Riforma delle pensioni: cosa cambia nel 2023

Riforma delle pensioni: cosa cambia nel 2023, come sarà la nuova previdenza e quali sono le proposte in campo. I partiti hanno presentato delle proposte, alcune più strutturate, altre dal sapore più propagandistico. Vediamo di cosa si tratta e cosa si aspettano gli italiani.

6' di lettura

Riforma delle pensioni: cosa cambia nel 2023 quando il sistema previdenziale dovrà essere cambiato per evitare il ritorno alle rigidità della Fornero. (scopri le ultime notizie e poi leggi su Telegram tutte le news sulle pensioni e sulla previdenza. Ricevi ogni giorno sul cellulare gli ultimi aggiornamenti su bonus, lavoro e finanza personale: entra nel gruppo WhatsApp, nel gruppo Telegram e nel gruppo Facebook. Scrivi su Instagram tutte le tue domande. Guarda le video guide gratuite sui bonus sul canale Youtube. Per continuare a leggere l’articolo da telefonino tocca su «Continua a leggere» dopo l’immagine di seguito).

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L’argomento riforma delle pensioni è diventato uno dei protagonisti della campagna elettorale, insieme al sempre annunciato taglio delle tasse.

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Sulla riforma delle pensioni potrebbe interessarti questo approfondimento sulla possibile conferma della Fornero, sull’uscita a 62 o 64 anni e sulla possibilità a allo studio di riscattare gratis gli anni di studio.

Riforma delle pensioni: attesa da anni

La previdenza è in attesa di una modifica da anni, anche perché la normativa attuale non consente la flessibilità e offre poche tutele ai lavoratori fragili, alle donne, ai disoccupati e non garantisce una adeguata copertura ai giovani.

Alcune di queste esigenze sono state parzialmente risolte con l’Ape Sociale (allargata) e Opzione Donna. Ma serve una riforma strutturale, con misure che durino nel tempo e sia capace di contenere al suo interno oltre al superamento della Fornero anche la sostenibilità economica.

Ricordiamo, per chi non lo sapesse, che il 31 dicembre scade anche Quota 102, si andrà dunque in pensione a 67 anni con una uscita anticipata per chi ha già versato 42 anni e 10 mesi di contrubuti (per le donne uno in meno).

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Riforma delle pensioni: dove essere in autunno…

Il governo Draghi aveva immaginato di chiudere la partita pensioni entro l’autunno. Cosa non più possibile dopo la crisi di governo e le elezioni alle porte. Il nuovo esecutivo difficilmente riuscirà nell’impresa di emanare la riforma delle pensioni entro la fine dell’anno: entrerà in carica solo a ottobre e dovrà fare subito i conti con la Legge di Bilancio e una serie di emergenze legate all’inflazione e al caro energia.

Vediamo quali sono le proposte in campo dei partiti, così da avere un’idea di come potrebbe essere riformulata la previdenza nazionale.

Riforma delle pensioni: Quota 41

La Lega e Fratelli d’Italia hanno deciso da tempo di puntare a Quota 41. Significa poter andare in pensione dopo aver versato 41 anni di contributi e a qualsiasi età. Per le donne sarebbero necessari 39 anni di contribuzione con un eventuale sconto di un anno per ogni figlio (fino a un massimo di due anni). E quindi, in questo caso, dopo 37 anni di lavoro.

È una riforma sostenibile? L’Inps ha fatto due conti: costerebbe 18 miliardi l’anno fino al 2025 (6 miliardi l’anno). Siamo oltre il limite del possibile: si rischia di destabilizzare il sistema.

Riforma delle pensioni: 1000 euro

Forza Italia ha invece proposto di alzare tutte le pensioni minime a 1.000 euro al mese. Per tutti, anche per chi non ha mai potuto versare contributi.

Riforma delle pensioni: più Ape Sociale e Opzione Donna

La linea del Partito Democratico è diversa, punta a rinforzare e ampliare due misure che già ci sono, Ape Sociale, che consente ai fragili, a chi ha fatto lavori gravosi e usuranti (la lista è sempre poù lunga), alle donna, ai caregiver e ai disoccupati di uscire a 63 anni con una indennità (fino a un massimo di 1.500 euro) per avere poi la pensione piena (con il contributivo) a 67 anni.

E Opzione Donna, in pensione a 58 anni(59 se del settore privato), scegliendo il solo calcolo contributivo.

Queste due misure hanno costi sostenibili, nell’immediato e nel lungo periodo.

Riforma delle pensioni: uscita in due tempi

Il Movimento 5 Stelle ha scelto la proposta del presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, che sembra la più strutturata ma non convince i sindacati.

Funziona così: i lavoratori del sistema misto (contributivo/retributivo) potranno accedere alla pensione a 63 anni. Ricevendo l’importo maturato con la quota contributiva fino ai 67 anni, quando riceveranno invece la pensione completa.

I requisiti prevedono:

  • almeno 20 anni di contribuzione;
  • 63 anni di età;
  • una quota contributiva di pensione che sia almeno 1,2 volte l’assegno minimo.

La proposta secondo Tridico, e conti alla mano, è sostenibile. Nel tempo potrebbe essere addirittura vantaggiosa e garantire la pensione ai più giovani (si pensa di introdurre anche il riscatto gratis degli anni di studio).

Riforma delle pensioni: c’è chi vuole la Fornero (o quasi)

Azione e Italia Viva sono fermamente contrari a Quota 100 e Quota 102 (ma i favorevoli sono ben pochi: è stato dimostrato che i costi di quelle due misure sono insopportabili per la tenuta del sistema pensionistico). Sono in linea con il Pd per quanto riguarda una estensione dell’Ape Sociale come possibile uscita anticipata.

Ma per il resto entrambe le forze politiche sembrano propendere per una uscita che debba rimanere a 67 anni, così come dispone la Legge Fornero.

Riforma delle pensioni: conclusione

Come vedete le scelte dei partiti sono molto dissimili tra loro. Il governo Draghi si stava muovendo in direzione delle due proposte di Pd e Movimento 5Stelle: uscita a 63/64 anni, venti anni di contribuzione, pensione piena a 67 anni e estensione e rafforzamento di Ape Sociale e Opzione Donna.

Si vedrà in autunno, dopo il voto. Chi uscirà vittorioso dalle urne avrà il compito non semplice di rimettere ordine nel nostro sistema previdenziale e avvicinarlo a realtà lavorative sempre più complesse, con una difficoltà aggiuntiva: le persone che lavorano sono sempre meno (un effetto del calo delle nascite), e sono proprio le persone che lavorano, versando i contributi, che garantiscono il trattamento previdenziale a chi è già in pensione.

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