Riciclaggio Avellino: innocente agli arresti per 15 mesi

Riciclaggio ad Avellino: imprenditore assolto dopo quindici mesi di arresti fra carcere e domiciliari. Dopo una condanna in primo grado a tre anni di reclusione

Riciclaggio. Assolto dopo quindici mesi di arresti per un avellinese
Riciclaggio. Assolto dopo quindici mesi di arresti per un avellinese
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Arrestato e condannato per riciclaggio da innocente, ha dovuto trascorrere quindici mesi fra carcere e domiciliari, prima di essere assolto. Una storia di errori giudiziari, quella vissuta da Ciro Ferrara, imprenditore irpino (originario della provincia di Avellino), che da anni vive e lavora in Lombardia.

Riciclaggio ad Avellino: le indagini

Un calvario iniziato nel 2019 quando Ferrara finisce al centro di alcune intercettazioni, con un altro imprenditore avellinese, suo amico di infanzia, arrestato in una indagine della Squadra Mobile del capoluogo irpino per riciclaggio, truffe aggravate, falsi e sostituzione di persona. Vittima è una donna disabile alla quale sono stati sottratti trecentomila euro di buoni fruttiferi.

Gli agenti ascoltano delle conversazioni che citano una commessa da 200mila euro che Ferrara, con la sua azienda, deve fare arrivare dall’est Europa. Si tratta di tabacco: quel carico non arriverà mai, saranno più veloci gli arresti.

Secondo gli investigatori, infatti, quella trattativa commerciale, così come i bonifici emessi, rappresentano solo uno stratagemma per pulire il denaro e assicurare un lauto guadagno, tutto sommato sicuro, per un vecchio amico.

Accusato di riciclaggio. Innocente in carcere (Foto di Pictrider)
Accusato di riciclaggio. Innocente in carcere (Foto di Pictrider)

Il dramma di un innocente

L’imprenditore, che intanto viene trasferito nel carcere di San Vittore, decide di affidarsi all’avvocato Gaetano Aufiero, che proprio in questi mesi sta combattendo un’altra battaglia legale molto delicata, quella per far scarcerare il boss Raffaele Cutolo, ormai gravemente malato ma ritenuto dai giudici socialmente pericoloso.

Il legale produce al giudice per le indagini preliminari presso il tribunale di Avellino, Fabrizio Ciccone, una serie di documenti, fra cui rimesse bancarie (documentazione che attesa la vendita di merci o valori), bolli e altre tracce della trattativa di tabacco. Quella documentazione verrà ritenuta fasulla o, comunque, non sufficiente a ottenere la scarcerazione.

Per Ferrara, intanto, si sono aperte le porte del carcere di San Vittore a Milano. Dove rimarrà per oltre quattro mesi. “Dopo ogni visita – ci conferma il suo legale – mi rendevo conto di cosa stesse vivendo quell’uomo. Gli ho visto perdere venti chili”.

Le tracce più profonde lasciate dalla detenzione, però, non sono quelle visibili. Ferrara, che si è sempre detto innocente, si trova inspiegabilmente separato dai figli, deve presentare delle istanze anche solo per poter parlare con la mamma. In quei mesi medita pensieri terribili, che fortunatamente rimarranno solo tali.

Assolto dall’accusa di riciclaggio

L’avvocato riesce a ottenere i domiciliari. L’impresa di Ferrara, intanto, continua a perdere soldi e vive un momento drammatico, che culmina in una condanna a tre anni col rito abbreviato, così come chiesto dal procuratore Vincenzo D’Onofrio. Il giudice per le udienze preliminari presso il tribunale di Avellino, Paolo Cassano, non considera solide le argomentazioni difensive, corroborate da quei documenti ai quali nessuno sembra credere.

In quel momento la vita di Ferrara va in pezzi. La paura torna ad assalirlo, ancora quei maledetti pensieri. Sono passati quindici mesi da quando, quelle manette, lo hanno trasformato da onesto imprenditore in avido criminale.

La battaglia legale non si ferma e approda davanti alla Corte d’Appello di Napoli. Il procuratore generale non ha dubbi: la condanna va confermata. Stavolta, però, i giudici decidono di valutare diversamente quei documenti, la luce in fondo al tunnel. Assolto: il fatto non sussiste. Non c’è riciclaggio e, quindi, probabilmente non doveva esserci alcun arresto. Ora Ferrara potrà chiedere un risarcimento.

“Adesso però – commenta amaro l’avvocato – la cosa più importante è far sì che queste storie insegnino qualcosa. Che facciano capire come, quando si decide di privare della libertà un essere umano, bisogna pensarci non una ma mille volte. O si rischia di creare danni spesso irreparabili”.

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