Riforma delle pensioni: come cambia per l’uscita anticipata

Riforma delle pensioni: come cambia l'uscita anticipata dopo la soppressione di Quota 100, quali sono le possibilità che potrebbero restare ai lavoratori. Le ipotesi di Quota 102 e 103, ma l'esecutivo sembra orientato su Quota 104. Restano le possibilità dell'Ape Sociale e il contratto di espansione allargati e forse Opzione donna.

4' di lettura

Riforma delle pensioni: come cambia l’uscita anticipata dopo l’abolizione di Quota 100. È una questione ancora aperta. Restano molti i dubbi, le incertezze e le decisioni sospese.

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Tre sono i fronti aperti e che potrebbero garantire a chi ne ha i requisiti una pensione anticipata, nonostante tutto:

l’ampliamento delle categorie per l’Ape Sociale;

la proroga di Opzione Donna;

l’ampliamento del contratto di espansione.

Sul tavolo c’è anche un altro problema, da non sottovalutare: l’adeguamento all’inflazione degli assegni pensionistici. Questo tema riguarda 22 milioni di persone. Un terzo degli italiani.

Riforma delle pensioni: Quota 100

L’abolizione di Quota 100 – ribadita dal presidente del Consiglio Mario Draghi nonostante le proteste della Lega – è cosa certa. La misura, che è stata finanziata per tre anni, si è rivelata così come avevano annunciato molti economisti troppi costosa. Ma non solo: in questi tre anni non ha tenuto fede a quello che era l’obiettivo di chi l’ha proposta: non ha sollecitato nessun cambio generazionale.

L’abolizione di Quota 100 porta a due miliardi di risparmi. Quei soldi saranno utilizzati per ampliare l’elenco dei lavori gravosi da inserire nell’Ape Sociale e, probabilmente, estendere il contratto di espansione (in pensione fino a 5 anni prima).

Il contratto di espansione a oggi è previsto solo per le aziende con più di 100 dipendenti, il limite sarà abbassato a 50.

Come sapete con la fine di Quota 100, e quindi dal primo gennaio del 2022, tornerà lo scalone anagrafico di 5 anni. Si passerà dai 62 anni di età e 38 di contributi (i requisiti per andare in pensione con Quota 100) ai 67 anni (con 42 anni e 10 mesi di contributi, per le donne è uno in meno), per uscire dal lavoro.

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Riforma delle pensioni: Quota 102

Una delle alternative, la meno penalizzate, è la Quota 102, che consentirà a chi è nato nel 1958 di andare in pensione. E quindi: 64 anni di età e 38 di contributi. Il prossimo anno toccherà a chi è nato nel 1959.

I veri penalizzati sono i nati nel 1960. Per loro niente pensione anticipata, anche con 41 anni di contributi. Il motivo è matematico: non hanno ancora 62 anni.

Una misura dunque che concede una via d’uscita dopo Quota 100 a chi è nato tra il 1958 e il 1959.

Non troppi a dire il vero (devono comunque avere i requisiti contributivi e iniziato a lavorare prima dei 25 anni): 50.000 persone in due anni.

Riforma delle pensioni: Quota 103

La via d’uscita per superare questa situazione si chiama Quota 103. Una misura che consente di uscire dal lavoro, a partire dal 2022, con 64 anni di età e 39 di contributi (che sono in parte retributivi, quindi più vantaggiosi per il lavoratore).

Ricordiamo che una uscita anticipata a 64 anni è già possibile per chi è un assistito completamente contributivo (e quindi con un assegno pensionistico meno pesante).

Riforma delle pensioni: Quota 104

Purtroppo però, la decisione che sembra più probabile, quella che il governo ha intenzione di adottare è Quota 104, la più penalizzante per i lavoratori e in particolare per chi mirava a una uscita anticipata. Quota 104 significa: 66 anni di età e 38 di contributi.

Ma bisognerà verificare se il requisito anagrafico è fisso a 66 o se può calare con l’aumento degli anni di contribuzione. Ovvero: 64 anni di età e 40 di contributi.

Riforma delle pensioni: proposta Tridico

Il governo ha verificato anche la fattibilità della proposta avanzata dal presidente dell’Inps, Pasquale Tridico: uscita anticipata a 63, 64 anni, con una penalizzazione fino ai 67 anni. I lavoratori che appartengono al sistema misto (assunti prima del 1996), avrebbero a 63, 64 anni un assegno pensionistico pari alla quota contributiva maturata fino al momento dell’uscita, per poi ricevere l’assegno completo una volta che sono stati compiuti 67 anni.

Questa soluzione avrebbe costi più sostenibili per le casse dello Stato, ma non piace né alla Lega, né ai sindacati.

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