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C’è chi non si arrende e a lamentarsi non ci pensa proprio. Anche quando la vita mette di fronte sfide che ad altri sembrerebbero insormontabili. Raul Pietrobon, imprenditore, non vedente, a Cameri, in provincia di Novara, ha fondato Cambratech, un’azienda che si occupa di produrre e vendere materiale per persone disabili e in particolar modo per ciechi e ipovedenti, oggetti come i fornelli parlanti. Una realtà che è diventata un esempio positivo, nonostante troppe città italiane siano ancora all’anno zero in fatto di accessibilità. The Wam ha intervistato Raul per la nostra rubrica “Imprenditori di successo”.

L’inizio di Cambratech…

Raul, come è nata la tua azienda?

“Da esigenze personali. Cercavo prodotti per non vedenti che in Italia non c’erano. Nello specifico un particolare bastone bianco. Ho trovato quello che cercavo solo in Canada, attraverso canali dedicati, e l’ho acquistato. Mi sono detto: servirebbe anche in Italia un’azienda che produce prodotti simili”.

Raul Pietrobon: imprenditore che vende fornelli parlanti
Raul Pietrobon

Nello specifico di che parliamo?

“Articoli per l’autonomia quotidiana dei ciechi e degli ipovedenti. Oltre ai prodotti medicali, abbiamo anche oggetti parlanti adatti nella vita quotidiana e casalinga, nello sport, il fai da te, il gioco, la scrittura, la scuola, materiale informatico. Un prodotto di cui vado molto fiero sono i primi fornelli a induzione parlanti in italiano. Completamente gestibile da ciechi, ma anche da ipovedenti e anziani con difficoltà visive”. (Sulla pagina facebook di Cambratech trovi tanti spunti interessanti sugli articoli, il superamento delle barriere architettoniche e non solo).

Come sono arrivati i prodotti innovativi, ad esempio i “fornelli parlanti”

Ecco, il “fornello parlante” che hai citato è uno dei tanti prodotti all’avanguardia della Cambratech. Come riesci a sviluppare linee così innovative?

“Noi in parte produciamo alcuni articoli autonomamente e in parte li importiamo da fornitori che hanno sede in Nord Europa, Canada, Stati Uniti, Cina, Corea e altri Paesi che sono all’avanguardia. Quando il prodotto prevede l’uso della lingue italiana o di altre caratteristiche specifiche, chiediamo all’azienda produttrice di venirci incontro. Purtroppo, e questo mi dispiace, non sempre troviamo dall’altro lato l’adeguata disponibilità. Le imprese ci chiedono quanto mercato può avere il prodotto con la variazione richiesta: noi ci rivolgiamo a una nicchia, un fattore che non è ritenuto appetibile commercialmente”.

A proposito di difficoltà, tu per lavoro viaggi molto: come è la situazione in Italia rispetto alla questione delle barriere architettoniche e ai servizi per non vedenti e ipovedenti?

“Di base c’è un gap culturale da colmare. Non raramente mi sono capitati episodi emblematici: come dispositivi acustici per non vedenti ignorati dagli automobilisti. Ma il discorso è più ampio. Rispetto al traffico veicolare, per esempio, c’è poca tolleranza anche per i pedoni che possono avere difficoltà motorie legate a diversi fattori come l’età. Le fasce deboli raramente sono tutelate in Italia. Eppure nel mondo ci sarebbero gli esempi da seguire. Penso al Nord Europa dove l’apparato infrastrutturale è tale da consentire a chi ha limitazioni fisiche di vivere a pieno la città e i suoi servizi. Attraverso strumenti come proprio i semafori sonori per non vedenti e ipovedenti”.

Se ti dico guarda avanti di cinque anni: cosa vedi per la tua azienda?

“Non guardo così lontano nel tempo. Anche perché c’è sempre un margine di imponderabilità. Comunque il mio augurio è che l’azienda continui a realizzare i prodotti che sta offrendo e ne aggiunga degli altri. E poi che si sviluppi una cultura in merito alla questione delle barriere architettoniche e dell’accessibilità. Vorrei che non si considerassero le fasce deboli come nicchie marginali: dopotutto anche questo significa civiltà”.

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