Società foggiana: omicidi, riti e boss della quarta mafia

Nella vicina provincia di Foggia si è sviluppata una delle mafie più feroci e potenti d'Italia. La storia, i riti e i personaggi

19' di lettura

Indice:

  1. Società Foggiana, la Puglia sarà parte civile
  2. Racket delle pompe funebri
  3. Società foggiana: storia
  4. La strage del Bacardi di Foggia
  5. Il papa di Foggia
  6. Omicidio di Giovanni Panunzio
  7. Operazione Double Edge
  8. Scarcerazioni eccellenti
  9. L’omicidio del papa
  10. L’accordo coi Casalesi
  11. Società foggiana: le estorsioni
  12. L’organizzazione piramidale
  13. La legge del terrore
  14. La lista delle estorsioni
  15. Chi tradisce muore
  16. La quarta mafia

E’ la quarta mafia, per alcuni la più potente. Di certo quella che è passata per decenni sotto i radar dell’antimafia. Oscurata dalle cosche siciliane, dai clan della camorra e dalle ‘ndrine calabresi. Una invisibilità che ha consentito alla Società Foggiana, con le sue feroci batterie, di scalare i vertici della malavita organizzata nazionale. Mille affiliati, duecento solo a Foggia, ventotto gruppi censiti. Negli ultimi due anni 58 omicidi, 67 tentati omicidi. Migliaia di estorsioni. Comanda nella Capitanata, si sta estendendo nel resto della Puglia, sconfina in Irpinia, con le bande di Cerignola che si sono fatte sentire nell’arianese e preso di mira i parchi eolici.

Nei giorni scorsi è iniziato il maxi processo alla mafia foggiana davanti al gup del tribunale di Bari. Il governatore della regione, Michele Emiliano, si è costituito parte civile. “La forza intimidatrice di questa mafia – ha dichiarato – è così grande che ha reso molto complicata la collaborazione delle vittime. Abbiamo il dovere di sostenere le imprese e gli imprenditori che hanno subito estorsioni e pressioni di vario genere. Tutto questo provoca un danno gravissimo all’economia della provincia di Foggia e della Puglia intera”.

Società Foggiana, la Puglia sarà parte civile

Un atto importante, quello di Emiliano. Ci chiediamo perché non si fa in modo sistematico anche in Campania (è accaduto solo qualche volta), dove i clan sono riusciti a devastare il tessuto socio economico di tanti territori. E perché – ci domandiamo – l’iniziativa non viene assunta dai comuni che hanno subito danni per la presenza del crimine organizzato. Anche ad Avellino, dunque (quando e se ci saranno processi).

Ma andiamo oltre. La Società Foggiana raccoglie gli aspetti tipici di mafia, camorra e ‘ndragheta. E’ divisa in batterie – come la criminalità romana -, spesso in guerra tra loro. Altre volte in accordo. C’è un vertice, non proprio una cupola. I soldi degli affari illeciti vengono versati in una cassa comune. E con quella si pagano gli stipendi (li chiamano proprio così), agli affiliati e il sostegno alle famiglie dei detenuti. Il business principale sono le estorsioni. Un racket diffuso, imposto con il terrore. Nell’ultimo processo le vittime – anche di fronte a intercettazioni esplicite – non hanno ammesso di pagare il pizzo. Solo un imprenditore ha avuto il coraggio di denunciare. Vive sotto scorta. (Di seguito il video della mafia foggiana raccontata dal Pm della Direzione Distrettuale Antimafia Giuseppe Gatti. Servizio di “ImmediatoTv”)

Racket delle pompe funebri

Sono costretti a pagare imprenditori, costruttori edili, negozi di ogni genere, albergatori. Quando qualche vittima si oppone dicendo: “Se pago sono costretto a chiudere”. La risposta è sempre la stessa: “Puoi già abbassare la saracinseca”. E poi le pompe funebri, tutte: cinquanta euro a funerale. Sul numero dei morti e su chi organizza il funerale i mafiosi foggiani sono informati direttamente da qualche impiegato del comune o da addetti negli ospedali. La Società Foggiana ha il monopolio sulle slot machine, sul gioco d’azzardo, sulle corse dei cavalli (ovviamente truccate), sulle sale scommesse, sul traffico e lo spaccio di droga, l’usura.

