Deserto verde. L’Irpinia rinasce d’estate. Poi viene l’autunno…

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D’estate quasi non sembra che l’Irpinia abbia un problema di spopolamento. Vivacità in tanti comuni, gli emigranti che rientrano per qualche settimana. Le feste patronali. Le sagre. I concerti. Purtroppo la musica cambierà presto, anche prima dell’autunno. E faremo i conti con i soliti borghi silenziosi, le case vuote. E un capoluogo, Avellino, dove si continua a fare i conti con centinaia di ragazzi che ogni anno vanno via. Per studiare o cercare lavoro. E che – nove volte su dieci – costruiranno altrove la loro esistenza.

La deportazione silenziosa

Non è pessimismo cosmico, purtroppo. Ma la radiografia che ci consegna ogni anno l’Istat (e subito dopo lo Svimez), che disegna per il futuro di questa provincia scenari quasi post apocalittici.

Entro il 2050 la popolazione della Campania sarà dimezzata (saldo negativo nati morti, più la partenza i massa dei giovani). E la situazione sarà nettamente peggiore nelle aree interne. Non solo perché sono meno popolose, ma anche anche perché sono quelle che in percentuale subiranno più partenze. La “deportazione silenziosa”, come dichiara la Cgil irpina.

Irpinia deserto verde

Meno giovani (e non solo) al lavoro, tanti anziani: il prodotto interno lordo destinato a ridursi in maniera consistente. Se non si cambia direzione, e in fretta, racconteremo di questa terra come di un deserto verde. Di anziani soli. Di futuro zero. Già adesso, e con sempre maggiore concretezza nei prossimi anni. Rischiamo di non vedere neppure le estati vivaci di questi anni.

La morte sociale del Sud

Le Cassandre si moltiplicano. Insieme agli studi di statistica. Alle analisi degli esperti. Il quadro – drammatico – è arcinoto. Lo avrete letto in tutte le salse. E sono risapute anche le conclusioni. Il punto è sempre lo stesso: nessuna forza politica nazionale mette in primo piano una questione vitale non solo per l’Irpinia o il Mezzogiorno, ma per l’intero Paese. La “morte sociale” del Sud è la morte dell’intera Penisola. Con o senza autonomia differenziata. A prescindere anche dai cambiamenti climatici, con un’altra desertificazione in arrivo.

Se il futuro è buio, sarebbe importante almeno accendere una piccola fiaccola di ottimismo (non ci piace la parola speranza). Ma sarebbe importante avere almeno la consapevolezza che la classe politica e dirigente meridionale (quella che c’è e quella che verrà), sia in grado di porre con forza la questione. Di rimettere cioè al centro il Sud. Senza assistenzialismi, senza piagnistei. Ma con concreta e feroce determinazione. Altrimenti il destino è segnato: un sud spopolato è un sud che incide anche meno a livello elettorale. Che conta anche meno di ora.

Dopo l’estate in festa c’è l’autunno del silenzio. Speriamo che i meridionali e gli irpini per primi trovino la voce per farsi sentire.

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