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Revoca dell’invalidità e restituzione degli importi

Revoca dell'invalidità e restituzione degli importi: vediamo cosa dispone la legge se l'Inps pretende anni di arretrati per aver sospeso in ritardo un trattamento assistenziale.

di The Wam

Aprile 2022

Revoca dell’invalidità e restituzione degli importi già erogati dall’Inps, vediamo come funziona e se l’istituto ha diritto a richiedere indietro i soldi. (scopri le ultime notizie su bonus, Rem, Rdc e assegno unico. Leggi su Telegram tutte le news su Invalidità e Legge 104. Ricevi ogni giorno sul cellulare gli ultimi aggiornamenti su bonus, lavoro e finanza personale: entra nel gruppo WhatsApp, nel gruppo Telegram e nel gruppo Facebook. Scrivi su Instagram tutte le tue domande. Guarda le video guide gratuite sui bonus sul canale Youtube. Per continuare a leggere l’articolo da telefonino tocca su «Continua a leggere» dopo l’immagine di seguito).

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La questione è molto frequente: l’Inps revoca dopo la revisione una misura assistenziale, ma sospende il beneficio solo dopo mesi pretendendo la restituzione delle mensilità che nel frattempo sono state erogate. È giusto, può farlo? Vediamo cosa dice la legge, o meglio: come si sono pronunciati i giudici che hanno affrontato casi simili.

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Revoca dell’invalidità e restituzione degli importi: il fatto

Prendiamo in esame una sentenza che è stata emessa dai giudici della sezione Lavoro del tribunale di Lucca il 4 novembre dello scorso anno.

Il fatto. Una donna era stata riconosciuta nel 2015 invalida totale con permanente inabilità lavorativa e con necessità di assistenza continua. In pratica le era stato riconosciuto il diritto a percepire l’indennità di accompagnamento.

Due anni dopo, nel 2017, la Commissione medico legale al termine della visita di revisione ha concluso che la donna non avesse più i requisiti sanitari necessari per l’indennità di accompagnamento.

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Fin qui tutto regolare. Il problema si è posto perché per altri tre anni l’Inps ha continuato a erogare l’indennità (più di 500 euro al mese), e solo il 18 febbraio del 2020 ha inviato alla donna una raccomandata. C’era scritto: «La informiamo che nel periodo nel periodo tra il 1 febbraio del 2017 e il 31 marzo del 2020 sono stati pagati 19.460,88 euro in più sulla sua pensione per i seguenti motivi: è stata corrisposta una prestazione di invalidità non spettante».

E quindi, solo 36 mesi dopo la visita di revisione l’Inps si è ricordata di sospendere l’indennità chiedendo indietro tutti gli arretrati. Il sito Invaliditaediritti.it ha spiegato come presentare ricorso in caso di revoca dell’invalidità.

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Revoca dell’invalidità e restituzione degli importi: il ricorso

La donna ha contestato la decisione dell’Inps, ritenendo che a norma di legge (è stato citato l’articolo 37 della legge numero 448 del 1998), quando l’istituto accerta l’inesistenza dei requisiti sanitari nel corso di una visita di revisione, ha l’obbligo di sospendere entro 90 giorni l’erogazione del trattamento assistenziale.

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E quindi, l’Inps non ha rispettato quei termini. Infatti la verifica dei requisiti sanitari è stata effettuata il 25 gennaio del 2017, mentre la revoca della prestazione è stata ufficializzata solo il 18 febbraio del 2020. Molto oltre i 90 giorni.

Revoca dell’invalidità e restituzione degli importi: le ragioni dell’Inps

Per l’istituto la questione proposta dalla donna non è fondata. Il verbale con la revoca della misura era stato immediatamente portato a conoscenza dell’assistita, avrebbe avuto il tempo di proporre nei sei mesi successivi un ricorso. Oltre quei sei mesi la decadenza dal diritto di ricevere l’indennità sarebbe diventata definitiva.

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Revoca dell’invalidità e restituzione degli importi: la sentenza

Vediamo cosa hanno deciso i giudici.

Ebbene, il ricorso della donna non è stato ritenuto fondato. È stata richiamata anche una sentenza della Corte di Cassazione.

In pratica: l’accertamento sanitario di fatto determina il mancato riconoscimento di uno dei requisiti fondamentali per ottenere l’indennità di accompagnamento, quello sanitario. E dunque l’inizio della indebita percezione del mensile inizia con l’accertamento sanitario e non dalla sua successiva comunicazione.

Così dispone in un procedimento simile Cassazione:

«Ha ragione l’Inps a sostenere che il diritto alla ripetizione delle somme erogate nel lasso di tempo trascorso tra la data della visita medica, in cui fu accertata l’insussistenza della condizione sanitaria, e quella del formale provvedimento di comunicazione della revoca della prestazione decorre dal momento di formazione dell’indebito (art. 2033 c.c.), coincidente con quello dell’accertamento sanitario comportante il venir meno di uno degli elementi costitutivi della domanda e non con quello della sua successiva comunicazione, come affermato dalla Corte d’appello in riforma della prima decisione».

Revoca dell’invalidità e restituzione degli importi: conclusione

Questo significa che è la Commissione medica a disporre, con il venir meno del requisito sanitario, il formale atto di revoca e la fine del diritto a ricevere la prestazione assistenziale.

Per il giudici quindi:

«La data dell’accertamento amministrativo, ancorché precedente il formale atto di revoca, determini la fine dell’affidamento dell’assistito nella definitività dell’attribuzione patrimoniale ricevuta».

Ma non solo, l’esito della visita è stato comunicato con tempestività dall’ente all’assistita e anche per questo i giudici hanno ritenuto il comportamento dell’Inps in linea con quanto stabilisce la legge.

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