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Se vai in ospedale cambiati le mutande a mammà

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Che i criaturi di mo siano scustumati è quasi un dato di fatto, ma, faciteme o piacere, non mi venite a decantare i metodi dei nostri genitori, mutuati, ato ca Montessori, da un compendio tra la scuola Radio Elettra e il Mein kampf! Io non lo so, saranno gli effetti delle scie chimiche, dei parabeni nei deodoranti, dell’immancabile olio di palma, notoriamente responsabile di tutti i mali del pianeta, ma certa gente veramente fa quando parla di “infanzia felice”? Cioè questi o, tipo, sono stati allevati democraticamente in un branco di lupi, o si sono giocati la memoria a lungo termine a furia di sniffare la Coccoina. No, perché, per dire, i miei genitori avevano alcuni pilastri educativi che si esplicavano in poche, precise formule.

Classici intramontabili come un “lo faccio per il tuo bene”, con conseguente lancio di zoccolo Dottor Scholl’s d’estate o ciavatta DeFonseca d’inverno; “hai fatto metà del tuo dovere”, tutte le volte che prendevi un bel voto, mettevi in ordine la stanza o trovavi la cura per il cancro; “questa casa non è un albergo”, quando rientravi con un minuto, dodici secondi e tre decimi di ritardo perché più che essere stata sorpreso dalla pioggia, ti eri trovato in mezzo al ciclone Kathrina; “mangia che in Africa ci stanno i bambini che muoiono di fame”, quando esprimevi riserve sull’abbinamento tra farina lattea e scorfano, e – il comandamento più sacro di tutti – “ti sei cambiato le mutande che se vai in ospedale mi fai fare una brutta figura?”.

Che poi, a proposito di outfit, secondo me, pure vale come trauma infantile il fatto che mia mamma concepiva al massimo quattro tipi di abbigliamento. Quello “per tutti i giorni” prevedeva tipo un pantalone di velluto tinta uccel di bosco a coste e/o piedi pull color savana al tramonto, lupetto beige vomito o giallo canarino con l’epatite, calzamaglia in fibra d’acciaio e scarpe Balducci, l’alternativa constava in: gonna scozzese con spillone dorato (all’epoca non ci voleva manco il porto d’armi), twin set di lana in nuance merde (una tinta indefinita tra il verde e il marrone), calzamaglia in trucioli di palissandro e scarpe Kickers.

Abiti che si dismettevano appena varcata la soglia di casa, dove la mia genitrice, reincarnazione di un cazzutissimo meccanico della Ferrari, effettuava il cambio – in dieci secondi netti – con una tuta in acrilico celeste con le strisce bianche ai lati, consumata in mezzo alle cosce e con la manica ormai a tre quarti per un lavaggio troppo violento in lavatrice, dalla quale spontava la maglia di lana a maniche rigorosamente lunghe.

Non andava meglio nei giorni di festa nei quali io, che già manifestavo un’indole da piccola camionista, piuttosto che da Barbie principessa, venivo infilata a forza in un inqualificabile vestito di taffettà rosa, impreziosito da un leziosissimo corpetto a nido d’ape e dalle maniche a sbuffo, ai piedi mi toccavano i calzini bianchi di cotone ricamato e le scarpine color panna andata a male! Il colpo di grazia, però, mi fu inferto alle medie con permanente da barboncino in crisi di identità sessuale, macchinetta per i denti e occhiali da vista. Al giorno d’oggi una mamma moderna avrebbe trovato il modo di minimizzare la cosa, avrebbe puntato sul cosiddetto “rinforzo positivo”, mia mamma no! La cosa più rassicurante che riuscì a dirmi fu che ero nell’età in cui non si è “né carne e né pesce”.  La cosa, complice l’acido della permanente, mi fece sorgere l’atroce dubbio sulla natura del mio essere: cucuzziello? Mulignana? Pianta ornamentale? Appare evidente, quindi, ca nuje nun simme “educati”, siamo semplicemente traumatizzati. Per cui bei tempi sta cippa, parlate per voi, che io ci sto ancora lavorando su sta faccenda dell’infanzia felice!

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