Pagano il pizzo anche i criminali comuni: vuoi fare un furto, una rapina? Versa una percentuale al sistema. Un controllo totale, asfissiante. E una violenza esibita, brutale. In una terra dove la Nco di Raffaele Cutolo e la Sacra Corona Unita sono state sbattute fuori a colpi di mitra e omicidi.

Società foggiana: storia

La malavita organizzata ha fatto il suo ingresso nel foggiano a cavallo tra gli anni ’70 e ’80. Un progetto targato Raffaele Cutolo. Immaginava di esportare anche in Puglia il modello Nco, e decise di fondare la Nuova camorra pugliese.

L’atto di nascita al termine di un summit nell’hotel Florio, a Lucera. Era il 1979. C’era la crema della criminalità pugliese, ma il vertice del nuovo gruppo è finito subito nelle mani di due foggiani, Giosuè Rizzi, una sorta di Vallanzasca locale, e Giuseppe Iannelli.

All’epoca non fu semplice scalzare la Sacra Corona Unita, con i potentissimi, Pinuccio e Nicola Laviano. Nella seconda metà degli anni ’80, proprio dalle ceneri della camorra cutoliana made in Puglia, germoglia il seme malato della Società Foggiana. A Giosuè Rizzi e Giuseppe Iannelli si aggiunge un personaggio che ancora oggi, a quasi 70 anni, è estremamente influente, Rocco Moretti, il Porco. Con loro anche Gerardo Agnelli, il professore. E’ il primo maggio del 1986.

I Laviano devono subire una lezione. E in modo clamoroso, violento, spettacolare. Tutti devono vedere. Tutti devono sapere chi comanda nel foggiano. L’azione criminale passerà alla storia come la strage del Bacardi, e prende il nome da un minuscolo locale in piazza Mercato, nel cuore storico di Foggia.

La strage del Bacardi di Foggia

Sono le tre di notte. Nel circolo entrano tre persone armate e a volto coperto. Nessuna parola. Solo spari. Una pioggia di proiettili. Che uccidono Giovanni Rollo, Pietro Piserchia, Pompeo Rosario Corvino e Antonietta Cassanelli, amante di Gennaro Manco, obiettivo dei killer che resterà solo ferito. E’ l’inizio della prima guerra di mafia nella storia della Società Foggiana. Un agguato in puro stile camorristico. Eppure in quegli anni investigatori e inquirenti derubricarono la strage a una faida interna alla criminalità locale. E’ solo negli anni ’90 che si inizierà a parlare di malavita organizzata foggiana, grazie alle indagini condotte dalla squadra mobile e coordinate dal sostituto procuratore Gianrico Carofiglio (oggi anche apprezzato scrittore).

E’ il salto di qualità definitivo della criminalità nella Capitanata. Che segna l’ascesa definitiva di Rocco Moretti e l’atto di nascita ufficiale della Società Foggiana. Ne contraddistingue anche la brutale violenza e un certo gusto del macabro. La foto della testa mozzata di Laviano verranno mostrate ai principali esponenti della nuova mafia. E un osso strappato al corpo della vittima è stato portato in giro per anni da Vito Bruno Lanza. Lo mostrava a chiunque. E lo poggiava sul tavolo prima di ogni summit con gli affiliati.

