pensioni e sulla previdenza. Ricevi ogni giorno sul cellulare gli ultimi aggiornamenti su bonus, lavoro e finanza personale: entra nel gruppo WhatsApp, nel gruppo Telegram e nel gruppo Facebook. Scrivi su Instagram tutte le tue domande. Guarda le video guide gratuite sui bonus sul canale Youtube. Per continuare a leggere l’articolo da telefonino tocca su «Continua a leggere» dopo l’immagine di seguito).

INDICE

Quando andrà in pensione chi lavora part-time: le indicazioni Inps

Con la circolare n. 74 del 4 maggio 2021, l’Inps si è espresso in merito alla gestione ai fini pensionistici del lavoro part time disciplinando:

  • l’applicazione della norma nel settore privato;
  • i nuovi adempimenti per i datori di lavoro;
  • le posizioni assicurative dei lavoratori dipendenti diversi dagli operai agricoli.

Le pensioni liquidate in applicazione delle seguenti disposizioni sono state erogate decorrenze dal 1° gennaio 2021. Chi attualmente è un lavoratore part time, quindi, ai fini pensionistici – per il futuro – dovrà tenere conto di questa nuova disciplina.

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Quando andrà in pensione chi lavora part-time: le regole del part-time

Secondo legge di bilancio 2021 (legge n. 178/2020) il numero delle settimane da assumere ai fini pensionistici si determina rapportando:

  • il totale della contribuzione annuale;
  • col minimale contributivo settimanale.

Il riconoscimento dei periodi non interamente lavorati, tuttavia, è subordinato alla presentazione di apposita domanda dell’interessato.

Fino al 2021, la disciplina previdenziale non ha consentito all’Inps di riconoscere, per le gestioni private, l’accredito pieno delle settimane di contribuzione. Infatti, fino al quel momento si teneva conto della “settimana retribuita”. Con la legge 178/2020, però, viene superata la questione. Pertanto, il riconoscimento dei periodi utili esclusivamente ai fini del diritto alla pensione, trova applicazione per i contratti di lavoro part-time di tipo verticale o ciclico in corso oppure esauriti. Da qui ne discende che:

  • in caso di rapporto di lavoro a tempo parziale, tutte le settimane nell’ambito della durata dello stesso saranno valutate per intero;
  • per l’anzianità di diritto vale la condizione che la retribuzione accreditata nel periodo annuale di riferimento sia almeno pari all’importo minimale di retribuzione previsto per l’anno considerato;
  • in difetto, verrà riconosciuto un numero di contributi;
  • il numero di contributi sarà pari al rapporto fra l’imponibile retributivo annuo e il minimale settimanale pensionistico vigente nello stesso anno (come previsto dalle leggi precedenti).

Conseguentemente l’anzianità contributiva dei periodi di attività svolta in part-time, ai fini della misura della prestazione pensionistica, va imputata proporzionalmente all’orario di lavoro svolto. La somma sarà determinata dal rapporto fra:

  • le ore retribuite in ciascun anno solare;
  • il numero delle ore settimanali previste dal contratto per i lavoratori a tempo pieno.

Il riconoscimento dei periodi non interamente lavorati, tuttavia, è subordinato alla presentazione di apposita domanda dell’interessato.

Fino al 2021, la disciplina previdenziale non ha consentito all’Inps di riconoscere, per le gestioni private, l’accredito pieno delle settimane di contribuzione. Infatti, fino al quel momento si teneva conto della “settimana retribuita”.

Con la legge 178/2020, però, viene superata la questione. Pertanto, il riconoscimento dei periodi utili esclusivamente ai fini del diritto alla pensione, trova applicazione per i contratti di lavoro part-time di tipo verticale o ciclico in corso oppure esauriti. Da qui ne discende che:

  • in caso di rapporto di lavoro a tempo parziale, tutte le settimane nell’ambito della durata dello stesso saranno valutate per intero;
  • per l’anzianità di diritto vale la condizione che la retribuzione accreditata nel periodo annuale di riferimento sia almeno pari all’importo minimale di retribuzione previsto per l’anno considerato;
  • in difetto, verrà riconosciuto un numero di contributi;
  • il numero di contributi sarà pari al rapporto fra l’imponibile retributivo annuo e il minimale settimanale pensionistico vigente nello stesso anno (come previsto dalle leggi precedenti).

Conseguentemente l’anzianità contributiva dei periodi di attività svolta in part-time, ai fini della misura della prestazione pensionistica, va imputata proporzionalmente all’orario di lavoro svolto. La somma sarà determinata dal rapporto fra:

  • le ore retribuite in ciascun anno solare;
  • il numero delle ore settimanali previste dal contratto per i lavoratori a tempo pieno.

Se il rapporto di lavoro era attivo al 1° gennaio 2021 oppure era esaurito alla predetta data, il beneficio è comunque riconosciuto retroattivamente. L’assicurato, però, deve presentare apposita istanza all’Inps.

