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Stiamo uccidendo il mare: 105 spiagge italiane sommerse di plastica

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Il mare ha un solo grande nemico: l’uomo. Le azioni del cosiddetto sapiens hanno la loro inevitabile reazione nel degrado dell’ambiente marino, e lo strumento che ci siamo inventati per ammalare il pianeta e il suo ecosistema più affascinante, il mare, appunto, è la plastica.

Partiamo dai dati: oltre il 90% dei rifiuti rinvenuti sulle nostre spiagge o galleggianti in superficie sono di plastica. 

Legambiente da anni ormai alle canoniche attività di Goletta Verde, analisi scientifiche sui batteri in primis, ha affiancato iniziative che rientrano nella cosiddetta citizen science, ovvero dei protocolli scientifici elaborati da enti preposti, come ISPRA, ma messi in pratica da semplici cittadini. E allora sono nate le indagini marine litter e beach litter: la prima, realizzata a bordo di Goletta Verde, ha permesso di valutare la natura e la provenienza dei rifiuti galleggianti; la seconda indagine, compiuta dai circoli territoriali di Legambiente, insieme con scuole e cittadini, ha permesso una mappatura di oltre 100 spiagge italiane; entrambe hanno restituito situazioni raccapriccianti. 

Una montagna di plastica

Nelle spiagge monitorate sono stati trovati oltre 58mila rifiuti, per una media di 561 rifiuti ogni 100 metri lineari di spiaggia. Fra i rifiuti spiaggiati trovati sugli arenili monitorati più del 90%, come detto, è di plastica, e fra questi il 64% è materiale usa e getta. 

A guidare la top ten dei rifiuti più trovati sono i mozziconi di sigaretta (12%), tappi (10%), bottiglie e contenitori di plastica ma anche reti per la coltivazione dei mitili (8%). Seguono cotton fioc (4,5%), stoviglie usa e getta (carta o plastica), buste (3,5%), polistirolo (3,1%) e altri oggetti di plastica (2,9%). Le buste di plastica ammontano al 3,5% dei quasi 60mila rifiuti rinvenuti sulle 105 spiagge. E questo è il meno: i rifiuti che avvistiamo sul pelo dell’acqua, marine litter appunto, sono solo una piccola parte di quelli che effettivamente sono presenti in mare. Inoltre, esposta all’azione dell’acqua, del vento, del sole, la plastica si degrada, rilasciando migliaia di piccole particelle, che prendono il nome di microplastica. 

Microplastiche: letali per i pesci 

Vale la pena segnalare che se non bastasse, le microplastiche trovate in mare non sono frutto solo degli agenti atmosferici sui rifiuti, ma sono presenti anche nella maggior parte dei cosmetici comunemente usati: i sistemi di depurazione (quando ci sono e funzionano) non li riescono a trattenere, e la strada verso il mare è spianata. Se non fosse tragico, sarebbe da ridere, perché le microplastiche vengono scambiate per cibo dagli ingenui pesci, che ne ingeriscono in grande quantità, segnando irrimediabilmente il loro destino; qualche esemplare, però, finisce anche sulle nostre tavole. Buon appetito.

La depurazione? Solo una illusione, purtroppo 

E a proposito di depurazione, si apre un altro scenario, anch’esso poco felice. Premesso che la legge che impone agli enti locali di dotarsi di impianti di depurazione e fognature risale al 1977, il panorama delle coste tricolore monitorato negli anni da Goletta Verde dimostra come su 260 punti campionati lungo tutta la costa italiana, sono 105 – pari al 40% – i campioni di acqua analizzata risultati inquinati con cariche batteriche al di sopra dei limiti di legge. Si tratta senza dubbio di inquinamento legato alla presenza di scarichi fognari non depurati. Nella nostra Regione, inoltre, l’ARPAC comunica che il 38% delle indagini condotte sulle acque uscite dagli impianti di depurazione sia non conforme. Insomma, poche infrastrutture e malfunzionanti. E dopo il disastro causato dal depuratore di Foce Sele, che ha immesso in tutto il Tirreno i famosi dischetti, ossia i supporti dove crescono i batteri che purificano l’acqua assorbendo i nutrienti, le prossime analisi saranno un atto dovuto, dall’esito scontato.

En passant: a causa dei cambiamenti climatici, nel Mediterraneo sono comparse le cosiddette specie aliene invasive, ulteriore minaccia per la fauna e la biodiversità.

Un processo di autodistruzione 

Quale può essere la chiave di lettura di tutti questi dati? 

Semplice: siamo tanti piccoli Tafazi. Abbiamo avviato un processo di autodistruzione difficilmente reversibile in questo secolo. Aggrediamo il nostro mare da ogni direzione possibile. Quando andiamo in spiaggia per un pic-nic, abbandoniamo le nostre stoviglie usate, condite da mozziconi di sigaretta; quando puliamo le orecchie, gettiamo il cotton fioc nello scarico, senza pensarci due volte; addirittura chi ci campa, col mare, abbandona in acqua le reti delle cozze e il polistirolo utilizzato a bordo. Insomma, abbiamo usato il mare come una discarica, e l’abbiamo riempita, al punto che l’isola di plastica presente nell’oceano Pacifico è diventata grande il triplo della Francia.

Una faro nella tempesta 

Ma siccome siamo ottimisti, è bene chiudere con qualche buona notizia. Tutte le informazioni raccolte da Legambiente sul marine litter sono state presentate all’ONU, nella conferenza Mondiale degli Oceani, dove abbiamo raccontato con orgoglio il nostro impegno di citizen science. Che forse ha smosso qualche coscienza, anche qui da noi, perché l’Italia, in controtendenza rispetto al solito, ha approvato un emendamento nell’ultima legge di bilancio, vietando dal 2019 lo stop ai cotton fioc non biodegradabili e introducendo dal 2020 il divieto di utilizzare microplastiche nei cosmetici. Provvedimenti che fanno il paio alla legge che vieta i sacchetti di plastica per la spesa, imponendo quelli biodegradabili.

E noi cittadini? Beh, noi possiamo cominciare a informarci, e ad agire. Abbandonare il concetto di usa e getta, scegliere prodotti con meno packaging possibile, riutilizzare le cose, ridurre gli sprechi. Insomma, diventare cittadini sostenibili e circolari, e soprattutto attivi.

Sono piccoli gesti, ma il mare ringrazierà.

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