Gianrico Carofiglio

Il papa di Foggia

Quel brutale omicidio segnò l’ascesa ai vertici del crimine organizzato pugliese, non sono di Rocco Moretti, ma anche di Vito Bruno Lanza (U’ lepre), Mario Francavilla e Giosuè Rizzi (il boss della sacra corona unita, Salvatore Annacondia, noto come Manomozza, lo ribattezzò il Papa di Foggia). Proprio Rizzi rappresenta il passaggio tra il criminale tradizionale e la nuova figura di boss. Le cronache ne evidenziano la ferocia inaudita e un coraggio fuori dal comune. Un guascone passionale, dotato di una generosità esibita fino all’eccesso. Tutti tratti che hanno contribuito a far crescere il suo carisma.

Nei primi mesi del ’90 Giosuè Rizzi e Rocco Moretti finiscono in carcere. Un ruolo di primo piano nella “Società” viene assunto da Gerardo Agnelli e Michele Mansueto, detto Lillino. Ma sarà un equilibrio di breve durata.

Nel giugno di quell’anno Agnelli viene ucciso. Passa qualche settimana e in un agguato resta gravemente ferito Michele Mansueto. Inizia l’ascesa ai vertici di Roberto Sinesi e Vincenzo Parisi. E’ proprio in questo periodo che la quarta mafia allarga i suoi orizzonti criminali. Non solo stupefacenti, ma anche estorsioni. E punta forte su due poli strategici dell’economia dauna: la produzione di pomodoro e l’edilizia. Lo fa con sconvolgente violenza: bombe, pistole, omicidi. Nella sola città di Foggia viene ucciso l’imprenditore Nicola Ciuffreda. Altri due, Eliseo Zanasi e Salvatore Spezzati sfuggono miracolosamente a un agguato.

Giovanni Panunzio
Giovanni Panunzio

Omicidio di Giovanni Panunzio

Ma la vicenda che in quegli anni segna definitivamente la storia di questa criminalità, e dà il via alle operazioni della magistratura, è il delitto di Giovanni Panunzio. E’ stato il primo imprenditore foggiano ad avere il coraggio di dire “no”, di opporsi con decisione alle minacce mafiose. Un coraggio che pagherà con la morte. Verrà ucciso il sei dicembre del 1992. Il sacrificio di questo protagonista della resistenza civile non sarà inutile. Darà il via alla prima grande operazione antimafia contro la Società Foggiana, l’Operazione Panunzio. Alla quale segue l’operazione Day Bejore che andrà a colpire anche gli affiliati che erano sfuggiti al primo blitz.

Il processo si conclude con il riconoscimento per la criminalità organizzata foggiana di associazione mafiosa. Una consorteria malavitosa che ha ormai esteso le sue ramificazioni nella vicina San Severo e stretto alleanze con la ‘ndrangheta calabrese, grazie ai rapporti intessuti da Roberto Sinesi con Franco Coco Trovato, esponente di spicco della cosca De Stefano-Papalia.

Dopo quei maxi processi ha fatto seguito una fase di relativa calma, il controllo delle attività criminali è stato conquistato da due gruppi: i Sinesi-Francavilla e i Trisciuoglio-Prencipe. Entreranno in conflitto tra loro. Il risultato sarà un fiume di sangue. Tra il gennaio del ’98 e il dicembre del 2003, si conteranno 28 omicidi e 11 tentati omicidi. Si affrontano per la leadership all’interno della Società Foggiana. Che si traduce in due obiettivi: gestire la cassa comune e impossessarsi della famigerata “lista delle estorsioni”, il documento che abilita chi lo detiene a intascare i proventi della lucrosa attività estorsiva.

