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Stiso, il poeta della terra che amiamo

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6' di lettura

Ora possiamo morire / perché abbiamo imparato a vivere / dopo secoli di ignominia (…). Si apre con i versi diuna delle sue poesie più intense La terra che amiamo, uno dei 14 drammi inediti di Pasquale Stiso e senza dubbio il più esemplare nel quadro della sua poetica, nonché l’unico tentativo – nella realtà irpina – di portare in scena, su un palco di teatro e all’attenzione di un pubblico che di quella storia è stato attore protagonista, l’epopea dell’occupazione delle terre incolte.

Un amore straordinario per il Formicoso

La terra amata è quella del Formicoso e dell’Alta Irpinia, cantata mirabilmente da Stiso, che nei primi anni del dopoguerra fu lo scenario di un vasto movimento contadino, organizzato dalla Camera del Lavoro e dai partiti della sinistra, che in poco più di un decennio riuscì a modificare sensibilmente, se non le strutture economiche ed il paesaggio agrario, quegli equilibri politici e sociali che per i braccianti senza-terra erano rimasti sostanzialmente immobili dall’epoca feudale.

Rivoluzionaria fu soprattutto la portata culturale di quella stagione di lotte, travagliata ed esaltante, fra festose occupazioni popolari dei latifondi e ondate di repressioni ed arresti da Andretta a Bisaccia, da Lacedonia a Monteverde, da Aquilonia a Calitri: dopo secoli di sottomissione i contadini poveri quei paesi, e di tanta parte del Sud, riuscirono a emanciparsi per sempre dalla sudditanza economica nei confronti dei grandi proprietari e da quella psicologica verso il clero e i “notabili” locali.

“Ora potevano morire a Sud”

Ora potevano morire, appunto, i contadini del Sud. Perché avevano finalmente conquistato, prima ancora che un pezzo di terra, la libertà di pensiero e – attraverso la consapevolezza di se stessi come classe – il senso della dignità e della giustizia sociale. E non sarebbero più morti, invece, tanti dei loro figli, come il bambino vittima del tifo nel dramma di Stiso, per la miseria, la scarsa igiene, ma anche per l’amorale indifferenza dei “medicaciucci” immortalati da Carlo Levi e di un egoismo di casta dei proprietari tanto disumano da sembrare oggi inverosimile, se non ce lo avessero testimoniato, oltre a qualche coraggiosa inchiesta giornalistica dell’epoca, i racconti e le canzoni di Matteo Salvatore e, in questo caso, le pagine di Stiso.

La terra che amiamo, infatti, è soprattutto una preziosa pagina di storia, per la capacità dell’autore di presentare sulla scena tutti i soggetti di quella stagione irripetibile di aspri conflitti e di riscatto collettivo, delineando con nettezza non solo il contesto quanto i caratteri e la forma mentis dei singoli personaggi.

La “creatività spezzata”

Questa spiccata vocazione al “disegno psicologico”, tanto di figure maschili che femminili,unitamente a un certo senso del ritmo teatrale e alla chiarezza dei dialoghi, rappresentano i tratti unificanti della produzione drammatica di Stiso. La prematura scomparsa, e la prevalenza dell’impegno politico e forense che fin dalla giovinezza finì per assorbirlo, ha impedito all’autore irpino di perfezionare la sua vena di scrittore cinematografico e teatrale, che rappresenta il maggiore rimpianto nella “creatività spezzata” del poeta-sindaco di Andretta,che l’Irpinia ricorderà fra pochi giorni, nel cinquantennale della scomparsa: il 24 novembre nel suo paese natale, con un’iniziativa del Comune e l’evento “Sempre”, curato da Teresa Stiso; il 26 ad Avellino con l’intitolazione della biblioteca del Cinema Eliseo, con gli interventi dell’assessore alla Cultura Michela Mancusi e di Carlo Tedeschi, genero di Stiso; e prossimamente con due pubblicazioni di Mephite, a cura di scrive: la monografia Il poeta ritrovato e il numero del 2028 di “Vallea”, annuario di letteratura irpina.

