Rui Barros. Il piccolo missile che impressionò Dino Zoff

Compie gli anni Rui Barros, attaccante portoghese per due anni in Italia, tra le fila della Juventus. Voluto fortemente da Dino Zoff, coccolato dai tifosi bianconeri per la sua altezza (158 centimetri), Rui Barros contribuì a rilanciare il club, trascinandolo alla vittoria di Coppa Italia e Coppa Uefa nel 1990. Finì in mezzo al repulisti deciso da Luca Cordero di Montezemolo, ma continuò a vincere a Montecarlo e Oporto.

Rui Barros. Il piccolo missile che impressionò Dino Zoff
La storia di Rui Barros, il piccolo portoghese ch eimpressionò Dino Zoff.
3' di lettura

È il 24 febbraio del 1988. A Lisbona si gioca Portogallo-Italia, match valevole per le qualificazioni alle Olimpiadi di Seul. Sulla panchina azzurra siede Dino Zoff, in campo gli azzurri strappano un prezioso pareggio, faticando però più del dovuto a contenere Rui Barros.

Il «piccoletto» in maglia lusitana è alto appena 158 centimetri, ma sguscia via tra i colossi della difesa italiana che è una bellezza. Si chiama Rui Barros e Zoff se ne «innamora» al tal punto che, diventato allenatore della Juventus qualche mese più tardi, decide che quello deve essere uno dei tre stranieri in rosa.

Rui Barros, 158cm e tanti trofei

Rui Gil Soares de Barros è nato a Lordelo, in Portogallo, il 24 novembre del 1965. Cresciuto tra le fila del Porto viene mandato a farsi le ossa al Covilha e poi per due anni al Varzim, prima di fare ritorno al Porto, che nel frattempo ha visto andar via Paulo Futre, uno dei calciatori portoghesi più forti di sempre (per lui anche una breve e sfortunata esperienza in Italia con la Reggiana), passato all’Atletico Madrid.

Al primo campionato di un certo livello della sua carriera, Rui Barros trascina il club alla vittoria di campionato, Coppa del Portogallo, Supercoppa Europea (all’andata segna la rete decisiva contro l’Ajax) e Coppa Intercontinentale, venendo eletto calciatore portoghese dell’anno.

A quel punto la dirigenza juventina, già pressata da Dino Zoff, decide di puntare sull’imprevedibilità e sulla tecnica di Rui Barros, versando nelle casse del Porto circa 7,5 miliardi di lire.

Agile e scattante, letale sotto porta, ma pure altruista, l’attaccante realizza subito 15 reti alla prima stagione in bianconero (l’esordio in Coppa Italia è devastante, tre assist ad Altobelli per il 5-1 al Vicenza), indovina giocate risolutive che lanciano la Juventus a competere con il Milan di Sacchi, Van Basten e Gullit.

Gli anni in bianconero

Nella stagione successiva, seppure meno efficace in termini realizzativi (straordinaria, è però, la doppietta che stende il Milan l’11 marzo del 1990), è tra i protagonisti delle vittorie in Coppa Italia e in Coppa Uefa.

Rui Barros diventa l’idolo dei tifosi juventini, che già al suo arrivo nell’estate del 1988, lo accolgono trasferendosi in massa in via Filadelfia (prima, però, Rui fu costretto a recarsi dal barbiere per farsi dare una spuntatina ai capelli, come imponeva lo stile Juventus).

Indimenticabile la presentazione di Giampiero Boniperti, che alla domanda di un cronista, che gli fece notare la statura non proprio da gigante del portoghese, rispose:

«Anche con i piccoli missili si abbattono le corazzate». Simpatica fu pure la considerazione del presidente Gianni Agnelli, che seppure applaudendo le sue giocate dalla tribuna del Delle Alpi, faticava enormemente a metterlo a fuoco in campo, proprio a causa della statura: «Non compreremo più calciatori così bassi», disse scherzosamente l’avvocato in un’intervista dell’epoca.

Rui Barros. Il piccolo missile che impressionò Dino Zoff
La storia di Rui Barros, il piccolo portoghese che impressionò Dino Zoff.

Via dalla Juventus

Purtroppo, dopo due stagioni ad alti livelli, il repulisti organizzato da Luca Cordero di Montezemolo, e che vide andar via Dino Zoff per fare posto a Luigi Maifredi, non risparmiò neppure il folletto lusitano, ceduto al Monaco di Arsene Wenger.

Accanto a un giovane George Weah, con il club del principato Rui Barros vince una Coppa di Francia e sfiora la vittoria del campionato, ripetendosi l’anno dopo quando trascinerà la squadra fino alla finale di Coppa delle Coppe, persa contro il Werder Brema. Passato all’Olympique Marsiglia, fu coinvolto, suo malgrado, nel tracollo della società, retrocessa d’ufficio in Seconda Divisione per un illecito sportivo organizzato dal presidente Bernard Tapie. Tornato al Porto, nel 1994, contribuisce alla vittoria di cinque scudetti di fila dal 1995 al 1999, ritirandosi dal calcio giocato a quasi 35 anni.

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