Operazione Double Edge

Quella guerra inizia con l’omicidio di Mario Francavilla U Ner. Ucciso a Foggia il 22 gennaio del 1998. Qualche mese dopo veniva ammazzato Paolo Vitagliano, braccio destro di Roberto Sinesi. Per la risposta bisogna aspettare il 21 settembre del 1999: Salvatore Prencipe, Federico Trisciuoglio e Leonardo Piserchia sfuggono miracolosamente a un agguato a colpo di kalashnikov. La guerra si interrompe solo per l’operazione Double Edge che porta all’arresto di 31 persone, quasi tutte componenti della batteria Trisciuoglio-Prencipe. Con il gruppo rivale dietro le sbarre i Sinesi-Francavilla scatenano l’offensiva e conquistano un ruolo di assoluta supremazia nella Società Foggiana. In quegli anni – tra il 2002 e il 2003 – , le strade di Foggia diventano teatro di una carneficina.

La scia di sangue si ferma solo grazie a un’altra operazione di polizia. Il 10 maggio del 2003 scatta “Araba Fenice”: finiscono in manette 23 componenti della banda Sinesi-Francavilla. Sono accusati di associazione mafiosa, omicidi, estorsioni, armi e droga. Il processi si concluderà con il riconoscimento del ruolo di primo piano del clan nella Società Foggiana. Franco Vitagliano, uno di componenti più brutali del gruppo di fuoco, sarà condannato all’ergastolo per i delitti di Giovanni Bruno e Pasquale Novelli (uccisi nell’estate del 2002).

Anche questa volta, il blitz ribalta gli equilibri. E la batteria Trisciuoglio-Prencipe, approfitta della debolezza dei rivali per scalare il vertice del “Sistema” a colpi di omicidi. E’ in questo periodo che i Trisciuoglio-Prencipe si alleano a un’altra potente batteria, quella che fa capo a Rocco Moretti e Antonio Vincenzo Pellegrino. Segue un’altra lunga serie di agguati. Fermati da un’altra maxi inchiesta, Poseidon, che mette in cella 25 elementi del clan dominante.

Scarcerazioni eccellenti

Fino al 2006 a Foggia torna una certa tranquillità. Tutto finisce con la scarcerazione di Roberto Sinesi e Raffaele Tolonese. I due decidono di mettere da parte i vecchi rancori. Capiscono che l’odio tribale rovina gli affari. E stringono un patto con il nemico di sempre, Federico Trisciuoglio. Si accorderanno in particolare per il racket delle pompe funebri. Dall’accordo restano fuori Rocco Moretti e Antonio Vincenzo Pellegrino. Non accettano quella spartizione. Pretendono un posto a tavola. La tensione esplode nel 2007. Il 5 maggio, Pasquale Moretti, fino del boss Rocco, esce indenne da un attentato. Ad agosto arriva la risposta, agguato ad Alessandro Aprile.

Nel frattempo si progetta l’omicidio di Francesco Sinesi, figlio di Roberto. Che viene evitato da un altro blitz. Con l’operazione Cronos finiscono in cella molti affiliati della batteria Moretti-Pellegrino. Qualche mese dopo le ordinanze di custodia cautelare raggiungono anche la famiglia Sinesi, con l’operazione Big Bang.

L’omicidio del papa

Negli anni successivi, nonostante i momenti di conflittualità, la Società Foggiana assume sempre di più la fisionomia di mafia degli affari. Come le altre organizzazioni criminali della Penisola. C’è un cambio generazionale. Viene epurata la vecchia classe dirigente. E in quest’ottica vanno inquadrati i delitti di personaggi del calibro di Franco Mansueto (il 18 giugno 2007), Antonio Bernardo (27 settembre 2008), Michele Mansueto (24 giugno 2011) e dello stesso Giosuè Rizzi (10 gennaio 2012), forse la figura più carismatica della mafia foggiana.

Come la commissione antimafia ha ribadito nel suo dossier semestrale, la Società Foggiana ha compiuto un importante salto di qualità potenziando la vocazione affaristico imprenditoriale. E innalzando la sua capacità di infiltrazione.

