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Riforma delle pensioni: l’anticipo dipende dal lavoro

Riforma delle pensioni: l’anticipo dipende dal lavoro che si è svolto, sarà quello a stabilire l’età di uscita.

di The Wam

Febbraio 2023

Riforma delle pensioni: l’anticipo dipende dal lavoro che si è svolto, dovrebbe essere quell’aspetto a stabilire l’età per l’uscita. (scopri le ultime notizie e poi leggi su Telegram tutte le news sulle pensioni e sulla previdenza. Ricevi ogni giorno sul cellulare gli ultimi aggiornamenti su bonus, lavoro e finanza personale: entra nel gruppo WhatsApp, nel gruppo Telegram e nel gruppo Facebook. Scrivi su Instagram tutte le tue domande. Guarda le video guide gratuite sui bonus sul canale Youtube. Per continuare a leggere l’articolo da telefonino tocca su «Continua a leggere» dopo l’immagine di seguito).

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A formulare questa proposta, proprio nei giorni caldi della trattativa sulla riforma delle pensioni tra il governo e le parti sociali, è il presidente dell’INPS, Pasquale Tridico.

Il massimo rappresentante dell’istituto di previdenza, che è anche uno degli ideologi del Reddito di Cittadinanza, ha già proposto una riforma del sistema previdenziale che sembrava convincere gli esponenti del governo Draghi, ma non molto i sindacati (in pensione a 62 anni e importi con il calcolo contributivo fino ai 67).

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Tridico torna dunque,sulle modifiche al sistema previdenziale, un argomento centrale per il presente e il futuro del Paese e sul quale, al momento, non sembra ci sia una linea chiara da parte dell’esecutivo. Almeno se si considera il balletto che ha caratterizzato Opzione donna.

E così ha ora avanzato un nuovo metodo per rendere flessibile l’età per il pensionamento. Non legarla solo ai contributi versati, ma soprattutto al lavoro svolto. Ovvero, differenziare il discorso tra lavori particolarmente faticosi e usuranti e quelli che invece possono essere svolti anche se si ha un’età più avanzata.

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Riforma delle pensioni: tutelare i più deboli

Per il presidente dell’INPS la riforma che stanno discutendo il governo e i sindacati sembra favorire sempre e soltanto i lavoratori forti. Quelli che hanno avuto carriere continue e con stipendi adeguati

Mentre la discussione è quasi assente sui cosiddetti lavoratori deboli, che hanno avuto carriere discontinue e stipendi non importanti. Le persone cioè che a stento raggiungono i 20 anni di contribuzione, che non ci riescono o che comunque non mettono insieme trattamenti superiori a 1,5 volte l’assegno sociale, che è il minimo per ricevere la pensione di vecchiaia.

Per Tridico una parte consistente dei lavoratori di oggi, in particolare quelli che hanno al di sotto dei 50, 40 anni, hanno avuto spesso delle carriere lavorative caratterizzate da lavori precari e mal retribuiti: questi lavoratori sono al momento esclusi da qualsiasi forma di tutela rispetto alle discussioni per la riforma delle pensioni.

Un ragionamento, quello del presidente dell’INPS che ha una sua logica: al momento il governo è fermo su quota 41, una misura che consente di avere accesso alla pensione anticipata a chi appunto ha versato 41 anni di contribuzione. E gli altri?

Potrebbe interessarti un articolo sulla riforma delle pensioni 2014: ipotesi, costi ed esempi; nella discussione che dovrà portare alla riforma del sistema previdenziale si fa strada anche l’ipotesi di uscita a 62 anni.

Riforma delle pensioni: la soluzione

Partendo da questa considerazione, il presidente dell’INPS ritiene sia più giusto un approccio diverso al discorso pensioni. Non può valere la stessa età per qualsiasi tipo di lavoro. In pratica, se a un medico può essere chiesto di lavorare fino a 70 anni, la stessa cosa non può essere fatta per un operaio edile, per un camionista e per qualsiasi altro tipo di lavoro che preveda una determinata condizione fisica.

Al momento l’Ape sociale consente delle uscite anticipate a chi ha svolto lavori usuranti. Ma sempre con 30 anni di contribuzione e a 63 anni di età.

Riforma delle pensioni: giovani

Resta il nodo aperto sulla pensione per chi oggi è giovane. È anche l’aspetto principale intorno al quale deve necessariamente ruotare qualsiasi discorso che riguardi la riforma del sistema pensionistico.

In pratica: sarebbe grave prevedere delle misure (come all’epoca Quota 100) che oggi possono fare comodo a tanti lavoratori, ma che rischiano di far saltare i conti della previdenza sociale, perché troppo costose, sia subito, sia nel medio e lungo periodo.

E quindi, per il presidente dell’INPS le uscite devono essere graduate rispetto al lavoro che si svolge e a prescindere dall’anzianità contributiva. Per non costringere proprio i cosiddetti lavoratori deboli (quelli con carriere discontinue) a rimandare l’uscita dopo i 70 anni, anche si sta lavorando in un cantiere o in una fabbrica.

Insomma, giusto premiare chi ha versato contributi per 40 anni (e ci mancherebbe), ma la necessità è tutelare chi non è riuscito a farlo anche per l’introduzione massiccia dei contratti a tempo determinato che non hanno garantito evidentemente una continuità lavorativa.

Riforma delle pensioni: più lavoratori

La spesa pensionistica oltretutto è destinata ad aumentare nei prossimi anni. Andrà in pensione la generazione del boom di nascite (i nati negli anni ‘60 e ‘70). Di contro al lavoro ci sarà un numero ridotto di persone. Il motivo è ovvio: negli ultimi decenni c’è stato un netto calo della natalità.

Nel 2050 per ogni pensionato ci sarà un lavoratore. E questo renderà il sistema pensionistico, per come lo conosciamo, del tutto insostenibile.

Per evitare un disastro annunciato bisogna intervenire ora. E non è semplice. Per questo l’idea del presidente dell’INPS è quella di fornire delle tutele, ma in particolare ai lavoratori deboli, non a chi ne ha meno bisogno. Oltre a immaginare una flessibilità in uscita che non sia penalizzante né per il lavoratore che va in pensione e neppure per il giovane che ci andrà qualche decennio dopo.

Nella foto un operaio in fabbrica

Riforma delle pensioni: forme integrative

Per queste ragioni si torna a parlare con insistenza anche di previdenza integrativa. L’unico modo, al momento, per impedire che salti il banco del sistema per come lo conosciamo e consentire ai lavoratori deboli che domani andranno in pensione di mettere insieme una somma sufficiente per una vecchiaia dignitosa.

Il governo e i sindacati dovrebbero rivedersi nei prossimi giorni. Sul tavolo al momento ci sono due questioni: Opzione donna (tornerà nella versione originaria?) e, appunto, la pensione integrativa.

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