piattaforma rousseau
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Mi rifiuto di essere guidato da una cosa così stupida come la democrazia…” è quel che dice Anthony Hopkins in un vecchio film! E se a decidere non fosse la maggioranza ma 50 mila dei 46 milioni aventi diritto al voto? Mi rifiuto ancora di più.

Il dibattito sulla “democrazia diretta” grazie al caso Diciotti-Salvini è di grande attualità: ma come funziona, che peso ha nella realtà politica del nostro Paese, quali i rischi che corriamo?

Rousseau: moderna agorà o propaganda?

La democrazia “elettronica” prevede che siano direttamente i cittadini a legiferare, pronunciandosi sui temi all’ordine del giorno. L’esempio più noto in casa nostra è la piattaforma digitale ideata dal Movimento 5 stelle, Rousseau, una moderna agorà in cui le decisioni interne al partito sono prese a suon di click.

Più che partecipare ad un dibattito però, gli iscritti, ad oggi, hanno ratificato decisioni già prese, limitandosi a confermare la linea indicata dai piani alti.

Volontà popolare o macchina per la propaganda? E’ opinione di molti che siano i vertici ad influenzare l’opinione degli utenti in una narrazione che ha un effetto soprattutto psicologico: i cittadini sono chiamati a fare il tifo più che a esprimersi.

Chi controlla la piattaforma Rousseau?

Umberto Galimberti, ricordando Platone, definisce la Webcrazia una “democrazia retorica”: “Così come i sofisti persuadevano le folle, la politica di oggi guadagna consenso sulla base di effetti emotivi, è l’incompetenza che decide su base di credi generici, della capacità di ammiccamento e persuasione tramite Social”. E se una percentuale di volontà popolare nelle decisioni pure c’è, è praticabile, si chiede il filosofo, stante il livello di complessità del presente, un sistema del genere?

Ci sono decisioni che vanno prese in Parlamento, da personalità politiche, sulla base di competenze e nel rispetto del principio della delega. Sono scelte decisive, di responsabilità, che non possono andare al telefoto come una nomination del Grande Fratello (non su una piattaforma privata, progettata e gestita dal partito stesso, senza un ente terzo che vigili e garantisca la regolarità!). Il voto elettronico crea, tra le altre cose, un problema di fiducia: è come se a scrutinare le urne durante le elezioni fossero solo gli esponenti di una parte.

Webcrazia: i cittadini contano davvero?

La consultazione permanente dei cittadini inoltre, se da un lato attua il principio della sovranità popolare e attutisce la crisi della rappresentanza, dall’altra pone degli interrogativi sull’utilità dei partiti. Se è possibile sostituirla, se è vero che “stiamo superando il modello degli intermediari” a cosa serve la politica? Non serve il dibattito tra maggioranza e opposizione, non serve un governo.

Sarà per questo che la consultazione vale solo per alcune decisioni: non è ancora democrazia diretta, non è solo democrazia rappresentativa: la sola cosa certa è che i cittadini contano poco.

Un “Governo del popolo” non è tale solo nel momento delle decisioni, è esserci quando queste vengono prese, come nell’Antica Grecia, riunirsi in assemblee deliberative per discutere.

Rousseau lo sapeva già…

La democrazia è una conquista importante e un diritto di tutti ma è costantemente messa a rischio: una maggiore dose di partecipazione la dobbiamo pretendere o sarà una eterna Prima Repubblica in cui i burocrati tradiscono puntualmente le promesse elettorali. Avete presente “La fattoria degli animali” di George Orwell? Ci sarà sempre qualcuno più uguale degli altri.

Ma quale è la strada giusta? Una democrazia interamente gestita attraverso le piattaforme digitali, il voto elettronico misto ad altri sistemi o il caro vecchio referendum?

Viviamo probabilmente una fase di crisi del concetto stesso di democrazia. E’ ironico che fu proprio Jean Jacques Rousseau, il filosofo che dà il nome alla piattaforma, a scrivere: “La democrazia esiste laddove non c’è nessuno così ricco da comprare un altro e nessuno così povero da vendersi”.

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