L’accordo coi Casalesi

Sono state strette alleanze economiche con i Casalesi, allestendo una sorta di joint venture per la produzione industriale di banconote false (come scoperto dalla dda di Bari nell’operazione filigrana). La Società Foggiana si è infiltrata nelle pubbliche amministrazioni e inserendosi in società partecipate che si occupano della raccolta e la gestione dei rifiuti a Foggia. Oltre ad aver messo le mani su numerose cooperative (operazione Piazza Pulita). Ha investito enormi risorse in settori strategici dell’economia locale, come quello vitivinicolo, con le prime ramificazioni anche nel Nord Italia (operazione Bacchus della dda di Bari). La Società Foggiana ha anche esteso la sua rete usuraia, approfittando della crisi economica che ha messo in ginocchio la piccola economia locale.

Segnali importanti. Che evidenziano una crescita esponenziale della quarta mafia. Capace di guardare anche fuori dal suo territorio d’origine e in settori ancora inesplorati.

Società foggiana: le estorsioni

Ma il core business resta comunque quello delle estorsioni. L’accresciuto carisma criminale della Società Foggiana ha anche ridotto l’uso della forza per imporre il pizzo. Negli ultimi anni l’interesse estorsivo della quarta mafia si è concentrato sull’agricoltura. Una risorsa fondamentale per l’economia della provincia di Foggia. Dagli imprenditori non si pretende solo il pagamento del pizzo, ma anche l’assunzione fittizia di dipendenti (si paga lo stipendio ad un affiliato che non lavora).

I nuovi dirigenti della Società Foggiana avevano progettato la creazione di un Consorzio, che raggruppasse le aziende agricole del territorio. In questo modo avrebbero intascato le tangenti fatturandole come consulenze. Un’altra evoluzione. Che in più avrebbe permesso alle aziende sotto estorsione di scaricare il pizzo. Un segnale inquietante di una evoluzione criminale capace di erodere alle fondamenta l’intero tessuto economico.

In questo momento la Società Foggiana si regge su un duopolio costituito dalle batterie Sinesi-Francavilla e Moretti-Pellegrino. Mentre si fanno la guerra gestiscono insieme l’attività estorsiva. Il gruppo Trisciuoglio-Prencipe-Tolonese è in difficoltà dopo gli ultima arresti, ma nonostante tutto viene ritenuta dai due clan vincenti una controparte con la quale discutere.

L’organizzazione piramidale

L’organizzazione criminale viene strutturata in forma piramidale. Al vertice ci sono gli elementi di primo piano del clan. Accanto a loro i luogotenenti. Sono gli unici che partecipano alle riunioni di vertice. Gli unici che prendono decisioni. L’apparato criminale si suddivide in “batterie”. Sono un po’ ovunque, a Foggia come nel resto della provincia.

E’ una struttura più simile alla ‘ndrangheta che alla camorra. I vincoli di sangue sono fondamentali. Le batterie sono spesso formate da parenti. E la successione al comando passa da padre in figlio. I rituali di affiliazione sono simili a quelli della mafia o della camorra. Ed esistono i gradi, come picciotto, picciotto d’onore e sgarrista. Lo sgarrista è l’affiliato che ha già commesso degli omicidi. Gli stipendi dipendono dal grado. Più si è vicini al vertice più si guadagna. Si parte da mille e si arriva a sei, settemila euro.

Per alcuni pentiti, come Salvatore Annacondia (autore di un centinaio di omicidi), i gradi della criminalità foggiana sono sette: picciotto, camorrista, sgarrista, santista, vangelo, crimine o sestino e capomandamento.

La legge del terrore

La Società Foggiana è molto più violenta rispetto alle altre mafie. Se le cosche siciliane, la ‘ndrangheta, i clan più strutturati della camorra campana, come i Casalesi, hanno scelto la strada dell’immersione (fare affari sporchi senza suscitare clamore), in Puglia si spara e si uccide. Hanno scelto la strada del “controllo del territorio” con l’arma più efficace, il terrore. “Forse – come ha sostenuto il procuratore antimafia Federico Cafiero de Raho – non hanno paura, a oggi la reazione dello Stato non è stata così clamorosa”.

