Sharenting: mamme postano i dati dei figli sui social e li mettono in pericolo

Dipendenza da social network per i genitori del 21° secolo. Ecco lo sharenting, la condivisione delle informazioni sui figli.

4' di lettura

Di Marianna Testa, psicologa – Si è parlato spesso della dipendenza da selfie, dei giovani che riportano tutto in rete, dal selfie in spiaggia, a lavoro, con il partner, con il cane.

Si è parlato e riparlato dei teenagers, cercando il motivo, la ragione di questo bisogno sfrenato di fotografarsi e fotografare tutto ciò che accade nella propria vita. Sembra però che l’epoca degli adulti esausti abbia lasciato il posto all’epoca dei figli umiliati dalle continue foto riportate dai genitori. Si parla di un fenomeno che esiste da qualche anno e che si sta diffondendo rapidamente: lo sharentig.

Cos’è lo sharenting? 

E’ la fusione di due parole inglesi: share che vuol dire condividere e parenting che vuol dire genitorialità.

Tale fenomeno consiste nell’abitudine dei genitori di condividere informazioni, troppe informazioni, dei propri figli online: dalla prima ecografia alla prima poppata, al vasino, al primo bagnetto, compleanni e così via.

Con la sovraesposizione dei figli online, da parte dei genitori, accade che gli stessi che dovrebbero proteggere i figli invece li mettono a rischio.

Questo fenomeno desta preoccupazione non solo a chi si occupa di sicurezza in rete – per la tutela della privacy – ma anche e soprattutto a chi si occupa di psicologia.

Possono essere molteplici le ragioni che spingono un adulto a condividere storie/immagini del proprio bambino, dal bisogno compulsivo di raccattare quattro like in più, al bisogno di sostegno, cercando in una piattaforma online, il supporto psicologico di cui molte mamme sembrerebbero necessitare.

I genitori cosa possono fare?

Facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire cosa accade nel primo anno di vita e perché è così importante la presenza e lo sguardo attento della madre per un bambino in questa fase.

Il primo anno di vita del bambino è una fase delicata e di estrema importanza, è in questa fase che si instaura quello che lo psichiatra britannico John Bowlby definisce “attaccamento madre-bambino”, ovvero quel legame sicuro che consente al figlio di esplorare l’ambiente con sicurezza, sapendo di essere difesi e curati.

L’adulto in questa fase assolve alla funzione regolatoria delle emozioni per il bambino.

Allan Schore, ricercatore psicobiologico, ha evidenziato nei suoi studi l’importanza del primo anno di vita umana per la creazione di un legame di attaccamento che assicuri la comunicazione emotiva e la regolazione interattiva tra infante e “caregiver” – colui che si prende cura del bambino.

La madre altro non fa, quindi, che accogliere l’emozione del bambino, tradurla e rimandarla al piccolo in un modo più appropriato e gestibile. E’ così che il bambino impara quel controllo regolatorio che da esterno-materno diventa interno e autoregolatorio. 

I bambini soffrono

Tuttavia, tristemente, osserviamo sempre più spesso nei video bambini che piangono, che disperatamente cercano gli occhi della madre, lo sguardo del bambino non mira all’obiettivo – da cui alle volte cercano addirittura di fuggire – ma alla madre che si trova dietro la telecamera, gli occhi dell’infante cercano un contatto, una richiesta di attenzione, un soddisfacimento del bisogno di essere visto, riconosciuto ma che ahimè, non arriva.

Il bambino, frustrato, è così costretto ad elaborare l’emozione in solitudine.

La neurobiologia evolutiva del cervello, inoltre, ha mostrato come sia proprio nello scambio tra gli emisferi destri della madre e del bambino con le comunicazioni affettive reciproche che si regolano le emozioni.

Se la madre passa gran parte del suo tempo a fotografare il bambino, fotografare momenti abbastanza intimi e delicati quale quello della pappa, della sua nuova scoperta del vasino etc., se la madre, quindi, è impegnata e distratta dal mirino di una telecamera chi pensa a soddisfare il bisogno del bambino? 

Ecco perché non si parlerà più di una serie di foto, selfie e video che ritraggono il bambino felice ma di un comportamento della madre che inconsapevolmente sta venendo meno alla propria responsabilità genitoriale di soddisfare il bisogno del bambino e non dei suoi followers.

Il bambino deve essere messo in condizione di potersi rispecchiare e riconoscere nella mente dei genitori, per farlo ha bisogno dello sguardo della madre, di uno sguardo che guarda non la telecamera ma il bambino.

Si rischia, altrimenti, di essere inevitabilmente difronte a due bisogni diversi, da un lato il bisogno del bambino di essere visto – accolto, accudito dalla madre e dall’altro il bisogno della madre di essere vista, accolta, accudita dai propri followers.

Risvolti psicologici non ancora chiari

E’ doveroso ricordare ai genitori che non solo stanno riprendendo e pubblicando i bambini senza che questi siano né consapevoli né consenzienti, ma che i risvolti psicologici non sono ancora chiari, ad oggi si parla di ansia e umiliazione provata dai figli in età adolescenziale.

Noi adulti abbiamo il dovere di tutelare la privacy dei bambini, la loro identità e la loro personalità.

Il bambino merita rispetto e va tutelato. Mamme, papà e parenti, attenzione a ciò che fate, mandare foto a parenti lontani non è un danno, essere guardato dalla madre solo attraverso un mirino dello smartphone, senza essere visto e accolto, è molto grave.

Dovremo cominciare a parlare di share with care, condividere sì ma con moderazione, cura.

*Dottoressa Marianna Testa

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