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Racket ai pakistani: niente estorsione, condanne lievi

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2' di lettura

Quello che resta dell’inchiesta sul racket ai pakistani, con sequestro di persona e un violento raid punitivo, si riduce a tre condanne a un anno per lesioni aggravate, due assoluzioni e due rinvii a giudizio.

Nel processo – con rito abbreviato – sono caduti i capi di imputazione più gravi, è stata smontata la ricostruzione delle vittime e della pubblica accusa.

Le condanne

Questi i condannati. Giampiero Aufiero (assistito dagli avvocati Gaetano Aufiero e Gerardo Santamaria): la sua era la posizione più delicata. Rispondeva di tutti i reati contestati: dal sequestro, all’estorsione, alla detenzione e porto di arma, per finire con le lesioni aggravate. E’ stato condannato a un anno di reclusione (ha scontato già sette mesi).

Un anno di reclusione anche per Francesco Coppola e Ferdinando Bianco, assistiti dagli avvocati Loredana De Risi e Quirino Iorio. Assolti Pino Barbarulo e Saverio Valente, difesi dagli avvocati Gaetano Aufiero e Michele Scibelli.

Saranno invece processati con il rito ordinario Ivan e Alessio Di Somma, imputati solo per lesioni aggravate, e difesi dagli avvocati Gerardo Santamaria e Costantino Sabatino.

La sentenza è stata emessa questa mattina dal giudice Fabrizio Ciccone.

Il piemme Luigi Iglio aveva chiesto per Aufiero due anni e otto mesi di reclusione. Un anno per Coppola e Bianco.

I fatti risalgono al settembre dello scorso anno. E suscitarono una enorme eco in Irpinia, e non solo.

Quella tentata estorsione

I sette imputati – a vario titolo – avrebbero tentato di imporre il pizzo al titolare di un circolo di Monteforte Irpino frequentato e gestito da pakistani. Ma non solo, avrebbero minacciato con una pistola le vittime. Una persona sarebbe stata anche sequestrata. E infine gli imputati avrebbero anche portato a termine un raid punitivo all’interno del locale. C’era puzza di atteggiamento mafioso. Con venature razziste o almeno xenofobe. Anche per questo l’indagine ebbe grande risalto. Ma non solo, ad arricchire di particolari la vicenda ci pensarono anche le vittime – subito dopo gli arresti -, con una affollata conferenza stampa, durante la quale si evidenziava il loro coraggio nel dire no agli estorsori. Mohamad Waqas raccontò di essere stato sequestrato in auto da Aufiero e altre due persone. Descrisse la spedizione punitiva davanti al suo locale: venne pestato insieme ad altri suoi amici e colpito cono scariche elettriche.

La verità giudiziaria ha però raccontato altro. Già al Riesame erano cadute per tutti, eccetto Aufiero, le accuse di tentata estorsione. Il processo con rito abbreviato ha fatto il resto. E’ rimasta in piedi solo quella “spedizione punitiva”. E il processo ordinario, che attende i fratelli Di Somma. Ma anche la loro posizione si è già molto “alleggerita”.

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