La malavita organizzata foggiana non è ancora evoluta come la mafia. Un esempio è il gioco d’azzardo. In Puglia la criminalità organizzata controlla le slot machine. Le cosche sono interessato al business on-line. Più sfuggente, più redditizio e transnazionale.

Ma anche in clan foggiani stanno iniziando a fare il salto di qualità. Girano molti soldi, e bisogna riciclarli. Servono colletti bianchi. Serve inserirsi nell’economia legale. I settori preferiti sono quelli già nel mirino di altre mafie: gestione ciclo rifiuti, edilizia, appalti pubblici.

La lista delle estorsioni

Il business principale resta comunque quello delle estorsioni. La batteria che comanda ha in mano la lista degli estorti. Un documento prezioso, dove ci sono i nomi di tutti gli imprenditori e i commercianti taglieggiati, i soldi da ritirare e le scadenze da far rispettare. E’ per il possesso di quella lista che si sono innescate molte delle ultime guerre di mafia nella zona.

Il primo approccio con le vittime – come si legge anche nell’ordinanza che nel 2018 ha decapitato le batterie Sinesi-Francavilla e Moretti-Lanza -, non è mai violento. E il pizzo imposto mai eccessivo (“così ti possono pagare per sempre”). Ma la reazione in caso di “no” è brutale, feroce. Prima le mitragliate contro le auto delle vittime. Poi le bombe nelle loro attività commerciali. In tanti pagano senza fiatare.

E a forze dell’ordine e magistrati, anche di fronte all’evidenza, dicono tutti che “no, non paghiamo nessun pizzo”. Anzi, è accaduto proprio nel corso delle indagini di intercettare vittime che avvisano i mafiosi: “Mi hanno interrogato, volevano sapere se mi estorcete denaro. Hanno mostrato anche le vostre foto, non ho detto nulla”. Così terrorizzati da tacere davanti agli inquirenti, e avvisare i criminali per evitare per ingraziarseli.

Chi tradisce muore

Proprio l’omertà è uno dei segni distintivi di questa mafia. Il silenzio è quasi totale. Nell’ultima maxi-inchiesta un solo imprenditore ha raccontato tutto alla polizia. Gli altri hanno negato con decisione. Anche l’evidenza (video, intercettazioni ambientali e telefoniche).

E’ una mafia che ha anche pochi pentiti, perché come la ‘ndrangheta il vertice è stretto da legami familiari. Tradire è molto più complicato.

In provincia di Foggia fino a qualche anno fa si potevano distinguere tre mafie. La “Società”, attiva soprattutto nel capoluogo. La malavita di Cerignola, che “vanta” una tradizione nelle rapine ai blindati, eseguite con tecniche e armi militari e che non si limita ad agire solo nella zona. E la mafia del Gargano, che ha in mano Vieste e le sue strutture turistiche (è la sesta città italiana per flusso di villeggianti), oltre a gestire il traffico di droga con la vicina Albania.

La quarta mafia

Le divisioni in questi anni vanno sfumando. E la Società Foggiana sta inglobando al suo interno – almeno per determinati business – le altre due organizzazioni criminali.

La preoccupazione degli inquirenti è notevole. E per ovvi motivi. Se lasciata crescere la quarta mafia può diventare un cancro inestirpabile e in continua espansione. E’ nata e si è diffusa nel nord della Puglia, In una zona che confina con l’Abruzzo, la Campania e il Molise. Non è confinata in una enclave. Ha già avuto la forza di ridurre quasi a zero la vecchia Sacra corona unita, ormai confinata nel Salento.

