Riforma delle pensioni: uscita a 62 anni, si perde troppo

Riforma delle pensioni: con l'uscita a 62 anni c'è una differenza netta tra la proposta del presidente dell'Inps e quella dei sindacati. Abbiamo calcolato una uscita a 67 anni e una a 62 dopo, rispettivamente, 25 e 20 anni di contributi e la stessa retribuzione. La forbice tra i due assegni mensili è notevole.

4' di lettura

Riforma delle pensioni. La proposta dei sindacati e quella del presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, sono convergenti in più punti, eccetto uno: la doppia quota.

E cioè: per i sindacati si deve andare in pensione a 62 anni con la pensione piena (retributiva più contributiva), per Tridico a 62 anni si va con il contributivo e a 67 scatta il retributivo.

La differenza è sostanziale. E si tramuta, secondo i sindacati, in una perdita netta per i pensionati nell’assegno mensile. Perdita netta, per essere chiari, che si configura con la proposta del presidente dell’Inps.

Proprio per questo le due proposte di riforma delle pensioni anche se sovrapponibili in più parti divergono nel punto cruciale (la cifra dell’assegno mensile), il che rende le due posizioni in parte incompatibili.

Riforma delle pensioni, quanto si perde?

Ma quanto si perde con la proposta di Tridico, quella delle due quote, prima contributiva e poi retributiva? È davvero così penalizzante per i lavoratori?

Vediamo insieme.

Riforma delle pensioni. Il governo ha aperto alla pensione anticipata a 62 anni. Del resto la flessibilità in uscita è una delle necessità che dovranno essere imposte con la riforma delle pensioni. Ma il governo ha dettato le condizioni: pensione anticipata sì, ma solo con una riduzione dell’assegno mensile.

La famosa penalizzazione.

La penalizzazione del contributivo

Una penalizzazione che è già notevole per il calcolo contributivo. È stato introdotto dal primo gennaio del 1996. Cioè, per chiunque sia stato assunto dopo quella data l’assegno della pensione verrà calcolato con il contributivo (solo quindi sulla base dei contributi versati).

Si escludono solo le persone che prima del 1996 hanno già maturato contributi per 18 anni.

Ma questo lo sappiamo.

Cambia il coefficiente

La seconda penalizzazione è per l’anticipo della pensione. Che è stata introdotta dalla Legge Dini.

E prevede appunto un premio per chi ritarda l’accesso alla pensione e una conseguente penalizzazione per chi decide di anticiparla.

La differenza è tutta nel coefficiente.

Ci spieghiamo meglio: i contributi che sono stati accumulati dall’assistito durante la sua attività lavorativa vengono trasformati nell’assegno pensionistico applicando un determinato coefficiente.

Più si anticipa l’uscita e più il coefficiente sarà basso.

Il montante contributivo

E quindi, chi va in pensione a 67 anni, oltre ad avere una pensione più alta perché può beneficiare di un coefficiente più alto, avrà un assegno ancora maggiore perché nel frattempo, lavorando più anni, ha anche fatto crescere il suo montante contributivo (i contributi accumulati dal lavoratore che sono poi rivalutati ogni anno con il tasso di ricapitalizzazione).

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Come potete immaginare la differenza tra l’uscita a 62 anni e quella a 67 è significativa.

Sul quanto dipende naturalmente dagli anni di lavoro e dalle retribuzioni che sono state incassate.

Un esempio pratico

Facciamo un esempio pratico.

Se un lavoratore che ha iniziato a lavorare dopo il 1996 ha versato circa 7mila euro di contributi ogni anno per venti anni, avrà un montante rivalutato complessivo di 170.000 euro.

Per convertire questa cifra in pensione lorda, l’importo deve essere moltiplicato per il coefficiente di trasformazione che è relativo all’età nella quale decide di andare in pensione.

Se il lavoratore decidesse di andare a 62 anni (coefficiente 4,770) otterrà un importo annuo di 8.109 euro lordi l’anno. Ovvero, 675,75 euro lordi al mese.

Se invece il lavoratore decidesse di andare a 67 anni, dopo aver percepito la stessa retribuzione, otterrà un importo annuo, di 9.475 euro lordi l’anno. Ovvero, 789,79 euro lordi al mese.

Ma non solo, perché – come detto – chi va in pensione lavorando altri cinque anni avrà anche un cumulo contributivo più alto. E quindi l’assegno annuo lordo sarebbe questo: 11.707 ogni anno (lordo). E mensile, 975,625.

Riassumendo:

chi va in pensione a 62 anni (con 20 anni di contributi): 675,58 euro lordi al mese

chi va in pensione a 67 anni (con 25 anni di contributi): 975,62 euro lordi al mese

Riforma delle pensioni, si rischia un terzo dell’assegno mensile

Se si anticipa la pensione di cinque anni di perde (in questo caso), un terzo dell’assegno mensile rispetto a chi va a 67 anni.

È chiaro che l’ammontare dell’assegno mensile dipende dagli anni di lavoro e dal peso della contribuzione. Ma questo calcolo consente però di determinare la perdita secca per chi sceglie di anticipare l’uscita.

Al momento ci sembra difficile dar torto ai sindacati. La differenza è notevole, non c’è nessun incentivo ad anticipare l’uscita.

Bisognerebbe ridurre almeno in parte quella forbice. Altrimenti sarà difficile accettare di andare in pensione prima.

La riforma delle pensioni bisogna farla entro l’anno, ma un accordo sul come è ancora lontano.

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