Sentenza Juve-Napoli, a un passo dal baratro

La sentenza Juve-Napoli, che impone di recuperare la partita restituendo alla squadra campana il punto di penalizzazione, offre una interessante occasione di riflessione sull’equilibrio di valori e ruoli che travalicano le aule di tribunale e i campi da gioco.

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Sentenza Juve-Napoli, la partita andrà recuperata. C’è mancato veramente poco. Un poco in più ed il sistema, anzi l’Ordinamento, anzi lo Stato, avrebbero perso, in un sol colpo, quel minimo di dignità mista ad orgoglio ed autorevolezza, meglio detta potestà, che conservano da quando, culla del diritto, hanno lasciato il diritto in culla.
Dopo aver sacrificato tutto, vite, dignità e lavoro sull’altare del COVID19 ed aver addirittura sopportato due mesi di detenzione domiciliare, potevamo mai tollerare che una questione privatistica, come un regolamento tra squadre di calcio, potesse derogare all’assetto pubblicistico ed al bene salute?
La domanda è ridondante in questo periodo e, viste le gesta, lo sarà sempre di più: chi comanda?
La Federazione calcio e la lega delle società pensavano di averla spuntata. “Noi significhiamo soldi. Noi siamo la vita. Noi siamo tutto. Noi paghiamo e vi facciamo ingrassare”. Avranno pensato nelle stanze infarcite di ricchezza.
C’è voluto un Giurista (la maiuscola è d’obbligo), avvocato e poi magistrato amministrativo, per rimettere tutto a posto e far accucciare soldi, affari e gioco nel loro giardino privilegiato – fatto di denaro ma anche di rigidi paletti separatori rispetto al mondo esterno – così ristabilendo l’ordine delle fonti, la primazia dello Stato, il comando e l’autorità in capo ed in ragione delle sue articolazioni, comprese le tanto vituperate (per altri motivi) ASL.
Se abbiamo convenuto che la salute pubblica prevale su tutto, lo fa sempre. Su tutto, e su tutto il resto. Senza esclusioni.
Nemmeno se a farsi strada tra la boscaglia è un grasso ed impertinente protocollo privato, come quello che regolamenta l’attuale campionato di serie A.
Non esistono valori primari a corrente alternata. Non esistono valori primari negoziabili. Non esistono valori primari immanenti nel sistema e, contestualmente, genuflessi a sub ordinamenti, men che mai privatistici.
I quali ultimi, benchè ricchi e tracotanti, privati sono e privati rimangono.
Ad un passo dal tracollo, un colpo di coda di un Giurista (la maiuscola è d’obbligo anche qui) è servito a dimostrare che il diritto è diritto, l’Ordinamento ha le sue fonti, organizzate in maniera inderogabilmente gerarchica, ed il potere pubblico è un padre amorevole che sa anche perdonare i suoi riottosi figli-protocollo, immersi nell’estasi dell’oro.

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