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Siamo tutti guardoni: così l’immagine ha ucciso la parola scritta

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Nell’era digitale subiamo ancora il fascino della parola o ci lasciamo sedurre ormai solo dalle immagini?

Siamo anestetizzati. E’ la resa dell’intelligenza davanti al potere dei profili Instagram?

Ennio Flaiano diceva

Io credo soltanto nella parola. La parola ferisce,  la parola convince,  la parola placa. Questo, per me, è il senso dello scrivere.”

In un’epoca in cui la comunicazione è esplosa e siamo raggiunti da una quantità esorbitante di informazioni, il nostro cervello ha la necessità di selezionare e l’immagine, per la sua immediatezza, ha finito per essere l’unico mezzo espressivo che riconosciamo facilmente.

Siamo distratti da tanti stimoli e non concediamo più di qualche secondo di attenzione al nostro prossimo, così tutto ci viene propinato a mezzo foto.

Sotto bombardamento

E’ davvero in atto uno strapotere delle immagini? La sensazione è quella di essere bombardati. Non abbiamo più tempo, né voglia: abbiamo perso il gusto di pensare.

L’uso massiccio di internet ha arricchito o impoverito il nostro immaginario? La vista si è imposta su tutti gli altri sensi? Dalla ricerca di un contenuto alla sua visualizzazione il passo è breve, anzi istantaneo. Non c’è la necessità di immaginare perché si può vedere. La soddisfazione del bisogno è immediata.

E’ vero che l’immagine ha esercitato il suo fascino in tutte le epoche: sfuggente, ingannevole, capace di rappresentare oggetti esistenti, tangibili, e insieme qualcosa che non ha un corrispettivo concreto nel mondo reale.

La civiltà dell’immagine

Il culto delle immagini, che era sempre stato combattuto per la sua capacità sovversiva però, ha trovato di recente la sua massima espressione e affermazione in quella che possiamo definire la civiltà dell’immagine.

Quali sono i punti di forza della parola scritta? Quali i limiti? Tutto ciò che riguarda l’immagine è proiettato all’esterno, quando leggiamo dei versi al contrario, per dare una fisionomia alle emozioni che ci suscitano, siamo costretti ad attingere a ciò che è dentro di noi.

Oggi che tutto è frammentato, veicolato in formati brevi, la parola scritta, per sua natura articolata, rischia di non riuscire ad adeguarsi ai social network e viene spesso violentata con stralci di poesie e testi decontestualizzati e svuotati di senso.

Che ne sarà della parola?

Si può scrivere qualcosa di profondo in 144 caratteri? Probabilmente è vero che il testo richiede sempre uno sforzo cognitivo maggiore, ma dopotutto esistono forse immagini in grado di descrivere ogni concetto? Come si ritrae la verità? Come si rende con una immagine il concetto di inalienabile?

Forse la parola ha sempre avuto una pretesa di superiorità perché capace di descrivere uno stato d’animo nel profondo, di aprire un dibattito, di generare senso ma è soprattutto inscindibile dall’esperienza. Una realtà che non ci piace fa più male raccontata a parole o ritratta in una fotografia?

Se è vero che il modo di esprimersi è diventato sempre più complesso e articolato con il trascorrere dei secoli e il lessico si è complicato di pari passo con l’aumentare dell’intelligenza, la predominanza delle immagini tanto in voga oggi è una involuzione?

Le frasi si accorciano, la sintassi sisemplifica, il vocabolario si restringe. Si è ristretta anche la fantasia?

Così muore l’immaginazione

La sovrabbondanza di immagini come incide sulla capacità di fantasticare? L’immagine ha ucciso l’immaginazione? La forma narrativa del nostro presente sono le icone. Icone di ogni genere dalle modelle da calendario alle emoticon che usiamo nelle chat. Sembrano essere molto simili alle copie delle copie di cui parla Platone. Banalizzando, per il filosofo sofista anche le cose materiali hanno più valore delle immagini; le cose sono copie delle idee ma le immagini copie delle copie.

Decidere quale dei due linguaggi è prevalente, nonostante tutto è impossibile. Vorrebbe dire tentare di ingabbiare qualcosa di inafferrabile come la percezione, la suggestione individuale di ognuno di noi davanti alle diverse manifestazioni della vita.

Quando i posteri racconteranno la nostra epoca probabilmente ci chiameranno gli immaginari. Se fosse un movimento artistico forse immaginisti (come la corrente letteraria russa di inizio novecento!).

Le persone si formano all’interno di una tradizione culturale ma rimane il fatto che la tradizione dà forma ai loro bisogni e li soddisfa.

Che film dici?

Forse la situazione ci è un po’ sfuggita di mano,ed è stato tutto un grosso sbaglio. Questa civiltà delle immagini si è fondata su un’idea errata dei nostri bisogni. Comunicando per simboli e per abbreviazioni abbiamo perso di vista la sostanza. Vorrei poter dire: scusateci, ma ci siamo proprio sbagliati. Non è quello che volevamo, e questa deriva sta mettendo a repentaglio la cultura.

E’ triste pensare ad una marginalizzazione della parola scritta. Eppure è un dato di fatto: non è più sui classici, sui romanzi e sui racconti che si forma l’immaginario collettivo e anche la letteratura più recente viene valutata dalla sua potenziale filmabilità.

Non so quale linguaggio prevarrà in futuro ma come recita Harvey Keitel nel film ‘Youth – La giovinezza’ “Le emozioni sono tutto quello che abbiamo“, e alla base della vita sociale c’è e ci sarà sempre la necessità dell’uomo di scambiare simboli, significati nel (vano?) tentativo di dare senso al mondo.

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