La produzione giovanile

Nella produzione giovanile, di carattere più marcatamente politico-sociale, risalta un certo divario tra il realismo dei contenuti e qualche caduta artificiosa nel linguaggio. Decisamente datato, sia in La terra che amiamo che in L’emigrante, è quel tono ingenuamente epico e ottimistico, lo stesso della coeva poesia Augurio a Sibilla Aleramo, ritrovata da chi scrive nell’archivio della Fondazione Gramsci, che riflette quella fede nella palingenesi del Sud (e del mondo intero) per l’impulso del “partito-guida” sovietico che nel dopoguerra esaltò la militanza della “meglio gioventù” intellettuale. Da quella fase ideologica giovanile hanno tuttavia origine la straordinaria carica positiva e la tensione morale che a Stiso avevano consentito di dar vita, sulla scia dei due drammi citati, ai versi di Ora possiamo morire! e a quel gioiello narrativo he è il racconto Questa è una storia vera, o forse no.

In La terra che amiamo le passioni civili dell’autore, e di un’intera generazione di intellettuali, danno anima e sostanza al protagonista, Giorgio, figura dai numerosi risvolti autobiografici: giovane professionista appartenente al ceto medio, dedito alla caccia,coccolato dai notabili e destinato al matrimonio con la figlia del maggiore possidente locale, Carla, si converte alla causa degli umili (e all’autentica missione di medico) in seguito all’incontro con un luminare della scienza di fede comunista (evidente richiamo al ruolo esercitato nelle province del Suddai confinati antifascisti e da alcuni prestigiosi docenti marxisti dell’Università di Napoli), scegliendo di frequentare la sezione del Pci e quindi di porsi alla guida dei contadini, fino a diventare ben presto sindaco del paese e anche a riconquistare il cuore della promessa sposa, combattuta fino all’ultimo tra i sentimenti personali e la fedeltà alla famiglia.

Due commedia ambientate in Irpinia

A un’altra stagione della vita di Stiso appartengono le due commedie ambientate nel capoluogo irpino, dove si era trasferito per la sua professione di avvocato.

La gustosa I cigni muoiono a sera (che nel titolo fa la parodia al celebre film del 1961 I sogni muoiono all’alba), ispirata dalla trasformazione di Piazza Libertà ad Avellino ed alle vivaci polemiche che ne seguirono, rivela una acquisita maturità espressiva e la libera effusione di quella sapida ironia che, per giudizio unanime di chi lo ha conosciuto rappresentava una delle doti caratteriali più spiccate di Stiso.

Nell’altra commedia “avellinese”, I nostri figli, l’autore tenta con successo (e con una notevole dose di lungimiranza) di descrivere la borghesia intellettuale di una città media del Sud, mettendo inscena i salotti frequentati da avvocati, giornalisti, pittori, un milieu sociale in piena ascesa ma già minato dalle contraddizioni che esploderanno dopo il ’68. Con questa commedia si apre una fase nuova nella poetica teatrale di Stiso, che dopo la narrazione degli eventi collettivi, prevalente negli anni Cinquanta, si concentra sull’introspezione psicologica dei personaggi e sui risvolti più intimi e segreti della loro condizione esistenziale.

Drammi d’amore

Frequenti, nei drammi inediti degli anni Sessanta, sono le storie d’amore tormentate, non sempre a lieto fine, connotate da lunghe attese e improvvisi ritorni, come in L’attesa e L’ospite che è tornato, o da sofferti addii (in Chiaro di luna), e il travaglio profondo dell’anima, che domina Il male di dentro, Cifrario segreto e Il grido della carne. Molto attuale, per il tema della violenza sulle donne, e intriso di voluta ambiguità e mistero, è La morte di un uomo: la vicenda di un detenuto nei suoi ultimi giorni, condannato per aver aggredito e ucciso una ragazza (che forse amava), delitto di cui sembrerebbe colpevole ma non è del tutto certo. Meno originali, e a tratti pretenziosi e contorti, sono i tre atti di Per odio e per amore e il curioso thriller Un urlo nella notte, ambientato in un castello inglese!

Al di là dei diversi esiti letterari, i 14 drammi inediti di Pasquale Stiso confermano inoppugnabilmente la sua versatilità artistica, particolarmente rara in Irpinia, le buone e vaste letture, la passione per la scrittura e ovviamente l’eccezionale sensibilità rispetto ai moti dell’animo. Un saggio a parte, infine, meriterebbe l’unico dramma storico, La morte di Carlo Pisacane, che in alcuni passaggi presenta suggestive analogie con Allonsanfan dei fratelli Taviani, uscito sei anni dopo la sua scomparsa.

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