Raffaele Graziano, camorra e politica in Irpinia: il sindaco boss

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Un nome simbolo della criminalità nel Vallo Lauro. Ma anche della politica al servizio degli interessi malavitosi. E’ stato infatti sindaco di Quindici dal 1975 al 1983, quando il presidente della Repubblica, Sandro Pertini, lo ha destituito per “gravi motivi di ordine pubblico”. Il primo caso in Italia . Raffaele Pasquale Graziano è senza dubbio il capo storico del clan. Non si può prescindere dalla sua figura per comprendere le origini della camorra irpina. Ma anche per capire la storia dei due clan e la faida che ha insanguinato quel fazzoletto di territorio al confine con il Nolano. Faida che ancora fa paura, come ha ricordato nei giorni scorsi il procuratore di Avellino, Rosario Cantelmo.

Lassalto al comune, venti killer armati

Raffaele Pasquale Graziano è morto a 51 anni, il 16 ottobre del 1990, ucciso da un tumore. Ha smesso di vivere nel letto della sua casa, a Palma Campania (dove era ai domiciliari per le gravi condizioni di salute). Era stato arrestato dopo cinque anni di latitanza. E’ morto come un uomo qualunque, circondato dall’affetto dei suoi cari. Eppure non era così scontato. Soprattutto dopo essere miracolosamente sopravvissuto a una serie di attentati. Il più clamoroso nell’ottobre del 1982, quando una ventina di killer hanno dato l’assalto al municipio di Quindici. Scene di guerra. Vennero esplosi duecento colpi. Il commando cercò il “sindaco boss” ovunque. Senza successo. Don Raffaele si era nascosto in soffitta. A organizzare quel raid sarebbero stati i Cava, insieme ai loro storici alleati, i Fabbrocino. Siamo in piena guerra di camorra. Da una parte la Nco di Raffale Cutolo. E Graziano è uno degli uomini più fidati del “professore”. Dall’altra la Nuova Famiglia di Alfieri e Galasso, che ha proprio nei Cava e nei Fabbrocino, due forti alleati in quella zona. Sullo sfondo, i soldi per la ricostruzione dell’Irpinia, distrutta due anni prima dal terremoto.

Raffaele Graziano, primo boss della camorra irpina: sangue e potere.
Raffaele Cutolo

Ma come si è arrivati a quel punto? Perché questo territorio si è trasformato in un enclave della malavita organizzata? Un piccolo paese, due clan. Potenti e feroci. E una scia di odio che dura da quasi mezzo secolo.

Lucky Luciano e l’influenza sui nuovi boss

Partiamo da lontano, ma il viaggio è breve. A disegnare il quadro è una dettagliata relazione dei carabinieri e le cronache dell’epoca. Siamo in epoca fascista. E la camorra riesce a contrastare anche il regime. Il boss era Michele Siniscalchi, non proprio un tipo qualunque. I documenti di quel periodo lo segnalano come grande amico di Lucky Luciano, l’inventore di Cosa Nostra. Beh, Luciano non ha bisogno di presentazioni. Era detenuto negli Usa, considerato il nemico pubblico numero uno (degno sostituto di Al Capone). Ma durante la seconda guerra mondiale ha giocato un ruolo decisivo per la vittoria degli Alleati. I suoi rapporti con la mafia siciliana hanno infatti facilitato lo sbarco in Sicilia. Per quei “meriti” – negati a lungo dagli Stati Uniti – venne rimesso in libertà, ma a una condizione: doveva tornarsene in Italia. E così accadde. E qui, tra gli altri, conobbe Siniscalchi. Non era ancora la camorra che conosciamo. Siamo ancora prossimi alla guapparia. Ma l’origine di quello che sarà è in quegli anni. I boss dell’epoca si occupavano di piccoli affari della comunità, come i dissidi matrimoniali, le fuitine. Ma è una fase che negli anni ’50 lentamente si dissolve. La figura del guappo viene presto sostituita dal boss. La lezione di Lucky Luciano assimilata da tutti. In pratica: è stata Cosa Nostra a dare il là alla nuova camorra.

Raffaele Graziano, primo boss della camorra irpina: sangue e potere.

