Sesso, cibo e letteratura: il triangolo del piacere

8' di lettura

Più di un noto scrittore ha inserito nelle sue storie riferimenti più o meno espliciti al sesso e al cibo, due dei piaceri della vita che spesso sono indissolubilmente collegati. I peccati di gola si intrecciano spesso con quelli della carne nel senso più letterale del termine.

Il gioco è quello di compilare un intero menù che comprenda i piaceri della lettura, della tavola e del letto…

Antipasto

Croccante. Che resista un po’ agli incisivi, scoppietti in bocca. Un piccolo fuoco d’artificio che, per un attimo, fa fischiare le orecchie, come un bacio con lo schiocco dato a labbra piene. Bocconcini che brucino in punta di dita e di lingua. Bisognerebbe cominciare così. Col pizzicore del sale e del pepe che si appiccica al rossetto di lei, con qualche erba aromatica appena raccolta da respirarsi addosso come certi profumi. Bisognerebbe succhiarsi i polpastrelli, con un gesto rapido. Subliminale. Frittelle da… secondo appuntamento, quando le ginocchia si schiudono sotto al tavolo e si scivola un po’ sulla sedia. Guardandosi in uno strano gioco di specchi mentre si beve infilando il naso nella flute.

Lo sa bene Manuel Vasquez Montalban. Delle sue “Ricette immorali” non si può fare a meno di scegliere quella dei fiori di zucca, quasi un ritratto…

Se si riesce a far sì che la situazione amorosa coinvolga una persona rossa di capelli, dalla psicologia complicata e un po’ letteraria, si ottiene qualcosa di simile alla perfezione, perché questo piatto è come poesia fritta da un poeta nordamericano, ma meridionale. (…) Se la persona dai capelli rossi è femmina, è indispensabile che si orni i lobi delle orecchie o i seni di fiori fritti, in modo da costringere il partner a coglierli con la bocca e a mangiarli delicatamente, cercando di non far rumore, nonostante i fiori fritti manifestino di solito un’indole croccante. (…) un sapore sottile e tanto transitorio che non avrà nemmeno tempo di acquisire memoria di se stesso”.

Primo

Capelli. Appiccicosi di sale, in un tardo pomeriggio dopo il mare, un prendisole in lino bianco ricamato, strappato al corredo della mamma, umido dell’ultimo bagno con la spiaggia vuota. Potrebbe essere un amico d’infanzia, di piste per le biglie costruite insieme, di merende divise a metà, di giochi al dottore e all’ammalata dietro al pattino rosso. Rustico e ruspante. Il sacchetto di carta dei pomodori San Marzano tra le mani e i piedi sporchi di sabbia, La pentola già sul fuoco, un pacco di spaghetti sul lavello. Shangai per adulti. Dovrà togliervi il bicchiere di vino bianco dalle mani mentre siete seduta sulla cerata a fiori del tavolo della cucina. Vi allargherà le cosce con un sorriso bianchissimo. Visita di controllo, mentre gli zoccoli rotolano sul pavimento e l’acqua comincia a bollire.

Il tempo non si conta, ma gli spaghetti a volte sì. Un rituale quasi ipnotico in “Tra un’ora, la follia” di Vittorino Andreoli.

Sembrano capelli di fanciulla, frammenti di desideri. Lo spaghetto è erotico. Con una forchetta li mescolava in modo che il sopra andasse sotto (…) Mescolava finchè le parti diventavano unità. Ut unum sint. A questo punto, ridotto a bocca, a vizio e a libidine, tirava gli spaghetti uno a uno attraverso un orifizio della bocca fattosi simile ai luoghi dell’amore. Così, a occhi chiusi, assaporava duecento e dodici spaghetti che scendevano fino al più profondo intestino, laddove tutto tace, anche il vento”.

Secondo

Pizzicotti. Un po’ di sale in zucca, un’idea di noce moscata, una spolveratina di pepe. Soffici al cuore, da tastare con indice e pollice per prendere la misura delle distanze, per marcare il territorio, lasciare l’ombra di un segno che rimanga a rendere più palpabile il ricordo nei giorni di assenza. Burro a temperatura ambiente in cui affondare retoriche lame con la punta stondata, lasciandosi mantecare dalla premessa, dalla promessa di sfrigolii e sfregamenti. Sferiche perfezioni da coccolare tra i palmi delle mani, sulle quali soffermarsi a lungo, con ipnotica reiterazione. Non dovrebbe importare la taglia, possono dare uguali soddisfazioni proporzioni da maggiorate e rilievi più acerbi a patto che contengano esclusivamente… aromi naturali.

Ne parla persino Italo Calvino nel suo “Sotto il sole giaguaro”.

Il piatto che ci avevano servito si chiamava gorditas pellizcadas con manteca, letteralmente “paffutelle pizzicate al burro”. Io mi immedesimavo a divorare in ogni polpetta tutta la fragranza d’Olivia attraverso una masticazione voluttuosa, una vampiresca estrazione dei succhi vitali. Ma m’accorgevo che in quello che doveva essere un rapporto tra tre termini, io-polpetta-Olivia, s’inseriva un quarto termine che assumeva un ruolo dominante: il nome delle polpette. Era il nome “gorditas pellizcadas con manteca” che io gustavo soprattutto e assimilavo e possedevo. Tanto che la magia del nome continuò ad agire su di me anche dopo il pasto, quando ci ritirammo insieme nella nostra camera d’albergo”.