Se, inoltre, è in possesso di determinati requisiti, potrebbe ricorrere a qualche particolare tipo di pensione anticipata.

In ogni caso, ad oggi, per la pensione di vecchiaia è necessario:

  • 35 anni di contributi;
  • 67 anni di età.

Tale condizioni valgono per entrambi i sessi e i settori lavorativi dipendenti privati e autonomi. Al contrario, l’anzianità contributiva per la pensione anticipata è di 41 anni e 10 mesi per le donne e 42 anni e 10 mesi per gli uomini, indipendentemente dall’età.

Fermo restando che la situazione potrebbe cambiare con l’insediamento del nuovo governo. Di seguito riportiamo le proposte dei vari partiti in tema di previdenza.

Quando andrà in pensione chi lavora part time: le opzioni di uscita anticipata

Esistono diverse possibilità di uscita anticipata dal lavoro. Tra queste, vanno citate:

In questi casi, la domanda va presentata all’Inps tramite gli appositi canali. Oppure rivolgendosi direttamente ad un patronato convenzionato.

Quando andrà in pensione chi lavora part-time: il calcolo contributivo per i part-time

Per quanto riguarda la maturazione del diritto alla pensione, le settimane, i mesi e gli anni di lavoro svolti in part-time (orizzontale o verticale) vengono conteggiati come full-time a condizione che sia stato rispettato il minimale inps per il lavoro dipendente, un valore di poco superiore a € 10.500,00 euro nel 2018.

Per esempio, un lavoratore del settore privato che ha lavorato 35 anni a tempo pieno e altri 8 anni con lavoro part-time con un reddito annuo superiore al predetto minimale al termine della carriera lavorativa potrà vantare sempre un’anzianità contributiva di 43 anni (35+8=43).

quando andrà in pensione chi lavora part-time
quando andrà in pensione chi lavora part-time

Quando andrà in pensione chi lavora part-time: quanto percepiranno i part-time

Quello che invece cambia è la misura della pensione: l’importo sarà inferiore a quello che sarebbe stato con il lavoro a tempo pieno. Inevitabilmente, diminuendo la retribuzione annua, diminuiranno anche i contributi versati (calcolati sempre sulla retribuzione percepita) e, di conseguenza, anche il valore dell’assegno.

Quindi tanto maggiore è il periodo di part-time tanto superiore sarà la riduzione dell’importo della pensione futura.

Questo effetto negativo sull’importo della pensione è del tutto evidente nel regime di calcolo contributivo, quindi per la quota di pensione riferita al periodo post 2011 (per chi aveva meno di 18 anni di contribuzione al 31/12/1995) o post 1995 (per chi aveva almeno o più di 18 anni di contribuzione al 31/12/1995).

A differenza di quanto si crede, invece, l’eventuale quota della pensione calcolata in regime retributivo (sino al 1995 per coloro che hanno meno di 18 anni di contribuzione al 31/12/1995 e sino al 31/12/2011 per coloro che ne hanno almeno o più di 18) non viene penalizzata dal lavoro part time anche se si termina la carriera lavorativa ad orario ridotto.

Questo perché è riconosciuta al lavoratore una “base pensionabile” pari a quella che avrebbe avuto se fosse rimasto con un rapporto a tempo pieno. Come? Aumentando il periodo temporale entro cui determinare l’importo (per la quota A ultimi 5 anni di retribuzioni e per la quota B ultimi 10 anni per anzianità maturata dal 1993 al 1995 o sino al 2011 a seconda dei casi) di un periodo pari esattamente al numero di settimane mancanti all’anno pieno. Questo meccanismo impedisce, in sostanza, che gli ultimi anni di lavoro svolto a part-time penalizzino le quote retributive della pensione. 

In alcuni casi addirittura è possibile che il pensionato ci guadagni qualcosa in quanto ampliandosi il periodo di riferimento per la ricerca delle ultimi 5 o 10 anni, si andranno a rivalutare con coefficienti ISTAT maggiori le retribuzioni più remote nel tempo. 

Facciamo un esempio pratico per capire meglio.

Ipotizziamo un lavoratore che abbia svolto la propria attività part time al 50% negli ultimi 15 anni prima del pensionamento.

Per il calcolo della base pensionabile riferita alla quota A della pensione bisogna fare la media degli ultimi 5 anni di retribuzione, ebbene in questo caso per ottenere 5 anni pieni è necessario andare a ritroso per 10 anni (5 anni part time al 50%) mentre per determinare la base pensionabile della quota B bisogna fare la media delle ultime 10 retribuzioni annue prima del pensionamento, in questo caso gli ultimi 20 anni (10 anni part time al 50%).

Andando indietro di 10 e 20 anni (anziché 5 e 10) può anche succedere che i coefficienti di rivalutazione Istat delle retribuzioni possano portare a una base pensionabile addirittura più elevata di quella di un lavoratore full time.

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