Il processo iniziato in questi giorni scaturisce da una inchiesta che ha decapitato le batterie Sinesi-Francavilla e Moretti-Lanza. Sotto accusa sono finiti Angelo Abbruzzese, Francesco Abbruzzese (Stuppin), Giuseppe Albanese (Prnion), Alessandro Aprile (Schiattamurt), Luigi Biscotti, Rodolfo Bruno (Cecato), Emilio Ivan D’Amato, Domenico D’Angelo (Cavallo), Ciro Francavilla, Giuseppe Francavilla, Gioacchino Frascolla, Ernesto Gatta, Leonardo Lanza, Savino Lanza, Vito Bruno Lanza (U’ Lepr), Antonio Miranda, Alessandro Moretti (Sassolin), Rocco Moretti (U’ purc), Raffaele Palumbo, Massimo Perdonò, Francesco Pesante (U’ Sgarr), Fausto Rizzi, Salvatore Antonio (Lascia Lascia), Cosimo Damiano Sinesi, Francesco Sinesi, Roberto Sinesi (che è assistito dall’avvocato Dario Vannetiello), Giuseppe Spiritoso (Papanonno), Lorenzo Spiritoso, Fabio Tizzano, Francesco Tizzano, Patrizio Villani, Natalino Venuti.

Le richiesta di condanna

I pubblici ministeri della Dda, Lidia Giorgio e Federico Perrone Capano, hanno chiesto lunedì mattina (16 dicembre), 25 condanne per complessivi 303 anni e 3 mesi di carcere, con pene tra i 4 e i 18 anni, nel processo con rito abbreviato «Decima Azione» a carico di 24 foggiani e 1 garganico (sopra elencati), ritenuti affiliati alla quarta mafia, la Società Foggiana. Il processo si celebra nell’aula del Tribunale di Bari di via Dioguardi. Il gup è Giovanni Anglana.

Gli imputati sono stati arrestati da squadra mobile e carabinieri del nucleo investigativo nel blitz del 30 novembre 2018. Sono accusati a vario titolo di mafia e ritenuti affiliati a due clan rivali della «Società foggiana» (Sinesi/Francavilla e Moretti/Pellegrino/Lanza); 11 estorsioni e 5 tentativi di estorsione aggravati dalla mafiosità per i metodi usati e per aver agevolato la «Società foggiana»; 4 contestazioni di porto e detenzione illegale di armi. Per altri 4 imputati, rinviati a giudizio il 23 settembre scorso, è in corso il processo con rito ordinario nel Tribunale a Foggia in cui rispondono sempre a vario titolo di mafia, estorsioni e uno anche di un tentativo di omicidio collegato all’ultima guerra di mafia del 2015-2016 tra i due clan rivali, contrassegnata in 13 mesi da 3 omicidi e 8 feriti (tra loro anche un bambino di 4 anni) su entrambi i fronti.

Per il boss Rocco Moretti, la Dda ha chiesto 16 anni e 8 mesi quale capo dell’omonimo clan; 14 anni la pena richiesta per il suo fedelissimo Vito Bruno Lanza e per il capo del gruppo rivale Roberto Sinesi. Quattordici annianche la pena invocata anche per i fratelli Ciro e Giuseppe Francavilla. La pena più alta – 18 anni di carcere – la Dda l’ha chiesta per Francesco Tizzano accusato di mafia presunto affiliato al clan Moretti che avrebbe organizzatore e di ben 13 estorsioni.

Le discussioni difensive si apriranno il prossimo nove gennaio, con l’avvocato Dario Vannetiello, che assiste il numero uno della criminalità foggiana, quel Roberto Sinesi che agli inizia degli anni ’90 è stato recluso nel carcere dell’Asinara con Riina e Provenzano.

La sentenza è prevista per maggio, quando saranno concluse le arringhe della difesa.

Fonti

  • Ordinanza custodia cautelare firmata dal gip Francesco Agnino del 22 novembre 2019;
  • Motivazioni sentenza del Tribunale del Riesame di Bari, terza sezione penale del 17 dicembre 2018 (presidente Giuseppe Battista, a latere Alessandra Susca e Arcangela Stefania Romanelli).

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