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Contorno

Tracce. Ci sono delizie riposte, sotterranee. Che si crogiolano nella polvere, che germogliano al contrario. Hanno bisogno di anfratti oscuri, di macerare nell’ombra, nutrirsi della linfa più fertile di certe fantasie. Preferiscono gallerie dove non filtra la luce del giorno. Implodono silenziosamente, provocando solo leggere increspature. Hanno forme candide e oscene. Gli asparagi bianchi vanno scovati nei posti in cui il terreno e ogni pudore cominciano a franare. Bisogna avere buon intuito per scavare in un deserto apparente. Vanno branditi con esibizionismo, morsi senza ritegno e senza timidezza. Potrebbe capitare che lui sia portato a proteggersi istintivamente l’inguine nel momento in cui ne strappiamo la punta con gli incisivi.

Turgidi o appena teneri, sono perfetti anche conditi al minimo, così sono serviti nella “Doppia coppia” di John Irving.

Edith seppe, con allarme, che se l’avesse toccata l’avrebbe lasciato fare. Lui aprì la finestra (…). “Perfetto,” egli disse. Dal davanzale prese una conca di legno contenente gli asparagi. “Li tengo fuori al fresco, non c’è mai abbastanza spazio nel frigo”. Le fece oscillare un asparago davanti agli occhi. Luccicava d’olio e aceto. “Un assaggio?” le domandò. Edith aprì la bocca e chiuse gli occhi. Severin le prese il mento in una mano, le inclinò la testa all’indietro e le mise l’asparago in bocca. Era delizioso. Quando riaprì gli occhi, lui era già di nuovo in cucina e le stava chiedendo: “Vino o birra?”

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Dolce

Pasticci. Tutto dentro. Certe storie sembrano condite a caso, con gli avanzi scovati nell’ultimo scomparto in basso del frigorifero. Non si butta via niente, tutto fa brodo. Sembrano pasti improvvisati su due piedi, cucina di… risulta, a un passo dalla differenziata. Sbobba buona per il cane che l’annuserebbe perplesso. Ci vogliono una buona dose di incoscienza, un corso di cucina e ripetizioni di lap dance. Ci sono cose che non si riescono a spiegare, perché è proprio quella strana amalgama, quel gusto un po’ improbabile per un palato normodotato, a farci sibilare come una pentola a pressione, ad allentare le mandibole e i freni inibitori. Brividi lungo la schiena, le gambe molli, lo sguardo un po’ annebbiato. A tavola e a letto, a volte, ci si deve un po’ avvelenare.

Lezioni di cucina, magari come quelle del “Circolo chiuso” di Jonathan Coe

Uno show culinario in cui una giovane donna inverosimilmente bella, che viveva in una casa inverosimilmente elegante, preparava prelibati manicaretti agitando la chioma, increspando le labbra davanti alla telecamera e leccandosi via tracce di burro e salsa dalle dita con gesti che erano un’allusione così esplicita al sesso orale, almeno per lui, che Benjamin si ritrovò con un’evidente erezione mentre stirava i polsini della camicia per la quinta volta. Dopo cinque minuti che quella bellezza preparava con inverosimile disinvoltura un intruglio di albicocche affogate spruzzate di pistacchi e ripiene di creme fraiche, Benjamin sentì scattare il forno a microonde”.

Frutta

Intingolo. Un’idea di bagna cauda per elettrizzare le papille gustative, pungere… vaghezza. Salsa densa, una lava che brucia ogni riserva, che promette di mandare in cenere esofago e sinapsi. Un nonnulla da lasciare senza fiato, attorcigliando ogni parola al velopendulo. Sugo di donna apparecchiata senza tovaglia, che pizzica nella gola come l’olio buono appena spremuto, mandando a farsi friggere tutte le insulse regolette della buona creanza. Un condimento necessario che genera dipendenza. Non ha, a questo punto, importanza il companatico, l’ordine delle portate, tutto è consentito, dolce, salato, piccante, con una preferenza per l’agrodolce. Che siano, però, morsi piccoli ed anatomici, ben torniti con un finale dolce e fresco.

Il “Diario di un ladro” di Jean Genet rivela i segreti più torbidi di questi spuntini.

I giovani che s’amano si sfibrano nella ricerca di situazioni erotiche. Queste son tanto più curiose, sembra, quanto più l’immaginazione che le scopre è povera e più profondo è l’amore che suscita. Nel sesso della sua donna, Renè schiacciava acini d’uva e poi se li mangiava spartendoli con lei. A volte ne offriva agli amici, stupiti che si offrisse loro quella strana marmellata. Usa anche spalmarsi la coda di spuma al cioccolato.La mia donna è ghiotta” dice. Un altro mio amante orna di nastri il suo intimo vello”.

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