Le famiglie e la conquista della politica

I clan iniziano a interessarsi alla politica, proprio come avviene da decenni dall’altra parte dell’Oceano. I guappi messi a tacere, anche con il piombo. Conta l’organizzazione. Conta il capo. E’ in quegli anni che inizia l’ascesa dei Graziano, molto vicini ai Siniscalchi. Il loro nemico in quel periodo sono i Manzi. Questioni di interesse, legate soprattutto al commercio del legname.

Fiore Graziano e l’assassinio delle due sorelle

Da lì, da quel momento, il clan inizia una scalata inarrestabile al potere. Politico e criminale. Sono gli uomini di Fiore Graziano a prendere il sopravvento. Ma non c’è nessuna guerra: i Siniscalchi non hanno eredi all’altezza. Fiore Graziano diventa sindaco nonostante il terribile passato: a 14 anni ha ucciso sua sorella Maria. Per motivi d’onore. La ragazza si era permessa di intrecciare una relazione con un nemico. Ma non è tutto. Il “sindaco boss” doveva avere un conto aperto con le sorelle: ne fece uccidere anche un’altra, Carmela. Sempre per gli stessi motivi.

I Graziano hanno il dominio quasi assoluto. Ma nuove guerre sono all’orizzonte, in particolare con la famiglia Grasso. Il settembre del 1972 è una data da segnare in rosso. Da lì parte un’altra storia della camorra quindicese. Inizierà a scorrere tanto sangue. Ma è anche l’anno che segna l’ascesa al potere di Pasquale Raffaele Graziano. Quello che potremmo definire il primo vero boss della criminalità organizzata irpina.

Lomicidio sugli spalti del campo sportivo

Già, il settembre del ’72. Quel giorno Fiore Graziano sta assistendo a una partita di calcio. Un derby locale, in campo Quindici contro Lauro. Viene ucciso mentre tenta di sedare una rissa sulle gradinate. Da quel momento, da quei colpi di pistola, nulla sarà come prima. Si alza il sipario sulla figura di Pasquale Raffaele Graziano. Viene arrestato con l’accusa di aver ucciso un esponente dei Grasso (una vendetta per l’omicidio di Fiore). Sarà assolto per insufficienza di prove. Ma passa un po’ di tempo in carcere, lì conoscerà un uomo che sarà determinante per il suo destino: Raffaele Cutolo. Diventeranno amici fraterni. Graziano sarà uno dei capi della Nco, la camorra del “professore”, quella nata al grido “Napoli ai napoletani” (all’epoca comandavano i marsigliesi), quella che darà alla criminalità partenopea, per qualche anno, una cupola del tutto simile alla mafia siciliana. Quella che imporrà anche al capoluogo, la forza e il potere della camorra rurale. Sì, proprio loro, i cafoni, come li definivano in maniera sprezzante i criminali di città.

Raffaele Graziano eletto sindaco in carcere

Raffaele Graziano è ancora in cella quando viene eletto, nella lista civica Torre, sindaco di Quindici. Un plebiscito: 816 voti. Forse è il punto massimo del potere dei Graziano. Sono ai vertici della malavita organizzata e politicamente imbattibili.

In quel periodo Cava e Graziano sono ancora alleati. Impongono il racket a tutti. Anche ad Antonio Sibilia, che stava per aprire una fabbrica di nocciole a Fontanella di Lauro. Il legame con i Cava è destinato a finire presto. E’ il terremoto e il fiume di denaro in arrivo a sancire la rottura.

Salvatore Cava (Tore ‘e Clelia), all’epoca uomo forte del clan, aderisce alla Nuova Famiglia. Lo scontro diventa violentissimo. Raffaele Graziano esce illeso da una serie di attentati. Uno fallisce, come dirà Carmine Alfieri ai magistrati, solo per un banale guasto a una vettura. Ma nel 1983 il sindaco boss viene condannato a 23 anni e sei mesi per omicidio e tentato omicidio. Poco dopo viene emesso un altro mandato di cattura, per associazione mafiosa. Pertini lo destituisce dalla carica di primo cittadino e Raffaele Graziano inizia la latitanza. Dura cinque anni, nei quali da “invisibile” continua a gestire gli affari del clan. Poi la malattia, l’arresto e la morte a Palma Campania.

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